venerdì 8 giugno 2012


Un romanzo di Pino Imperatore per Giunti Editore
anno 2012

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it


Un esordio pazzesco questo di Pino Imperatore, con il suo primo romanzo Benvenuti in casa Esposito.

Un libro godibile, a tratti esilarante, che mantiene viva la sua attenzione per tutte le 265 pagine, senza neanche un normalissimo calo fisiologico.

La genialata di questo romanzo consiste nel narrare di una vecchia e triste piaga sociale, come la camorra, in chiave del tutto innovativa, in altre parole con graffiante ironia. E se cu ‘a camorra nun se pazzeja, è altrettanto vero che uno sberleffo, una smorfia, nell’immaginario collettivo, possono essere più devastanti di tonnellate di saggi, conferenze, tavole rotonde ed altre trombonità del genere, aventi lo scopo di sensibilizzare le coscienze. La camorra è un fenomeno campano così come l’ilarità sta nel sangue di questo popolo a cui appartiene Pino Imperatore, a cui è appartenuto, Totò, Troisi, Eduardo De Filippo. A proposito di Eduardo, ricordate ne L’oro di Napoli. Ricordate ‘u pernacchio.


http://www.youtube.com/watch?v=gkrnK0igAP0
È stato più incisivo lui con un semplice pernacchio, che centomila discorsi sulle prepotenze della nobiltà quale residuo del dopoguerra.

E da Pino Imperatore, napoletano, ideatore e fondatore di un laboratorio di scrittura comica, cosa volevate aspettarvi nel trattare di camorra? Una storia drammatica? Un romanzo di denunzia tipo Gomorra’? … Forse ‘nu pernacchio, ma è già stato fatto, e allora? Allora l’idea. Prendere in giro ‘o sistema dal suo stesso interno, creando la famiglia di Tonino Esposito, orfano di un boss della camorra, che non ha altra ambizione nella vita che essere un “boss” come suo padre. Però Tonino è un incapace. È goffo, sfigato, arruffone. In buona sostanza è un perdente nato. E Pino lo consegna perdente dal primo all’ultimo capitolo, fino a creare un antieroe tragicomico, campionario devastante e magnifico di una Napoli depredata e crudele piena di speranze e contraddizioni.

Scardinare ‘o Sistema, che non ha neanche il piacere di essere nominato per quello che è, come dice lo stesso Pino Imperatore, e che paradossalmente quando non fa notizia, è molto più pericoloso di quando non impugna le armi e non uccide, è compito assai difficile e nessuno ha la pretesa di risolverlo in un romanzo, però ironizzarlo dal suo interno equivale ad un esorcismo. Comico, ma sempre di esorcismo si tratta e allora cosa c’è meglio di ‘nu pernacchio? ‘naltro pernacchio e Tonino è ‘nu pernacchio in faccia alla camorra stessa. Ed è devastante perché viene dal suo interno.

Altro aspetto che colpisce il lettore, indubbiamente da sottolineare, è la gran capacità di Pino Imperatore nel descrivere fin dal primo capitolo, la psicologia dei protagonisti, e di descriverla così bene senza paroloni, situazioni o amminchiamenti vari, da farti entrare come ospite fisso in questa famiglia e farne parte per 260 pagine. Solo gesti, abitudini. Un esempio è già nell’incipit e non aggiungo altro:

Patrizia Scognamiglio coniugata Esposito veniva ritenuta, nel giudizio del maschio medio napoletano, una femmina fresca e tosta. Lei ne era consapevole, e se ne compiaceva.
Quella sera si guardò le unghie delle mani laccate di verde e si convinse di aver scelto la tinta più idonea per chiudere l’anno alla grande. Slacciò un bottone della camicetta per sistemarsi una bretella del reggiseno che a fatica reggeva due poppe quinta taglia naturale, ripassò un’ultima pennellata di fard sugli zigomi e s’avviò verso il corridoio. Gli stivaletti maculati tacco tredici le tormentavano i calli sui mignoli, ma il sacrificio era necessario.
Giunta sulla soglia della camera da pranzo, osservò la truppa e fece un sorriso d’approvazione.
“Tutto in ordine, tutti ai loro posti” pensò scostandosi dalla fronte un ciuffo della chioma ossigenata.
Si avvicinò alla tavola e si sedette alla destra di suo marito Tonino, anni trentacinque sciupati dalla calvizie e da una imbarazzante pancetta, brillantino all’orecchio sinistro, lampadato, ufficialmente disoccupato. E orfano di padre.
Tonino si piegò verso di lei e le sussurrò: “Patty sei la più bella fra tutte le belle”.
“Grazie, amò, tu sì ‘o core mio” rispose Patrizia. E stampò sulla guancia del consorte un cerchio di rossetto color prugna.
Tonino ebbe un fremito. S’era scervellato per l’intero pomeriggio alla ricerca di una frase unica, originale. Ora l’aveva pronunciata, con successo. La cena di San Silvestro poteva avere inizio. Con la famiglia al gran completo.

Si entra subito in casa Esposito. Si vive la famiglia, l’amicizia, il quartiere, il lavoro, la delinquenza e il tutto con estrema naturalezza, dove anche le situazioni anormali diventano spontanee.
Così la camorra con la sua quotidianità è osservata dal suo interno e dissacrata da un perfetto imbecille di nome Tonino Esposito figlio del boss Gennaro, del quale non riuscirà mai ad emulare le gesta.
Pino imperatore miscela alla perfezione, ironia e realismo, criminalità e normalità, umorismo e tragedia con un linguaggio in perfetto italiano, pieno di gag anche esilaranti che donano ai personaggi una napoletanità spontanea e genuina, arricchita dai dialoghi in dialetto partenopeo e dalla descrizione di luoghi e tradizioni fuori dai comuni stereotipi.

“Con un pernacchio così si può fare una rivoluzione” (Eduardo).

recensione di Ivo Tiberio Ginevra



Intervista a Remo Basini



Interervista di Ivo Tiberio Ginevra
a Remo Bassini, autore di Vicolo del precipizio


Caro Remo, questa non è la solita intervista pallosa, dove il lettore già alla quarta domanda ti ha annullato con un clik del mouse, pertanto aspettati ogni tanto qualche domanda idiota del tipo:

[D]: Fai i migliori auguri all’editor che ha bocciato un tuo libro.

[R]: Ci sta che un mio libro venga bocciato: è nel gioco delle parti. Un libro alla fin fine è sempre percezione, quindi accetto anche le bocciature (che fanno male e che ti rovinano la giornata, quando le ricevi). Piuttosto: non reggo gli editor spocchiosi e le case editrici che fingono di leggere i manoscritti. A editor spocchiosi ed editori bugiardi auguro di incrociare nel loro cammino gente più spocchiosa e bugiarda. Punto.

[D]: E allora, cosa ti ha spinto a scrivere Vicolo del precipizio?

[R]: Una frase di mio padre: “E pensare che sembra ieri”.

[D]: Al centro del tuo romanzo c’è Cortona. Cosa ti manca di questa città.

[R]: In questo momento sono a Cortona, è notte fonda, sto fumando un mezzo toscano, sto rispondendo alle tue domande; alle mie spalle c’è una finestra aperta: dentro la mia stanza entra il “silenzio” di Cortona…

[D]: Dai, forza! Sei un toscanaccio, quindi lo puoi fare: qual è lo scrittore che sconsigli di leggere?
[R]: Coelho. E’ banale.
[D]: Tutti i personaggi di Vicolo del precipizio sembrano abbastanza veri. Dove finisce la realtà e inizia la finzione?

[R]: Vicolo del precipizio è come una rappresentazione teatrale: ci sono degli attori (personaggi) che recitano un copione (scritto da me) con storie, alcune vere, altre no. Altre ancora sono rielaborate.

[D]: Anche i fatti descritti nel tuo romanzo sembrano piuttosto veri. Hanno un fondamento nella cronaca?

[R]: Qualcosa sì, molto è legato alla tradizione contadina del cortonese e ai passaparola di padre in figlio.

[D]: Hai tre reincarnazioni a disposizione. Avanti con la prima.

[R]: Vorrei nascere e diventare un bravo pianista.

Vorrei nascere per poi diventare un bravo contadino.

Vorrei nascere per poi diventare un contadino che suona il piano per gli amici.

No, aspetta, è troppo poco, torno indietro. Vorrei rinascere e avere in mente Pessoa:… è ho in me tutti i sogni del mondo.

