martedì 20 marzo 2012

Intervista a Ivo Tiberio Ginevra su Letteratitudine new di Massimo Maugeri

Posto fedelmente l'intervista che Massimo Maugeri mi ha fatto per letteratitudine il 12 marzo 2012

 
Ivo Tiberio Ginevra ha pubblicato di recente il romanzo “Gli assassini di Cristo” (Robin, 2011).




Questa, la scheda del libro…

Un grande crocefisso, capolavoro del barocco siciliano, è stato distrutto a colpi di mazza. Al commissariato di Scrafani arriva la rivendicazione di un gruppo estremista islamico. Il fatto innesca una forte tensione tra gli scrafanesi e i mussulmani che vivono in città. Il nervosismo raggiunge il culmine quando si diffonde la notizia di un nuovo atto blasfemo ai danni di un’opera sacra custodita nella chiesa di Sant’Elena. Stavolta la notizia scatena in città una vera e propria caccia all’extracomunitario. Si innesca così un processo di omicidi, atti vandalici e ritorsioni che getta Scrafani nel caos più totale. Il commissario Falzone, il vice questore Bertolazzi e il medico legale Di Pasquale, già uniti da una lunga e profonda amicizia, si trovano costretti a fare fronte comune per risolvere un caso che sembra mettere a rischio l’integrità dell’intera città.

Ne abbiamo discusso nell’ambito di questa chiacchierata…

- Ivo, collabori a diversi siti di letteratura e a magazine letterari. Come definiresti il tuo rapporto con i libri?


Da feticista. Io i libri li tocco, li accarezzo, li sogno, li vivo, li sottolineo fino a farli diventare un campo di battaglia, li strappo, li regalo, li colleziono, li butto, li amo e soprattutto li annuso. Li annuso spesso. Mi piace aprirli, ficcarci dentro il naso, respirarli. Alle volte scelgo un libro al posto di un altro, solo perché all’annusata è risultato migliore. Ma, forse più che feticista devo essere un sommelier del libro.

- Quali sono i tre libri di cui non riusciresti a fare a meno?

Bella domanda, ma mi trovi preparato. Me la pongo spesso quando la sera sono a letto e non riesco a prendere sonno, quindi te li sparo subito e nel seguente ordine

Il primo per motivi affettivi è Il Barone rampante di Italo Calvino perché è stato il primo libro che ho letto e mi ha consacrato alla lettura e all’amore per il volo della fantasia, poi mi ricorda lo zio Ciccino che me l’ha regalato dicendomi: “Ora che sei grande e sai leggere non ti racconto più delle favole, fai da solo e vedrai che è ancora più bello”. Aveva ragione.

Il secondo è il libro che sto leggendo e questo varia sempre al momento della domanda.

Il terzo è senza dubbio l'Ulisse di Joyce. Mi serve quando non riesco a prendere sonno. Generalmente da tempo immemore non supero le 15/20 pagine a volta e per giunta sono sempre costretto a rileggere le precedenti perché le scordo. Libro consigliato per tutti gli insonni.

- Tra le altre cose ti interessi di ornitologia… mi viene in mente il romanzo “Freedom” di Franzen. L’hai letto?

No, lo sto andando a comprare, in compenso ho letto centinaia di pubblicazioni ornitologiche e sono abbonato a tutte le riviste del settore. Un libro che associo agli uccelli fin dalla mia infanzia è Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach, perché Jonathan non è un uccello comune, di una semplice razza comune. Jonothan è un uccello che ama volare e aspira ad un ideale perfetto di libertà. Per quello in cui crede è disposto a sacrificarsi e ci riesce. Il gabbiano Jonathan Livingston mi piace perché è un uomo perfetto.

- Hai pubblicato il romanzo “Gli assassini di Cristo”. Come nasce? Quale, la fonte di ispirazione (ammesso che ci sia stata)?