[D]: In quanto tempo hai scritto Vicolo del precipizio?

[R]: Sette, otto mesi. Più la revisione finale, che è durata altri tre mesi.

[D]: Qual è la maggiore soddisfazione che hai provato scrivendo Vicolo del precipizio?

[R]: Il finale. Il penultimo capitolo. Dove si fondono realtà e finzione. Dove tutto è vero e nulla è vero.

[D]: Ma perché proprio questo titolo: Vicolo del precipizio?

[R]: Era il titolo iniziale, poi abbandonato. A un certo punto mi sono detto: meglio intitolarlo “Di bestemmie e folli amori”. Poi, una notte, riscrivendo alcune pagine ho pensato al precipizio: il mio protagonista – ma con lui anche io e tutti – camminiamo e al nostro fianco abbiamo tanti precipizi invisibili. I nostri tarli, i nostri rimorsi, i nostri sensi di colpa, i nostri fantasmi, la morte…

[D]: Molte donne che hanno letto Vicolo del precipizio sostengono che hai una visione del genere femminile piuttosto arcaica. Vuoi fare qualche precisazione?

[R]: Riconosce di essere così anche Tiziano, il protagonista di Vicolo del precipizio: Io sono così? Le donne che hanno letto il libro ma che mi conoscono non lo pensano (almeno: spero).

[D]: Hai licenza di uccidere. Quali sono le prime 3 persone che manderesti al creatore? Hei, ho detto: “3”

[R]: Nessuno tocchi Caino.


[D]: Quanto c’è del tuo lavoro in quello che scrivi?

[R]: Il giornalismo è tutta un’altra storia. Tutti possono imparare a scrivere un articolo di giornale, che segue uno schema preciso, e che non richiede talento. Raccontare storie è diverso, completamente. Ci sono regole ma si possono ribaltare. Comunque. Ho iniziato a scrivere storie a vent’anni, quando (per scelta) dopo il diploma andai a lavorare in fabbrica. Sono ancora quello lì.

[D]: Qual è la regola che ti dai quando scrivi?

[R]: Nella fase della prima stesura cerco di sorprendermi, raccontando cose che non so. Insomma, sono anche il primo lettore. Nella fase di riscrittura cerco di “Possedere” tutte le parole e le virgole e le cose non scritte, ma che sono nella mia testa. Un libro è come un castello di sabbia: può venire bene, con poche imperfezioni, oppure può rischiare di cadere: basta una parola sbagliata, una parola di troppo, oppure una in meno.

[D]: A cosa non puoi rinunciare quando scrivi?

[R]: Al silenzio della notte. Mi sono abituato così, negli anni.

[D]: Ho letto che sei supertifoso della Fiorentina. Fai la fanta-formazione viola più forte di tutti i tempi. Comincio io: 1) Superchi in porta…

[R]: Beatrice terzino destro, Galdiolo e Passerella centrali, Roggi terzino sinistro; a centrocampo Dunga davanti alla difesa, poi Claudio Merlo, Nevio Scala e Antogononi dietro le due punte, Batistuta e Jovetic.

[D]: Che tipo di scrittore sei?

[R]: Mi metto sempre in discussione, e quindi sono uno scrittore tormentato.

[D]: Puoi darci un’anticipazione sul romanzo che stai scrivendo?

[R]: Ne ho in mente due. Quello che dovrei scrivere è la storia di un portiere di notte, che è un lavoro che ho fatto e che a volte rimpiango. Facendo il portiere di notte ho dato parecchi esami all’università, ho imparato ad amare il jazz, ho incontrato storie incredibili.

[D]: Scriverai mai un thriller?

[R]: Sì, e sarebbe il secondo dopo La donna che parlava con i morti, che mi fu pubblicato da Newton Compton. La protagonista sarebbe la stessa: l’investigatrice privata Anna Antichi. Insomma. o il portiere di notte o Anna Antichi la vendetta: uno dei due, prima che arrivi l’estate, dovrebbe decollare. Così passerò le ferie a scrivere.


[D]: Scusa, ma adesso devo riscattarmi dalle domande cretine con una intelligente e sensibile.
Cosa diresti agli Stati Uniti ed ai principali governi europei sulla loro insensibilità nei confronti della tragedia che sta lacerando il popolo della Siria? Trova quelle belle parole che solo un grande scrittore come te può dire i questi frangenti, per smuovere le coscienze sociali.

[R]: Qualcuno, da tempo, va dicendo che l’intero pianeta è nella mani dei grandi banchieri. Decidono chi mettere al potere negli Stati Uniti e in Italia e in Uganda, dove far scoppiare guerre, fregandosene che muoiano di fame dei bambini, mica sono figli loro. Sogno che questa gente venga spazzata via dal vento, e sogno anche, io che sono agnostico, un Dio, e una resa dei conti.
Temo però che non ci sia nessun vento e nessun Dio, che è morto, si sa.

intervista di Ivo Tiberio Ginevra pubblica su www.thrillercafe.it

Pensa un numero



Autore: Anders Bodelsen
Editore: Edizioni Iperborea
Il romanzo in questione è datato 1968,
ma è arrivato in Italia solo nel 2011

Trama in sintesi
Piccolo-borghesi si nasce. Criminali si diventa. Una fredda sera di dicembre, nei sobborghi di Copenaghen, Flemming Borck, prima di lasciare lo sportello della banca dove lavora da lunghi, monotoni anni e tornare alla sua grigia vita da scapolo senza speranze, scopre in maniera del tutto casuale il piano di un rapinatore che da giorni fa la posta al suo sportello travestito da Babbo Natale. E se fosse l’occasione della sua vita? Quando arriva il fatidico momento, il cassiere non si fa trovare impreparato e grazie a un geniale stratagemma intasca il grosso del bottino. Né la banca, né la polizia, né i colleghi sospettano di essere stati raggirati dall’inedito malvivente, ma purtroppo Sorgenfrey, lo squilibrato rapinatore, sì. Scatta così una serrata caccia ai ladri tra doppi giochi e tripli inseguimenti, in cui Flemming, pericolosamente affiancato dall’interessata femme fatale Alice, scopre di aver superato un rischioso confine, e di non poter più tornare indietro.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Odio il Natale. Odio profondamente la sua falsa atmosfera festosa, e soprattutto odio soggiogarmi agli obblighi dettati dal consumismo. Per questo e solo per questo regalo a tutti dei libri. Anche a chi non li legge e con gran piacere, li regalo a chi li odia, così almeno capiscono, che a me dei loro patetici pensierini di Natale, non me ne frega un cazzo.

I libri li scelgo sempre di autori italiani, specialmente se non sono famosi e se la casa editrice è una medio piccola che fatica a restare a galla nei gorghi dei mostri americanizzati supermarket della cultura.

All’improvviso i miei occhi vedono un libro con la copertina di un accattivante verde azzurrato e soprattutto con un bello zampone di Babbo Natale disteso su un tavolo autoptico con la sua bella targhetta identificativa attaccata allo stivale. È di un certo Anders Bodelsen, danese, classe 1937. Il libro poi è del 1968 e il titolo Pensa un numero, non mi piace. In teoria incarna tutti i requisiti di una scelta che non avrei mai fatto, ma quel piedone morto di Babbo Natale è un’esca appetitosa. Il messaggio comunicativo che incarna il regalo fatto a chi detesto, e incontro solo a Natale è veramente troppo bello. Mi decido. Compro tutte e sei le copie a disposizione, ma una la tengo per me.

Speravo leggere di Babbi Natali morti ammazzati, torturati nel peggior modo possibile e invece non ce n’é manco uno ucciso, anzi mi capita pure di affezionarmi all’unico presente nel romanzo perché non è come tutti gli altri. È speciale. È unico, pensate che va in banca tutto vestito di rosso, con un bel barbone bianco e al cassiere passa un foglio di carta con su scritto: QUELLO CHE HO IN TASCA E’ UNA PISTOLA. DAMMI TUTTO IL DENARO CHE HAI IN CASSA SENZA ATTIRARE L’ATTENZIONE. Ora ditemi voi come faccio a non amare questo meraviglioso Babbo Natale. Ma c’è anche di più. Il cassiere della banca, un tale anonimo e insignificante essere umano, che corrisponde al nome di Borck, intuisce della rapina e pensa bene di fottere lo stesso ladro e soprattutto, la sua banca.

Il mix è senza dubbio originale. I suoi personaggi credibili e ricchi di un tratteggio psicologico magistrale. L’azione non c’è perché incentrata nella conservazione e successiva spendita del danaro, senza alterare il ritmo di vita per non destare sospetti, dove tutto scorre inesorabile e lento verso una soluzione finale con un colpo di scena davvero paradossale.

Il libro è godibile. Ben curato nelle atmosfere del mio caro aborrito clima natalizio e ottimamente congegnato nella trama. Bork con i suoi inutili colleghi e gli altri personaggi dell’opera, sono descritti con un umorismo raffinato e introspettivo davvero degno di nota.

La mancanza dell’azione, o meglio, della doverosa tensione, che è l’elemento principe della letteratura del genere, è proprio la sua inusuale e assurda forza del romanzo. L’interesse nella lettura non viene mai meno e canalizza il lettore, con lentezza verso la soluzione finale.

Pensa un numero, me lo sono bevuto in un giorno. Divertendomi. Anders Bodelsen è senza dubbio un grande scrittore e mi è maledettamente dispiaciuto di aver regalato un libro così bello a chi di sicuro non lo leggerà mai….ma così è la vita. Al momento ve lo consiglio.

recensione di Ivo Tiberio Ginevra

Duri di cuore


Autore: Alfredo Colitto
Anno: 2008
Editore: Perdisa


recensione di IVO TIBERIO GINEVRA
pubblicata su  www.thrillercafe.it

Duri di cuore è un romanzo breve, intenso e perfetto.

La storia è semplice. Carmine, una persona che ha conosciuto e praticato la violenza, vuole ricostruirsi una nuova vita tagliando i ponti con il suo doloroso passato. Sceglie di vivere nella grande e opulenta Bologna. Lavora in una trattoria. Si crea un’esistenza normale, ma la violenza lo perseguita. Come dice lui stesso “Si rifiuta di scomparire dalla mia vita. Le ho sacrificato tutto quello che avevo, perché mi lasciasse in pace. Non è servito a niente. Ho smesso di praticarla, e ho dovuto subirla. Ho creduto che fosse il prezzo che mi toccava pagare, e l’ho pagato in silenzio, senza reagire. Immaginavo che quello che mi arrivava addosso fosse come acqua in una bottiglia: bastava aspettare, e prima o poi la bottiglia si sarebbe svuotata. Invece la violenza è un mare oscuro.” La violenza ha un volto e un nome: Vlastar. Un delinquente albanese, capo indiscusso di una banda dedita al traffico di droga, prostituzione, estorsioni ed altre attività criminali. Un tipo davvero poco raccomandabile. Uno che non si dovrebbe mai incontrare nella vita. Chi va contro di lui va a morte certa, lo sanno bene le prostitute che hanno tentato di ribellarsi al suo giogo e le donne che, invece, sono state costrette a prostituirsi. Allora Carmine, che indubbiamente non è uno sciocco, perché decide di mettere a repentaglio la sua vita? Ma è ovvio: per amore. L’amore di Serena. “Amor, c’ha nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona“. L’amore. Il motore di tutte le cose…. Serena è vittima di Vlastar. Per lei Carmine rischierà tutto e tornerà a praticare la violenza.

Ma in Duri di cuore non c’è solo l’amore. C’è anche un altro motore. L’altro: “l’odio.” E allora la macchina diventa perfetta perché nella camera di combustione l’odio e l’amore generano violenza e vendetta, speranza e gioia. Vita e morte. Morte e Vita. “Solo pochi mesi fa avevo ancora sogni, speranze e ottimismo. La violenza che mi segue come un’infezione mi ha portato via tutto. Ma non si prenderà Serena. A qualsiasi costo.”

Storie così ne abbiamo sentite parecchie e con tranquillità posso dire che, finale a parte, non c’è nulla di originale, ma è innegabile che per come è scritto questo breve romanzo, devo sprecare tutti i miei più onesti aggettivi per Alfredo Colitto, indubbiamente uno dei migliori scrittori italiani dell’ultimo decennio.

La storia è narrata con uno stile personale inconfondibile e completo. Senza alcuna banalità. Senza inutili orpelli. Senza alcun ricorso alla volgarità per renderlo più nero. Con un ritmo veloce, essenziale, convincente, calibrato, dinamico, asciutto, elegante, cinico, ansiogeno, avvolgente… e senza troppi aggettivi, descrizioni di luoghi, e amminchiamenti psicologici.

Voglio ripeterlo. Duri di cuore è un romanzo breve, intenso e perfetto.

Ho riletto questa recensione solo due giorni dopo e in cuor mio mi è sembrata un po’ ruffiana. Generalmente non si usano termini così forti come “romanzo perfetto“, di conseguenza volevo modificarla per evitare che qualcuno pensasse male della mia onestà intellettuale. Il risultato di tale correzione è stato di gran lunga peggiore rispetto alle mie iniziali buone intenzioni, perché ho concluso con un rilancio. Duri di cuore, non solo è perfetto, ma dovrebbe essere studiato come romanzo di riferimento nei corsi di scrittura formativa per aspiranti scrittori.

Adesso vi tedio un po’, ma ho bisogno di spiegarmi meglio con un cappello introduttivo.

Per puro diletto scrivo dei romanzi senza alcuna pretesa e ovviamente tengo in evidenza delle regole fondamentali di scrittura creativa. Le stesse regole le ricerco anche quando leggo l’opera di un qualsiasi scrittore. Nel tempo mi sono amminchiato con queste ricerche e tutte le mie letture si sono trasformate in studio, snaturando alle volte lo stesso piacere di leggere.

Come riferimento nella scrittura del genere thriller cerco di attenermi alle 10 regole di Brian Garfield, scrittore e sceneggiatore americano, conosciuto soprattutto per aver ideato la serie del Giustiziere della notte, portata al successo da Charles Bronson.

Sono 10 principi essenziali per scrivere un ottimo thriller e con molto piacere li ritrovo tutti e 10 in Duri di cuore.

Adesso vediamo come queste regole sono state applicate da Alfredo Colitto nel suo romanzo (userò in grassetto le stesse parole di Garfield):

1.   Iniziate con l’azione; spiegherete in un secondo momento. Nel capitolo 1 mettere in pista lo spettacolo. È proprio quello che succede. Serena entra nella trattoria per uccidere e non c’è alcuna spiegazione del perché;

2.   Rendete le cose difficili per il vostro protagonista. Trovategli un degno antagonista. E Colitto inventa Vlastar, un delinquente albanese della peggiore specie che non ha alcun rispetto per la vita umana. Peggio di così Carmine non poteva trovare;

3.   Pianificate in anticipo, sarete ripagati più tardi, pertanto nessuna cavalleria in soccorso o creazione di nuove circostanze per risolvere il dilemma del protagonista. Anche in questo caso Colitto non fa ricorso ad alcun salvagente, e dal momento che Carmine si è buttato dentro la storia farà sempre ricorso a se stesso ed alle proprie forze per uscirne vincitore;

4.   Date l’iniziativa al protagonista. La situazione di pericolo in cui Carmine si è andato a cacciare, non gli lascia altra via di uscita se non combattere contro quel terribile delinquente di Vlastar che lo sta braccando. Il nostro uomo è costretto all’azione per non morire;

5.   Date al protagonista una motivazione personale. Senza alcuna esagerazione e con ottimo equilibrio, lo scrittore fa vivere al protagonista un travaglio interiore che lo spinge a reagire mettendosi in discussione per ottenere quello che vuole (salvarsi la vita e cambiare la sua esistenza con l’amore di Serena);

6.   Date al protagonista uno stretto limite di tempo, e quindi accorciatelo. È proprio quello che succede. Il tempo è dosato con sapienza ed in ogni caso è breve. Tutto in una notte. L’azione ha un ritmo incalzante a beneficio della suspense in crescita costante;

7.   Scegliete il vostro personaggio in base alla vostre capacità. Anche in questo caso Colitto centra lo scopo. Carmine come nella migliore tradizione dei romanzi di suspense, è un uomo comune anche se con un mistero rinnegato alle sue spalle. Cede all’idealismo (amore) ed è costretto ad agire gioco forza. Non scordiamoci che il protagonista non è un agente segreto o un super eroe, ma un uomo normale, quindi lo scrittore si è mosso bene in base alle sue capacità ottimali. Come esempio estremo per la credibilità del protagonista in un romanzo possiamo citare La spia che venne dal freddo di John le Carré, dove le spie, gli agenti segreti e il clima politico sono descritti con eccellenza, proprio perché le Carré aveva lavorato per anni presso Secret Intelligence Service. Colitto o un altro autore, non potrebbero mai narrare meglio dello scrittore inglese un romanzo tipo La spia che venne dal freddo con personaggi e descrizioni altrettanto credibili;