C’è stato un periodo che ovunque volgessi lo sguardo trovavo nelle chiese sempre un Cristo insanguinato, o una Madonna addolorata con i suoi bei pugnali piantati nel petto, o qualche santo decollato, o senza occhi, o semplicemente pieno di frecce. Solo e sempre dipinti o statue in policromia di un Cristo rappresentato nella più misera umiliazione e sofferenza. Insomma una pacchiana spettacolarizzazione del dolore spesso rappresentato in forme artistiche piuttosto scadenti … e io da cristiano mi trovavo abbastanza a disagio. Allora mi domandai: “E un islamico, come vivrebbe tutto questo?” Da quel momento in poi cominciarono le mie elucubrazioni mentali fino ad arrivare alla prima stesura del libro.

- Come descriveresti il commissario Falzone a un potenziale lettore del tuo libro?

Falzone è un uomo comune. Un uomo che vive nel suo tempo con tutte le necessità e contraddizioni del giorno d’oggi. È solo, è divorziato. Vive il dramma dei padri separati che non possono veder crescere i figli ogni giorno. Vive in un ambiente di lavoro realistico con colleghi normali e situazioni reali. Nessun supereroe, ma gente concreta, che magari non arriva a fine mese con il suo stipendio, che rischia la vita per 1.300 euro al mese, che non viene mai meno al suo dovere. Vive nella gioia e nel dolore. Semplicemente vive.

- La Sicilia ha una storia di grandi confluenze culturali, anche per via delle dominazioni che si sono avvicendate. Uno dei temi del tuo romanzo riguarda la convivenza delle comunità islamiche nel nostro territorio. Cosa pensi a riguardo?

La nostra società, oramai anche nelle sue realtà periferiche, deve iniziare a risolvere i problemi dovuti all’integrazione razziale e religiosa. I problemi sono oramai sotto gli occhi di tutti e ripeto, devono essere risolti, perché il malessere vissuto da entrambe le parti, porta soltanto al rifiuto del nuovo e dell’altro. E bisogna far presto per evitare che una crescente intolleranza, l’ottusa preconcettualità, l’arroganza e la miseria umana, possano tradursi in una sola parola: Odio. Odio in tutte le forme, ma soprattutto in ciò che è diverso da noi. Non scordiamo che dall’odio, nasce solo l’odio (pertanto credo che le stesse tragiche paradossali situazioni che tratto nel mio libro, alla fine potrebbero anche avverarsi). Io credo solo che è necessario risolvere il problema al più presto favorendo l’integrazione, ma a patto che si operi con la certezza assoluta che la vita merita il dovuto rispetto e che tutti devono essere trattati con dignità indipendentemente dalla religione e dal colore della pelle.

L’anno scorso ho letto un libro di Alessandro Perissinotto dal titolo Semina il vento. Se avete a cuore questo problema, vi consiglio di leggerlo perché tratta il tema dell’integrazione religiosa fino ad elevarlo a memorabile lezione di vita.

- Hai altri libri nel cassetto?

Per giugno pubblicheranno un mio racconto in una antologia insieme a scrittori di razza, veri e tosti, mentre a novembre uscirà in libreria Sicily crime, il secondo episodio della serie Falzone & C. dove ho voluto prendere in giro tutti i poliziotti patinati e perfetti che sono importati dall’America con un conio dozzinale e lussuosamente confezionati per essere serviti nei supermercati della cultura. Mi è piaciuto contrapporre alla loro tecnologia all’avanguardia, quella classica e reale di un qualunque commissariato di Sicilia. Contrapporre al loro modo accademico e perfetto di esprimersi, quello tipico da caserma farcito di parolacce ed al contempo reale, insomma, ho voluto contrapporre ai super esperti poliziotti americani, belli, tipici, colti e fighi, quattro coscienziosi sbirri pieni dei problemi reali di uomini comuni, con nevrosi dettate da trasferimento, divorzio, malattie ecc. Ero rapito dall’idea di ridicolizzare il perfetto modo d’indagine supertecnologico alla CSI fatto di torce, pennellini, computer, polverine ecc. ecc. e al contempo volevo deridere quello arruffone e lontanamente scientifico che in realtà vige in casa nostra, cercando di non far capire che si trattava di una presa in giro per tutti, e in particolar modo per i serial killer e per gli stessi accaniti lettori americanizzati, sempre alla ricerca di truci smembramenti di cadaveri ed assassini alla Hannibal Lecter…. , ma tutto sembra serio, anzi è serio, quasi credibile. Credibilissimo. (però fa ridere) e sinceramente spero di strappare qualche sorriso con questo gialletto senza pretese.