8.   Conoscete la destinazione prima di partire. Duri di cuore ha un ottimo finale, incalzante e imprevedibile. Mantiene fede a tutte le aspettative create dallo scrittore che con certezza assoluta ha pianificato l’azione finale prima ancora di iniziare a scrivere, perché altrimenti non avrebbe potuto sviluppare la storia che vive proprio per questi colpi di scena conclusivi;

9.   Non correte dove gli angeli hanno paura di camminare. Nel senso che, non bisogna mai avventurarsi a scrivere una storia su terreni sconosciuti o modaioli, se non si hanno le giuste conoscenze e capacità. Colitto non ha scritto un western, o fantasy. Colitto ha scritto quello che la sua esperienza e le sue competenze gli permettevano di scrivere pertanto è arrivato ad un ottimo livello narrativo perché rimasto nei suoi sentieri;

10.   Non scrivere nulla che non vorresti leggere. In conclusione lo scrittore ha narrato una storia del genere noir, che è quello che ama di più senza fare ricorso a forzature come volgarità, parolacce, bestemmie o sesso esplicito, perché non fanno parte della sua stessa personalità, sapendo di essere altrettanto credibile senza esagerare in forzature.

Adesso credo (se avete avuto la pazienza di leggere questa recensione fino in fondo) che abbiate capito perché mi sono espresso con la frase Duri di cuore è un romanzo breve, intenso e perfetto, e voglio tacere sugli ottimi meccanismi di Sorpresa e Suspense, altrimenti per la lungaggine del mio scritto, oltre a farmi odiare, sono sicuro che non mi leggereste mai più.

recensione di Ivo Tiberio Ginevra
Riferimenti bibliografici

Scrittura thriller su www.thrillecafe.it

Scrittura creativa su www.latelanera.com

venerdì 27 aprile 2012

Vicolo del precipizio



Autore: Remo Bassini
Editore: Edizioni Perdisa
Anno: 2011

recensione di Ivo Tiberio Ginevra pubblicata su www.libri.it

Vicolo del precipizio, di Remo Bassini è un romanzo dalla trama molto semplice. Tiziano ricorda la sua vita trascorsa a Cortona e intervalla la narrazione con il suo presente torinese di scrittore ghostwriter che decide di scrivere per se stesso e al contempo di riprendere in mano la sua vita sentimentale. Tutto qua. Nient’altro, quindi se appartenete alla categoria dei divoratori di libri o di quelli che vogliono sapere come va a finire, lasciate perdere, non è un libro per voi. È invece consigliatissimo se amate le belle letture, quelle scritte davvero bene, quelle che vi stimolano il pensiero, vi rapiscono, vi riempiono di buono, con tanta nostalgia per le cose belle e semplici della propria gioventù, dove ogni cosa è vissuta con l’immaturità degli anni, per poi, inevitabilmente, trasformarsi in rimpianto. E così Tiziano oggi, uomo maturo, rimpiange i rapporti con la sua famiglia, i suoi amici, i suoi amori, tutti travolti dall’impeto della gioventù.

Nella foga dei pensieri, alcuni ricordi restano vivi e forti, anzi, riemergono col sorriso velato di malinconia. Ciò vale per Cortona, il paese natio di Tiziano, con tutti i suoi rumori, la sua gente, la sua aria. Consolatore rifugio di un uomo alla ricerca delle proprie radici.

Tornano i ricordi belli insieme a quelli brutti e sono carichi d’angoscia. Sono pronti a tagliare l’animo, a condizionare il futuro. Giusti solo per fare un bilancio, una volta confluiti nel presente.

Il carico delle sensazioni che richiama la lettura del romanzo, accompagna il lettore, pagina dopo pagina per lasciarlo alla fine nello scorrere continuo della vita, con quella certezza del rimpianto, che solo i grandi scrittori, quelli con la “S” maiuscola riescono a dare.

Bassini è indubbiamente bravo in tutto questo ed arriva nelle profondità dell’animo molto bene, grazie al suo linguaggio semplice e oltremodo diretto, rafforzato all’occorrenza dal dialetto toscano e sempre equilibrato, senza scadere mai nel cabarettistico.

Vicolo del precipizio è davvero un bel romanzo. I miei complimenti.

PS

Vicolo del precipizio non è un luogo di finzione letteraria. Esite davvero e si trova a Cortona. Il paese di Remo Bassini, dove Tiziano, il protagonista del romanzo, ambienta i suoi ricordi.

La Trama
Tiziano ha 45 anni, è nato a Cortona e vive a Torino. Si considera un ex scrittore perché ha pubblicato un solo libro da giovane. Ha rinunciato quando ha conosciuto una certa editoria, quella fatta di scambi di favori e di squallidi prodotti commerciali. La stessa per cui oggi lavora. Da anni infatti è un ghostwriter, pagato per rielaborare manoscritti scadenti e farne libri di successo. Una notte d'estate, però, sul terrazzino del piccolo appartamento dove vive con la gatta, Tiziano decide di tornare a scrivere. "Vicolo del Precipizio" sarà il titolo del suo nuovo libro, una raccolta di fatti ambientati a Cortona, un viaggio nella memoria: racconti toscani, amori finiti male, preti donnaioli, episodi partigiani ma anche fatti che riguardano la sua famiglia. Mentre prende corpo questo "libro nel libro", l'intera narrazione si riempie di personaggi e vicende, di episodi ora drammatici e ora grotteschi; leggende legate a Cortona e storie contadine, anche boccaccesche, che vanno a intrecciarsi ai ricordi personali di Tiziano, per confluire nel suo presente.

Un tipo tranquillo

MARCO VICHI
Guanda Editore
Anno 2010
Pagine 235

recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su thrillerpages.blogspot.com

Siete sicuri di non avere dentro di voi una bestia immonda capace di realizzare il più turpe dei vostri desideri?


Siete sicuri che resterà sempre in letargo?

Qualunque sia la risposta vi dico che c’è.

Che un giorno potrebbe svegliarsi, rompere i legacci e scatenarsi per il suo univoco piacere che è il vostro inconfessabile desiderio segreto.

Mario Rossi, il protagonista del romanzo di Marco Vichi “Un tipo tranquillo”, questa bestia ce l’ha. Non sapeva d’averla e quando lo ha scoperto credeva pure di domarla, ma rotta la catena, la bestia ha soddisfatto il suo desiderio rosso e vivo e la tela si è imbevuta avida come un prato.

Mario Rossi, un uomo tranquillo, come tanti.

In lui è tutto ok. Ogni cosa è tranquilla. E “tranquilla” vuol dire avere una cuccia, uguale alle altre. Mediocre, comune, scontata, dozzinale. In una sola parola: “Sicura”. Tutto sicuro e tranquillo a cominciare dal suo nome. Anonimo.

Per 63 anni, Mario Rossi è andato a spasso con la sua bestia rinchiusa nella scatola.

A spasso con lui in tutti i luoghi, in ogni circostanza.

Per tutti gli anni della sua tranquilla esistenza, la bestia è stata con lui.

Non aveva neanche pensato d’averla, ma un fatto comune. Una circostanza imprevedibile, ma naturale, l’ha svegliata. E questa ha dovuto rincorrere tutto il tempo perso, fino a strapparlo con i denti, fino alla vita stessa.

Un tipo tranquillo è un gran bel romanzo e Marco Vichi è uno scrittore sensazionale, un narratore del nostro tempo, maestro nel descrivere la psiche dell’italiano medio, che vive le angosce e le solitudini in una gabbia sicura dalle fondamenta standard, piatte, monotone, abitudinarie.

Mario Rossi è un tipo insoddisfatto e domato. Desideroso e appagato dal “nulla” comune. Vestito di una personalità insignificante, sicura e mediocre.

La struttura del romanzo ha una costruzione naturale, intelligente e soprattutto perfetta a livello psicologico, con un’alternanza di personaggi semplici e complessi allo stesso tempo, affogati nella mediocrità borghese, dove alla fine, risalta solo la felicità illusoria data dal modello negativo.

Quando si sveglierà la bestia dentro al tipo tranquillo, e sarà libera di fiutare il limite delle convenzioni, allora sarà facile per lei avere la meglio sul mediocre domatore e trascinarlo nel baratro della sua autoconsapevolezza dei desideri insani.