GLI ASSASSINI DI CRISTO
 di Ivo Tiberio Ginevra

UNDICESIMO COMANDAMENTO (Uccidi chi non ti ama)

Autore: Elena Mearini
Editore: Perdisa Pop editore
Anno: 2011

La tramaSerena è una giovane donna che conosce il dolore e la solitudine. A soli cinque anni ha perso entrambi i genitori ed è stata cresciuta da Rinaldo, uno zio costretto ad abbandonare la carriera di pugile per occuparsi di lei. Allevata in un clima di amarezza e disperazione, Serena sposa un uomo violento, di cui subisce i maltrattamenti senza battere ciglio, perché ha deciso di portare una croce, di replicare il cammino di Cristo, le stazioni della Passione, convinta che per ogni pena subita le verrà data in premio una dose di affetto. Così Serena sopporta come un Cristo al femminile, fino a quando si accorge che la storia della croce è difettosa, che il mondo reale non concede premi e che lei ha il dovere di reagire.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Quando leggo un romanzo ho sempre una penna e sottolineo spesso le frasi che mi colpiscono particolarmente, inoltre a margine annoto diversi appunti, insomma, vivo il libro come una palestra e non come un santuario. Ieri ho fatto la stessa cosa con Undicesimo comandamento di Elena Mearini. Alla fine della lettura, avendo usato per giunta un colore rosso, mi sono accorto di averlo trasformato in un campo di battaglia. Ho praticamente segnato tutto. La conclusione per me è una sola, Undicesimo comandamento è davvero un ottimo libro. Non solo per la costruzione psicologica in se stessa, sempre accurata e precisa, ma anche e soprattutto per il suo linguaggio al singolare, conciso, pulsante, sempre poetico, di rara forza espressiva, del tutto introvabile nell’attuale panorama letterario italiano. Un esempio: “La bocca si allena a chiedere aiuto. Ma è parola troppo grande, ci sta scomoda nel palato, soffoca contro le gengive. E muore prima di essere voce.”

E così è per tutto il romanzo fin dall’incipit dotato di una gran forza drammatica, coinvolgente e sorda, che in poche righe riesce a creare un misero scenario di disarmante abbandono che inchioda alla sedia, facendo entrare il lettore nel debole cuore di una donna succube della violenza fisica e psicologica perpetrata dal marito all’interno delle sue mura domestiche: “Quando lui entra in casa io ricevo lo sfratto. Incute il timore dell’ufficiale giudiziario venuto a strapparti il tetto da sopra la testa. Il pavimento da sotto i piedi. La sua presenza mi schiaccia contro la parete. Riduce il mio corpo allo spessore dell’intonaco bianco. Mi ritrovo donna da un millimetro, spalmata alle mura e confusa al cemento. Perdo la libertà del cammino.”

La disarmante rappresentazione della violenza perpetuata ogni giorno sul fisico e sulla coscienza della povera protagonista del dramma, è descritta dalla Mearini con sconsolata forza espressiva. Il lettore è obbligato a partecipare alla tragedia domestica con l’impotenza dei deboli che oramai sono abbandonati al loro ineluttabile destino, soggiogati dal male, senza un minimo d’autostima: “Mi spoglio. Assecondo la sua convinzione come una parete fa con il suolo. Fedele al comando di non prendere iniziativa che non sia volere di fondamenta. La camicia mi cade ai piedi. È pezzo d’intonaco crollato a terra. Perdo un secondo strato con i calzoni. Cade anche l’ultimo rivestimento. Con le mutande e il reggiseno.”

La giovane Serena sottomessa ad un destino infame che l’ha privata dei suoi genitori quando era ancora una bambina, cresce con lo zio Ronaldo che per il dovere morale di farsi carico della piccola, rinunzia alla sua vita privata perdendo la donna che amava e abbandonando la carriera di pugile. L’unica conseguenza è quella di educare una sventurata bambina nell’indifferenza, nel rimpianto, e nell’alcool della sua frustrazione. E Serena cresce con un gran senso di colpa. Cresce senza un minimo d’autostima con l’inevitabile conseguenza di avere un carattere debole e sottomesso. Per questo suo marito Diego, un giovane legale sadico e deviato, la maltratta fino a renderla inerte al dolore. E lei sopporta tutto questo come un Cristo femminile, come se tutto fosse dovuto, ineluttabile e giusto per espiare quel senso di colpa di essere sopravvissuta e rimasta sola al mondo. Ma questo finché non accade un fatto straordinario. Una nuova vita sta per crescere dentro di lei. Allora una forza. Una nuova forza esclusivamente femminile, riesce a farla combattere. E quella forza di nome maternità, riesce ad operare il riscatto per il bene della giovane vita che porta in grembo. Serena reagirà, obbedendo all’undicesimo comandamento: uccidi chi non ti ama.

Questa storia triste, mirabilmente descritta con linguaggio poetico e sincopato da Elena Mearini si traduce in fine in un messaggio di speranza per tutte quelle donne vittime di violenza, e dona loro quella consapevolezza di combattere contro tutto e tutti per il diritto di una esistenza pacifica, normale e piena d’amore. Amore vero. Quello di una madre al figlio.
recensione di Ivo Tiberio Ginevra

LA TROMBA


Autore: Walter De La Mare

Editore Sellerio Editore Palermo (collana La memoria)
Anno 1993, 80 p.


Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su thrillerpages.blogspot.com

Parliamo di Walter De la Mare e in particolare di un suo piccolo racconto, La tromba (pubblicato nel 1936) di appena 50 pagine iniziando proprio dal suo esergo: Ed egli rispose… Son forse io il custode di mio fratello? (Genesi, 4, 9).

Bello, forte e soprattutto azzeccato come miglior preludio possibile per parlare dell’emblematico rapporto fra due fratellastri che finisce in tragedia.

Philip e Dick. Il primo è il figlio del pastore di una chiesa ed è legato al piccolo Dick da un fascino che lo irretisce nel bene e nel male, mirabilmente descritto in poche battute da De la Mare:

“Era una compagnia che lo irritava, a volte in modo quasi insopportabile, ma dalla quale non riusciva a svincolarsi…. … In qualche occasione, persino la vista di quel volto assorto dal naso esiguo, e dei neri occhi ora dardeggianti di vita e di ardore, ora oppressi da una imperturbabile malinconia, di quelle stesse manine leste e e di quelle minuscole orecchie aguzza, riempiva Philip di una profonda avversione. Ciò nondimeno la sua compagnia aveva un fascino singolare e imperituro… … Philip lo ammirava, lo disprezzava, ne era geloso e talvolta lo odiava con tutta l’anima.”

De la Mare, maestro nello scandagliare la psiche dei fanciulli (li troveremo, infatti, sempre fra i protagonisti delle sue opere), pagina dopo pagina inizia a coltivare l’odio e l’invidia di Philip nei confronti del fratellastro:

“Era un mistero. Se mai, in qualche rara festa o celebrazione, si doveva cantare un a solo nel minuscolo coro del paese, era Dick che lo cantava … … sebbene fosse risaputo che il pastore si vantava del valore del suo coro, Philip non riusciva a ricordarsi di una sola parola di elogio da parte di suo padre a funzione finita, nemmeno di un piccolo, enfatico colpetto sulla testa. Per quanto riguardava lui, Dick avrebbe potuto essere un sordomuto.”

L’autore inglese costruisce un efficace movente, inserendo nei meccanismi dell’odio l’inspiegabile preferenza del padre verso Dick, e lo fa per l’appunto in maniera fanciullesca, entrando nella psiche del giovanetto che non capisce perché il suo arcigno padre ha la tendenza nei confronti del fratellastro a perdonare tutto, oppure a minimizzare, quando in altri casi avrebbe fatto una tragedia. Il quadro finale ci propone un fratello maggiore, orgoglioso al punto “che neanche per un attimo riesce a dissimulare il suo senso di superiorità”, ma nel suo animo vive il rapporto con Dick sempre nel perpetuo conflitto iniziale “fra affetto, gelosia e spregio”.

Il risultato di De la Mare è quello di aver creato solo dopo poche pagine un eccellente personaggio complesso, controverso e arguto, dal quale si attende nel prosieguo della storia, un qualcosa d’indefinito che presagisce alla tragedia.