Il finale del libro è imprevedibile.

Deve essere assolutamente metabolizzato prima di esprimere un qualsiasi giudizio, perché ha la forza potente di sprigionare elementi contrastanti fra loro, scuotendo i limiti della fantasia del lettore che ha dovuto aspettare la fino alla fine il compimento della metamorfosi del protagonista.

Un tipo tranquillo è indubbiamente un romanzo degno di stare in libreria accanto al “Fu Mattia Pascal” e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del sig. Hyde”.

Ogni secolo ha la sua bestia.

Ivo Tiberio Ginevra

martedì 20 marzo 2012

Intervista a Ivo Tiberio Ginevra su Letteratitudine new di Massimo Maugeri

Posto fedelmente l'intervista che Massimo Maugeri mi ha fatto per letteratitudine il 12 marzo 2012

 
Ivo Tiberio Ginevra ha pubblicato di recente il romanzo “Gli assassini di Cristo” (Robin, 2011).




Questa, la scheda del libro…

Un grande crocefisso, capolavoro del barocco siciliano, è stato distrutto a colpi di mazza. Al commissariato di Scrafani arriva la rivendicazione di un gruppo estremista islamico. Il fatto innesca una forte tensione tra gli scrafanesi e i mussulmani che vivono in città. Il nervosismo raggiunge il culmine quando si diffonde la notizia di un nuovo atto blasfemo ai danni di un’opera sacra custodita nella chiesa di Sant’Elena. Stavolta la notizia scatena in città una vera e propria caccia all’extracomunitario. Si innesca così un processo di omicidi, atti vandalici e ritorsioni che getta Scrafani nel caos più totale. Il commissario Falzone, il vice questore Bertolazzi e il medico legale Di Pasquale, già uniti da una lunga e profonda amicizia, si trovano costretti a fare fronte comune per risolvere un caso che sembra mettere a rischio l’integrità dell’intera città.

Ne abbiamo discusso nell’ambito di questa chiacchierata…

- Ivo, collabori a diversi siti di letteratura e a magazine letterari. Come definiresti il tuo rapporto con i libri?


Da feticista. Io i libri li tocco, li accarezzo, li sogno, li vivo, li sottolineo fino a farli diventare un campo di battaglia, li strappo, li regalo, li colleziono, li butto, li amo e soprattutto li annuso. Li annuso spesso. Mi piace aprirli, ficcarci dentro il naso, respirarli. Alle volte scelgo un libro al posto di un altro, solo perché all’annusata è risultato migliore. Ma, forse più che feticista devo essere un sommelier del libro.

- Quali sono i tre libri di cui non riusciresti a fare a meno?

Bella domanda, ma mi trovi preparato. Me la pongo spesso quando la sera sono a letto e non riesco a prendere sonno, quindi te li sparo subito e nel seguente ordine

Il primo per motivi affettivi è Il Barone rampante di Italo Calvino perché è stato il primo libro che ho letto e mi ha consacrato alla lettura e all’amore per il volo della fantasia, poi mi ricorda lo zio Ciccino che me l’ha regalato dicendomi: “Ora che sei grande e sai leggere non ti racconto più delle favole, fai da solo e vedrai che è ancora più bello”. Aveva ragione.

Il secondo è il libro che sto leggendo e questo varia sempre al momento della domanda.

Il terzo è senza dubbio l'Ulisse di Joyce. Mi serve quando non riesco a prendere sonno. Generalmente da tempo immemore non supero le 15/20 pagine a volta e per giunta sono sempre costretto a rileggere le precedenti perché le scordo. Libro consigliato per tutti gli insonni.

- Tra le altre cose ti interessi di ornitologia… mi viene in mente il romanzo “Freedom” di Franzen. L’hai letto?

No, lo sto andando a comprare, in compenso ho letto centinaia di pubblicazioni ornitologiche e sono abbonato a tutte le riviste del settore. Un libro che associo agli uccelli fin dalla mia infanzia è Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach, perché Jonathan non è un uccello comune, di una semplice razza comune. Jonothan è un uccello che ama volare e aspira ad un ideale perfetto di libertà. Per quello in cui crede è disposto a sacrificarsi e ci riesce. Il gabbiano Jonathan Livingston mi piace perché è un uomo perfetto.

- Hai pubblicato il romanzo “Gli assassini di Cristo”. Come nasce? Quale, la fonte di ispirazione (ammesso che ci sia stata)?

C’è stato un periodo che ovunque volgessi lo sguardo trovavo nelle chiese sempre un Cristo insanguinato, o una Madonna addolorata con i suoi bei pugnali piantati nel petto, o qualche santo decollato, o senza occhi, o semplicemente pieno di frecce. Solo e sempre dipinti o statue in policromia di un Cristo rappresentato nella più misera umiliazione e sofferenza. Insomma una pacchiana spettacolarizzazione del dolore spesso rappresentato in forme artistiche piuttosto scadenti … e io da cristiano mi trovavo abbastanza a disagio. Allora mi domandai: “E un islamico, come vivrebbe tutto questo?” Da quel momento in poi cominciarono le mie elucubrazioni mentali fino ad arrivare alla prima stesura del libro.

- Come descriveresti il commissario Falzone a un potenziale lettore del tuo libro?

Falzone è un uomo comune. Un uomo che vive nel suo tempo con tutte le necessità e contraddizioni del giorno d’oggi. È solo, è divorziato. Vive il dramma dei padri separati che non possono veder crescere i figli ogni giorno. Vive in un ambiente di lavoro realistico con colleghi normali e situazioni reali. Nessun supereroe, ma gente concreta, che magari non arriva a fine mese con il suo stipendio, che rischia la vita per 1.300 euro al mese, che non viene mai meno al suo dovere. Vive nella gioia e nel dolore. Semplicemente vive.

- La Sicilia ha una storia di grandi confluenze culturali, anche per via delle dominazioni che si sono avvicendate. Uno dei temi del tuo romanzo riguarda la convivenza delle comunità islamiche nel nostro territorio. Cosa pensi a riguardo?

La nostra società, oramai anche nelle sue realtà periferiche, deve iniziare a risolvere i problemi dovuti all’integrazione razziale e religiosa. I problemi sono oramai sotto gli occhi di tutti e ripeto, devono essere risolti, perché il malessere vissuto da entrambe le parti, porta soltanto al rifiuto del nuovo e dell’altro. E bisogna far presto per evitare che una crescente intolleranza, l’ottusa preconcettualità, l’arroganza e la miseria umana, possano tradursi in una sola parola: Odio. Odio in tutte le forme, ma soprattutto in ciò che è diverso da noi. Non scordiamo che dall’odio, nasce solo l’odio (pertanto credo che le stesse tragiche paradossali situazioni che tratto nel mio libro, alla fine potrebbero anche avverarsi). Io credo solo che è necessario risolvere il problema al più presto favorendo l’integrazione, ma a patto che si operi con la certezza assoluta che la vita merita il dovuto rispetto e che tutti devono essere trattati con dignità indipendentemente dalla religione e dal colore della pelle.

L’anno scorso ho letto un libro di Alessandro Perissinotto dal titolo Semina il vento. Se avete a cuore questo problema, vi consiglio di leggerlo perché tratta il tema dell’integrazione religiosa fino ad elevarlo a memorabile lezione di vita.

- Hai altri libri nel cassetto?

Per giugno pubblicheranno un mio racconto in una antologia insieme a scrittori di razza, veri e tosti, mentre a novembre uscirà in libreria Sicily crime, il secondo episodio della serie Falzone & C. dove ho voluto prendere in giro tutti i poliziotti patinati e perfetti che sono importati dall’America con un conio dozzinale e lussuosamente confezionati per essere serviti nei supermercati della cultura. Mi è piaciuto contrapporre alla loro tecnologia all’avanguardia, quella classica e reale di un qualunque commissariato di Sicilia. Contrapporre al loro modo accademico e perfetto di esprimersi, quello tipico da caserma farcito di parolacce ed al contempo reale, insomma, ho voluto contrapporre ai super esperti poliziotti americani, belli, tipici, colti e fighi, quattro coscienziosi sbirri pieni dei problemi reali di uomini comuni, con nevrosi dettate da trasferimento, divorzio, malattie ecc. Ero rapito dall’idea di ridicolizzare il perfetto modo d’indagine supertecnologico alla CSI fatto di torce, pennellini, computer, polverine ecc. ecc. e al contempo volevo deridere quello arruffone e lontanamente scientifico che in realtà vige in casa nostra, cercando di non far capire che si trattava di una presa in giro per tutti, e in particolar modo per i serial killer e per gli stessi accaniti lettori americanizzati, sempre alla ricerca di truci smembramenti di cadaveri ed assassini alla Hannibal Lecter…. , ma tutto sembra serio, anzi è serio, quasi credibile. Credibilissimo. (però fa ridere) e sinceramente spero di strappare qualche sorriso con questo gialletto senza pretese.



GLI ASSASSINI DI CRISTO
 di Ivo Tiberio Ginevra

UNDICESIMO COMANDAMENTO (Uccidi chi non ti ama)

Autore: Elena Mearini
Editore: Perdisa Pop editore
Anno: 2011

La tramaSerena è una giovane donna che conosce il dolore e la solitudine. A soli cinque anni ha perso entrambi i genitori ed è stata cresciuta da Rinaldo, uno zio costretto ad abbandonare la carriera di pugile per occuparsi di lei. Allevata in un clima di amarezza e disperazione, Serena sposa un uomo violento, di cui subisce i maltrattamenti senza battere ciglio, perché ha deciso di portare una croce, di replicare il cammino di Cristo, le stazioni della Passione, convinta che per ogni pena subita le verrà data in premio una dose di affetto. Così Serena sopporta come un Cristo al femminile, fino a quando si accorge che la storia della croce è difettosa, che il mondo reale non concede premi e che lei ha il dovere di reagire.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Quando leggo un romanzo ho sempre una penna e sottolineo spesso le frasi che mi colpiscono particolarmente, inoltre a margine annoto diversi appunti, insomma, vivo il libro come una palestra e non come un santuario. Ieri ho fatto la stessa cosa con Undicesimo comandamento di Elena Mearini. Alla fine della lettura, avendo usato per giunta un colore rosso, mi sono accorto di averlo trasformato in un campo di battaglia. Ho praticamente segnato tutto. La conclusione per me è una sola, Undicesimo comandamento è davvero un ottimo libro. Non solo per la costruzione psicologica in se stessa, sempre accurata e precisa, ma anche e soprattutto per il suo linguaggio al singolare, conciso, pulsante, sempre poetico, di rara forza espressiva, del tutto introvabile nell’attuale panorama letterario italiano. Un esempio: “La bocca si allena a chiedere aiuto. Ma è parola troppo grande, ci sta scomoda nel palato, soffoca contro le gengive. E muore prima di essere voce.”

E così è per tutto il romanzo fin dall’incipit dotato di una gran forza drammatica, coinvolgente e sorda, che in poche righe riesce a creare un misero scenario di disarmante abbandono che inchioda alla sedia, facendo entrare il lettore nel debole cuore di una donna succube della violenza fisica e psicologica perpetrata dal marito all’interno delle sue mura domestiche: “Quando lui entra in casa io ricevo lo sfratto. Incute il timore dell’ufficiale giudiziario venuto a strapparti il tetto da sopra la testa. Il pavimento da sotto i piedi. La sua presenza mi schiaccia contro la parete. Riduce il mio corpo allo spessore dell’intonaco bianco. Mi ritrovo donna da un millimetro, spalmata alle mura e confusa al cemento. Perdo la libertà del cammino.”

La disarmante rappresentazione della violenza perpetuata ogni giorno sul fisico e sulla coscienza della povera protagonista del dramma, è descritta dalla Mearini con sconsolata forza espressiva. Il lettore è obbligato a partecipare alla tragedia domestica con l’impotenza dei deboli che oramai sono abbandonati al loro ineluttabile destino, soggiogati dal male, senza un minimo d’autostima: “Mi spoglio. Assecondo la sua convinzione come una parete fa con il suolo. Fedele al comando di non prendere iniziativa che non sia volere di fondamenta. La camicia mi cade ai piedi. È pezzo d’intonaco crollato a terra. Perdo un secondo strato con i calzoni. Cade anche l’ultimo rivestimento. Con le mutande e il reggiseno.”

La giovane Serena sottomessa ad un destino infame che l’ha privata dei suoi genitori quando era ancora una bambina, cresce con lo zio Ronaldo che per il dovere morale di farsi carico della piccola, rinunzia alla sua vita privata perdendo la donna che amava e abbandonando la carriera di pugile. L’unica conseguenza è quella di educare una sventurata bambina nell’indifferenza, nel rimpianto, e nell’alcool della sua frustrazione. E Serena cresce con un gran senso di colpa. Cresce senza un minimo d’autostima con l’inevitabile conseguenza di avere un carattere debole e sottomesso. Per questo suo marito Diego, un giovane legale sadico e deviato, la maltratta fino a renderla inerte al dolore. E lei sopporta tutto questo come un Cristo femminile, come se tutto fosse dovuto, ineluttabile e giusto per espiare quel senso di colpa di essere sopravvissuta e rimasta sola al mondo. Ma questo finché non accade un fatto straordinario. Una nuova vita sta per crescere dentro di lei. Allora una forza. Una nuova forza esclusivamente femminile, riesce a farla combattere. E quella forza di nome maternità, riesce ad operare il riscatto per il bene della giovane vita che porta in grembo. Serena reagirà, obbedendo all’undicesimo comandamento: uccidi chi non ti ama.

Questa storia triste, mirabilmente descritta con linguaggio poetico e sincopato da Elena Mearini si traduce in fine in un messaggio di speranza per tutte quelle donne vittime di violenza, e dona loro quella consapevolezza di combattere contro tutto e tutti per il diritto di una esistenza pacifica, normale e piena d’amore. Amore vero. Quello di una madre al figlio.
recensione di Ivo Tiberio Ginevra

LA TROMBA


Autore: Walter De La Mare

Editore Sellerio Editore Palermo (collana La memoria)
Anno 1993, 80 p.


Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su thrillerpages.blogspot.com

Parliamo di Walter De la Mare e in particolare di un suo piccolo racconto, La tromba (pubblicato nel 1936) di appena 50 pagine iniziando proprio dal suo esergo: Ed egli rispose… Son forse io il custode di mio fratello? (Genesi, 4, 9).

Bello, forte e soprattutto azzeccato come miglior preludio possibile per parlare dell’emblematico rapporto fra due fratellastri che finisce in tragedia.

Philip e Dick. Il primo è il figlio del pastore di una chiesa ed è legato al piccolo Dick da un fascino che lo irretisce nel bene e nel male, mirabilmente descritto in poche battute da De la Mare:

“Era una compagnia che lo irritava, a volte in modo quasi insopportabile, ma dalla quale non riusciva a svincolarsi…. … In qualche occasione, persino la vista di quel volto assorto dal naso esiguo, e dei neri occhi ora dardeggianti di vita e di ardore, ora oppressi da una imperturbabile malinconia, di quelle stesse manine leste e e di quelle minuscole orecchie aguzza, riempiva Philip di una profonda avversione. Ciò nondimeno la sua compagnia aveva un fascino singolare e imperituro… … Philip lo ammirava, lo disprezzava, ne era geloso e talvolta lo odiava con tutta l’anima.”

De la Mare, maestro nello scandagliare la psiche dei fanciulli (li troveremo, infatti, sempre fra i protagonisti delle sue opere), pagina dopo pagina inizia a coltivare l’odio e l’invidia di Philip nei confronti del fratellastro:

“Era un mistero. Se mai, in qualche rara festa o celebrazione, si doveva cantare un a solo nel minuscolo coro del paese, era Dick che lo cantava … … sebbene fosse risaputo che il pastore si vantava del valore del suo coro, Philip non riusciva a ricordarsi di una sola parola di elogio da parte di suo padre a funzione finita, nemmeno di un piccolo, enfatico colpetto sulla testa. Per quanto riguardava lui, Dick avrebbe potuto essere un sordomuto.”

L’autore inglese costruisce un efficace movente, inserendo nei meccanismi dell’odio l’inspiegabile preferenza del padre verso Dick, e lo fa per l’appunto in maniera fanciullesca, entrando nella psiche del giovanetto che non capisce perché il suo arcigno padre ha la tendenza nei confronti del fratellastro a perdonare tutto, oppure a minimizzare, quando in altri casi avrebbe fatto una tragedia. Il quadro finale ci propone un fratello maggiore, orgoglioso al punto “che neanche per un attimo riesce a dissimulare il suo senso di superiorità”, ma nel suo animo vive il rapporto con Dick sempre nel perpetuo conflitto iniziale “fra affetto, gelosia e spregio”.