La costruzione letteraria, oramai improntata verso la rivisitazione in chiave moderna del mito di Caino e Abele, in ossequio alla migliore tradizione narrante, non tralascia ad arte, d’incanalare le simpatie del lettore sul piccolo Dick. Scavezzacollo, simpatico, intelligente, vivace, curioso, spaccone e coraggioso al tempo stesso, ma soprattutto buono e indifeso:

“…E Dick coglieva quei segreti sentimenti, espressi soltanto nel volto e nelle azioni di Philip, con la destrezza e rapidità con cui un pettirosso becca le briciole. Eppure non vi faceva mai riferimento, né sembrava ne risentisse per più di un minuto o due.”

Completata la costruzione psicologica dei due protagonisti, De la Mare non tralascia di descrivere in maniera perfetta il luogo dove si svolge l’azione, caricandolo di quella dovuta tensione ricca di mistero e suspance.

Il luogo è nell’incipit:

“La minuscola chiesa, oscuramente illuminata da una luna piena che non aveva ancora trovata una vetrata attraverso la quale i suoi raggi diretti potessero penetrare le tenebre, era deserta e silente.”

Luogo insolito. Orario inverosimile. Mezzanotte. Timori e presagi. Rabbia e terrore. Misticismo e realismo. Tranquillità da accapponare la pelle. E dentro il tempio due fanciulli. Philip e Dick, in una prova di coraggio:

"Sono venuto soltanto per gioco, e perché mi hai sfidato a farlo. La ragione per cui mi hai chiesto di venire è in realtà che tu avevi paura di stare qui da solo”.

Atmosfera e tensione descritti con il tocco del maestro:

“…e nel silenzio che, appena le loro lingue ebbero cessato di ciarlare, sommerse completamente la chiesa, stettero in ascolto, i sensi avidi del più debole sussurro. Ma la notte era senza vento e la terra gelidamente quieta nel funereo fulgore lunare.”

L’ambientazione misteriosa e mistica, dove anche gli angeli di marmo sembrano vigili nel loro letargo, con l’incalzare della storia che si dipana fra rinvii fatti ad arte e tensione accumulata, alla fine confluisce nell’irreparabile. Dick abbocca al sacrilego temerario invito di Philip di soffiare nella tromba dell’angelo al soffitto perché resusciterà i morti, e nel tentativo trova la morte schiantandosi al suolo. L’ordine naturale delle cose sembra ristabilito nella tetra chiesa dallo stesso angelo vendicatore che ha ritenuto opportuno intervenire per riportare l’edificio nella sua santità. L’istigazione cattiva di Philip, che vive con incanto il mistero religioso, invece, si è coronata con la morte del fratellastro, ma il rimorso, la colpa, iniziano fin da subito a dilaniare l’animo e la coscienza del sopravvissuto riproponendo nel rimorso, il mito di Caino e Abele:

“Dick! Dick!... Io non volevo questo. Ti giuro che non volevo questo. Non mi abbandonare…”

In conclusione leggendo il racconto “La tromba” di Walter De la Mare, da lui stesso inserito nella raccolta dei suoi racconti più belli, si resta fortemente colpiti dalla capacità dello scrittore inglese di creare con stile raffinato e poetico, una tensione crescente perfetta ed essenziale, frutto di una accentuazione del pathos fatto di rimandi, e divagazioni ricche di descrizioni accurate degli ambienti, senza tralasciare un profondo scandaglio psicologico dei personaggi. Forse in questo racconto manca una vera e propria suspence nel senso stretto del termine, come lo intendiamo noi uomini del 2012, ma la padronanza di uno stile letterario del tutto unico e irripetibile, lo collocano senza dubbio fra i migliori testi di genere del secolo scorso; indubbiamente ideale per dedicarsi all’apprendimento di quei meccanismi di perfetta narrazione da parte di chi ha deciso di intraprendere l’arte della scrittura.
recensione di Ivo Tiberio Ginevra