Il risultato di De la Mare è quello di aver creato solo dopo poche pagine un eccellente personaggio complesso, controverso e arguto, dal quale si attende nel prosieguo della storia, un qualcosa d’indefinito che presagisce alla tragedia.

La costruzione letteraria, oramai improntata verso la rivisitazione in chiave moderna del mito di Caino e Abele, in ossequio alla migliore tradizione narrante, non tralascia ad arte, d’incanalare le simpatie del lettore sul piccolo Dick. Scavezzacollo, simpatico, intelligente, vivace, curioso, spaccone e coraggioso al tempo stesso, ma soprattutto buono e indifeso:

“…E Dick coglieva quei segreti sentimenti, espressi soltanto nel volto e nelle azioni di Philip, con la destrezza e rapidità con cui un pettirosso becca le briciole. Eppure non vi faceva mai riferimento, né sembrava ne risentisse per più di un minuto o due.”

Completata la costruzione psicologica dei due protagonisti, De la Mare non tralascia di descrivere in maniera perfetta il luogo dove si svolge l’azione, caricandolo di quella dovuta tensione ricca di mistero e suspance.

Il luogo è nell’incipit:

“La minuscola chiesa, oscuramente illuminata da una luna piena che non aveva ancora trovata una vetrata attraverso la quale i suoi raggi diretti potessero penetrare le tenebre, era deserta e silente.”

Luogo insolito. Orario inverosimile. Mezzanotte. Timori e presagi. Rabbia e terrore. Misticismo e realismo. Tranquillità da accapponare la pelle. E dentro il tempio due fanciulli. Philip e Dick, in una prova di coraggio:

"Sono venuto soltanto per gioco, e perché mi hai sfidato a farlo. La ragione per cui mi hai chiesto di venire è in realtà che tu avevi paura di stare qui da solo”.

Atmosfera e tensione descritti con il tocco del maestro:

“…e nel silenzio che, appena le loro lingue ebbero cessato di ciarlare, sommerse completamente la chiesa, stettero in ascolto, i sensi avidi del più debole sussurro. Ma la notte era senza vento e la terra gelidamente quieta nel funereo fulgore lunare.”

L’ambientazione misteriosa e mistica, dove anche gli angeli di marmo sembrano vigili nel loro letargo, con l’incalzare della storia che si dipana fra rinvii fatti ad arte e tensione accumulata, alla fine confluisce nell’irreparabile. Dick abbocca al sacrilego temerario invito di Philip di soffiare nella tromba dell’angelo al soffitto perché resusciterà i morti, e nel tentativo trova la morte schiantandosi al suolo. L’ordine naturale delle cose sembra ristabilito nella tetra chiesa dallo stesso angelo vendicatore che ha ritenuto opportuno intervenire per riportare l’edificio nella sua santità. L’istigazione cattiva di Philip, che vive con incanto il mistero religioso, invece, si è coronata con la morte del fratellastro, ma il rimorso, la colpa, iniziano fin da subito a dilaniare l’animo e la coscienza del sopravvissuto riproponendo nel rimorso, il mito di Caino e Abele:

“Dick! Dick!... Io non volevo questo. Ti giuro che non volevo questo. Non mi abbandonare…”

In conclusione leggendo il racconto “La tromba” di Walter De la Mare, da lui stesso inserito nella raccolta dei suoi racconti più belli, si resta fortemente colpiti dalla capacità dello scrittore inglese di creare con stile raffinato e poetico, una tensione crescente perfetta ed essenziale, frutto di una accentuazione del pathos fatto di rimandi, e divagazioni ricche di descrizioni accurate degli ambienti, senza tralasciare un profondo scandaglio psicologico dei personaggi. Forse in questo racconto manca una vera e propria suspence nel senso stretto del termine, come lo intendiamo noi uomini del 2012, ma la padronanza di uno stile letterario del tutto unico e irripetibile, lo collocano senza dubbio fra i migliori testi di genere del secolo scorso; indubbiamente ideale per dedicarsi all’apprendimento di quei meccanismi di perfetta narrazione da parte di chi ha deciso di intraprendere l’arte della scrittura.
recensione di Ivo Tiberio Ginevra

lunedì 27 febbraio 2012

MEGLIO NON CHIEDERE

Autore: Donald Westlake

Editore: Marco Tropea

Anno: 1996

La trama

John Dortmunder, artista del crimine e ladro di onorevole carriera, ne ha viste tante e tante ne ha fatte. Ma questa volta l’incarico che ha accettato è davvero strano: si tratta di recuperare un femore. Non uno qualunque, si capisce, ma quello che ottocento anni fa sosteneva la nobile figura di una casta giovanetta, cui toccò l’orribile sorte di essere uccisa e mangiata dai suoi familiari, e il raro privilegio di essere poi beatificata. E adesso due minuscoli paesi dell’Europa orientale si disputano quel che resta delle sacre spoglie mortali di Santa Ferghana. Il problema è che all’ONU c’è solo un posto libero e a decidere quale tra le due nazioni l’occuperà è un potente prelato cattolico. Inutile dire che il paese capace di assicurarsi la santa reliquia si troverebbe in posizione decisamente avvantaggiata. Sulle prime Dortmunder è un po’ scettico di fronte alle proposte dell’ambasciatore di uno dei due paesi, ma poi non riesce a resistere: un piccolo ritocco alla paga, ed eccolo chiamare a raccolta la sua banda di sbandati per gettarsi in questa nuova impresa che lo trascinerà nel bel mezzo di un incidente internazionale di dimensioni epiche.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

La scrittura di Westlake è semplice, diretta e scorrevole. La trama è ottimamente congegnata, con logica, sapiente e geniale. L’umorismo che verga ogni pagina non è mai invasivo ed è sempre appropriato. Tutti i personaggi sono descritti in modo singolare. Hanno un tratteggio psicologico completo, perfetto e realistico. Dortmunder (il protagonista) e la sua gang di ladri, pagina dopo pagina, ti entrano nel sangue con la loro sfortuna e con i loro elaborati piani criminali, ma più d’ogni altra cosa affascina la filosofia commerciale del furto, propria di questa banda di newyorchesi originali. Il furto che è inteso come attività imprenditoriale, gode sempre di un’organizzazione minuziosa, ma purtroppo, e qui sta il bello, la banda di Dortmunder non riesce mai ad evitare la malasorte, unica variabile costante in questa, come nelle loro altre imprese.
A Westlake va riconosciuto il merito di avere introdotto l’umorismo nel genere noir. Lui stesso nel 1965 soleva dire di non essere più capace di scrivere con la serietà propria del genere, addirittura affermava di divertirsi con le sue trovate esilaranti, e proprio questa ironia presente nel continuo pericolo che sovrasta i comportamenti della banda di ladri, rende più credibile e reali le azioni delittuose del gruppo.
Nel romanzo Meglio non chiedere tutto è ben fatto. Nessuna azione è lasciata al caso e ogni cosa ha una logica nella penna dello scrittore americano. Tutto quadra perfettamente come in un meccanismo d’alta precisione e ciò fa cogliere appieno la gran capacità narrativa di Westlake, che lo proclama di diritto fra gli scrittori più talentuosi del continente americano.
Leggere per credere.

Un personaggio del romanzo

Trascrivo un tipico passo della scrittura di Westlake, mentre presenta un personaggio; in questo caso si tratta di Tiny Bulcher uno dei protagonisti del romanzo Meglio non chiedere.
"Entrando nella stanza, Dortmunder fece un cenno con il capo all’oratore e chiuse la porta dietro di sé con il sedere. L’oratore che sembrava una collina portata in vita da una animazione elettronica, era un mostro umano – o un uomo mostruoso – chiamato Tiny (come dire microbo) Bulcher da qualcuno dotato di un umorismo macabro, o di buone gambe, oppure di entrambe le cose. In compagnia di esseri umani di misura e stazza normali, Tiny Bulcher sembrava…diverso. Ricordava alla maggioranza delle persone quella cosa che credevano vivesse di notte nel ripostiglio della loro cameretta, quando erano piccoli piccoli, e si svegliavano, ed era proprio assolutamente buio in tutta la casa, e restavano a letto sapendo di quanto fossero piccoli e la porta del ripostiglio era l’unica cosa nell’intero vasto universo che potevano vedere, e sapevano, che proprio dentro a quel ripostiglio, in quel momento, ad allungare la mano verso la maniglia, c’era… Tiny Bulcher.
“Ciao, Tiny” lo salutò Dortmunder che, attraversata la stanza per andare a sedersi al tavolo accanto a un Andy Kelp distaccato, piazzò la bottiglia di Burbon tra di loro.
“Ciao Dortmundet” rispose Tiny, con la voce simile al motore di un idrovolante con problemi alla guarnizione di tenuta. Ridacchiò un suono simile a un crocchiare di ossicini, commentando: “Mi dicono che sei andato a pesca. Solo che il pesce puzzava".
Curiosità

Il ladro Dortmunder, personaggio carismatico dei romanzi degli “ineffabili cinque” è stato interpretato in una pellicola dall’attore americano Robert Redford (The hot rock) e lo stesso Westlake fu sorpreso nell’apprendere questa notizia. In effetti, anche se non ho visto il film mi riesce difficile vedere questo premio Oscar nei panni di un delinquente avvilito, rassegnato, dall’aspetto piuttosto comune e al contempo dotato di trovate geniali. Al suo posto avrei meglio immaginato il nostro Gigi Proietti e meglio ancora il vecchio Vittorio Gassman, prototipo scassato del capobanda de I soliti ignoti. Chissà se Peppe “er Pantera” (Vittorio Gassman), Mario (Renato Salvatori), Michele “Ferribotte” (Tiberio Murgia), Tiberio (Marcello Mastroianni) e Capannelle (Carlo Pisacane), i nostri cinque del film diretto da Monicelli, chissà se non hanno ispirato le gesta degli ineffabili cinque di Westlake. Ma una cosa è sicura: per quanto la fantasia dello scrittore americano sia stata brillante ed infinita, e per quanto bravi sono stati gli attori del cinema americano, nessuno è mai riuscito a inventare un personaggio, incredibile e geniale come il nostro Dante Cruciani (Totò) mentre spiega come scassinare una cassaforte a quella scalcagnata banda del miglior cinema italiano che abbiamo avuto.
Ivo Tiberio Ginevra

martedì 14 febbraio 2012

LA SORTE



Francesco Zaffuto
Commedia in due atti

recensione di Ivo Tiberio Ginevra

La sorte è un riuscito esempio di come si coniugano in una commedia, il realismo e la metafisica fino al punto di rendere tutti i personaggi astratti e vivi al tempo stesso. Il suo messaggio, velato da ironia, proposto, infatti, sotto la forma della commedia, è drammaticamente attuale e mette in primo piano la tragedia della giustizia e del potere, proponendoci con una semplice trama, la commistione malata fra politica e magistratura, con il logico mancato rispetto dei diritti e della dignità umana.

Per raccontarci questo, l’autore sceglie uno stile semplice, addirittura essenziale, dove neanche una parola è messa a caso, dove la morale è sconfitta da un personaggio grossolano, ma potente, con chiari riferimenti al nostro ex capo del governo (Berlusconi) e ad altro ancora più ex di lui (Craxi). In questa commedia si vive il degrado dell’etica, anzi la sua stessa morte.
 
La sorte è un’eccellente opera teatrale di pubblica denunzia, sotto forma allegorica, tanto cara a Pirandello e Rosso di San Secondo, quest’ultimo compaesano del nostro Francesco Zaffuto, chiaro segno che la nostra terra continua a produrre pregevoli frutti letterari.

L'opera è integralmente fruibile in rete al link http://groviglidiparole.blogspot.com/2011/10/la-sorte.html


martedì 7 febbraio 2012

PERCHE' NO

CRISTINA ZAGARIA
EDIZIONI PERDISA POP
ANNO 2009

 
Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su thrillerpages.blogspot.com

Ho sempre avuto un’attrazione per quei libri di poche pagine che all’interno racchiudono grandi contenuti, pertanto, se da naufrago mi aggiro negli scaffali di una libreria alternativa e mi trovo dinanzi ad una copertina accattivante, con i suoi bei colori e una veste grafica ricercata, una casa editrice che è sinonimo di serietà e avanguardia, un titolo intrigante, e per finire una scrittrice che è anche una gran bella donna… resto senza nuove scelte e procedo subito all’acquisto. Eccovi spiegato come il libro di Cristina Zagaria è finito nelle mie mani con quasi tre anni di ritardo, ma in compenso Perché no, l’ho letto e riletto fra sabato e domenica.
E sono stato subito costretto a rileggerlo, perché le sue cento pagine me le sono bevute in un sorso e non ho avuto il piacere di godere appieno di tutti quei meravigliosi particolari che lo fanno un libro eccellente, insieme alla sua costruzione, semplice e concatenata al tempo stesso.
Il romanzo è ispirato da un fatto di cronaca realmente accaduto nei vicoli di Napoli (una maestra di scuola elementare è rapinata per strada da due suoi ex alunni) e tutto parte intorno alle otto di mattina, quando Daniele, un ragazzino di tredici anni del rione Sanità, decide di marinare la scuola insieme al suo coetaneo Francesco, perché devono fare una cosa importante. Devono diventare ommini. Uomini! A tredici anni. E per far questo devono compiere una rapina perché Mario ha garantito a Francesco che se il colpo va bene, ci presenta gli amici di suo padre, ci fa entrare nel sistema e cominceremo ad avere dei compiti. All’inizio poca roba, ma saremo leali, affidabili e presenti, sarà tutto in discesa. Lui dice che è un bene cominciare quando si ha la nostra età. Sono due i vantaggi. Per la legge non siamo adulti, quindi abbiamo molte più libertà e ai grandi serviamo. E poi perché, quando arrivi a diciotto anni, hai già una carriera, un curriculum, non sei l’ultimo arrivato.
Da contro altare a queste figure negative c’è la vittima, la maestra Adriana, con un marito in cassa integrazione nello stabilimento Fiat di Pomigliano D’Arco ed un padre allettato a causa di una malattia incurabile. Una vita, la sua, fatta di lavoro, affetti sinceri e sacrifici.
Perché no, è un racconto verista, dove si respira l’odore della povertà e il sapore delle espressioni dialettali, travolti da un ritmo narrativo dettagliato e intenso dato proprio dalla brevità del racconto. L’azione stessa si compie in una sola giornata, anzi, in meno delle canoniche 24 ore e questo fa aumentare di molto il pathos della lettura.
Perché no, non è solo un semplice romanzo di denunzia sociale sulla delinquenza minorile di Napoli, non è solo la storia di una rapina andata a male, ma è una radiografia completa e impietosa del malessere di una città, narrata senza alcun taglio giornalistico e soprattutto senza alcuna retorica, senza alcun canone stereotipato, senza la solita mercificazione dei problemi partenopei. Solo la storia, nuda e cruda, che ti colpisce dritta al cuore o se preferite al cervello. Che ti lascia partecipare senza aver drammatizzato il racconto, perché tutto è la lucida fotografia non del singolo fatto, non di una sola città, ma di un popolo intero, perché Napoli siamo tutti noi.
Noi non possiamo essere indifferenti a questa tragedia giornaliera e la scrittrice fa vivere il nostro disinteresse trasportandoci come personaggi all’interno della storia, ora come “una donna che stava uscendo da un fioraio, che rientra dentro”. Oppure “Poco più avanti” come “una coppia di anziani che rimane ferma sulla soglia del portone. Né dentro né fuori”. Ora “Sull’altro marciapiede” dove “vedo due signore affrettare il passo”.Oppure su “Uno scooter” che “passa a cinque centimetri da noi”. “C’è gente in giro che cammina accanto a lei”.
Indifferenza.
E peggio ancora è quando la Zagaria ci fa partecipi del dramma come “il fioraio” che “si volta e scompare nel negozio”. Oppure come “la coppia di anziani che finalmente si muove dalla soglia del portone e s’incammina verso la scuola, con la testa alta e lo sguardo fisso in avanti”.
La noncuranza signori. Ma riflettete bene su questa noncuranza. Se volete chiamatela pure indifferenza, disinteresse, insensibilità, ma non scordate che questa cosa non vive solo a Napoli.
Per finire leggo dalla biografia di Cristina Zagaria che non è napoletana, e non posso fare a meno di complimentarmi con lei, per come ha fatto parlare le strade di Napoli e soprattutto per come i suoi odori si sono trasformati in schiaffi.
Brava.
Ivo Tiberio Ginevra