lunedì 27 febbraio 2012

MEGLIO NON CHIEDERE

Autore: Donald Westlake

Editore: Marco Tropea

Anno: 1996

La trama

John Dortmunder, artista del crimine e ladro di onorevole carriera, ne ha viste tante e tante ne ha fatte. Ma questa volta l’incarico che ha accettato è davvero strano: si tratta di recuperare un femore. Non uno qualunque, si capisce, ma quello che ottocento anni fa sosteneva la nobile figura di una casta giovanetta, cui toccò l’orribile sorte di essere uccisa e mangiata dai suoi familiari, e il raro privilegio di essere poi beatificata. E adesso due minuscoli paesi dell’Europa orientale si disputano quel che resta delle sacre spoglie mortali di Santa Ferghana. Il problema è che all’ONU c’è solo un posto libero e a decidere quale tra le due nazioni l’occuperà è un potente prelato cattolico. Inutile dire che il paese capace di assicurarsi la santa reliquia si troverebbe in posizione decisamente avvantaggiata. Sulle prime Dortmunder è un po’ scettico di fronte alle proposte dell’ambasciatore di uno dei due paesi, ma poi non riesce a resistere: un piccolo ritocco alla paga, ed eccolo chiamare a raccolta la sua banda di sbandati per gettarsi in questa nuova impresa che lo trascinerà nel bel mezzo di un incidente internazionale di dimensioni epiche.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

La scrittura di Westlake è semplice, diretta e scorrevole. La trama è ottimamente congegnata, con logica, sapiente e geniale. L’umorismo che verga ogni pagina non è mai invasivo ed è sempre appropriato. Tutti i personaggi sono descritti in modo singolare. Hanno un tratteggio psicologico completo, perfetto e realistico. Dortmunder (il protagonista) e la sua gang di ladri, pagina dopo pagina, ti entrano nel sangue con la loro sfortuna e con i loro elaborati piani criminali, ma più d’ogni altra cosa affascina la filosofia commerciale del furto, propria di questa banda di newyorchesi originali. Il furto che è inteso come attività imprenditoriale, gode sempre di un’organizzazione minuziosa, ma purtroppo, e qui sta il bello, la banda di Dortmunder non riesce mai ad evitare la malasorte, unica variabile costante in questa, come nelle loro altre imprese.
A Westlake va riconosciuto il merito di avere introdotto l’umorismo nel genere noir. Lui stesso nel 1965 soleva dire di non essere più capace di scrivere con la serietà propria del genere, addirittura affermava di divertirsi con le sue trovate esilaranti, e proprio questa ironia presente nel continuo pericolo che sovrasta i comportamenti della banda di ladri, rende più credibile e reali le azioni delittuose del gruppo.
Nel romanzo Meglio non chiedere tutto è ben fatto. Nessuna azione è lasciata al caso e ogni cosa ha una logica nella penna dello scrittore americano. Tutto quadra perfettamente come in un meccanismo d’alta precisione e ciò fa cogliere appieno la gran capacità narrativa di Westlake, che lo proclama di diritto fra gli scrittori più talentuosi del continente americano.
Leggere per credere.

Un personaggio del romanzo

Trascrivo un tipico passo della scrittura di Westlake, mentre presenta un personaggio; in questo caso si tratta di Tiny Bulcher uno dei protagonisti del romanzo Meglio non chiedere.
"Entrando nella stanza, Dortmunder fece un cenno con il capo all’oratore e chiuse la porta dietro di sé con il sedere. L’oratore che sembrava una collina portata in vita da una animazione elettronica, era un mostro umano – o un uomo mostruoso – chiamato Tiny (come dire microbo) Bulcher da qualcuno dotato di un umorismo macabro, o di buone gambe, oppure di entrambe le cose. In compagnia di esseri umani di misura e stazza normali, Tiny Bulcher sembrava…diverso. Ricordava alla maggioranza delle persone quella cosa che credevano vivesse di notte nel ripostiglio della loro cameretta, quando erano piccoli piccoli, e si svegliavano, ed era proprio assolutamente buio in tutta la casa, e restavano a letto sapendo di quanto fossero piccoli e la porta del ripostiglio era l’unica cosa nell’intero vasto universo che potevano vedere, e sapevano, che proprio dentro a quel ripostiglio, in quel momento, ad allungare la mano verso la maniglia, c’era… Tiny Bulcher.
“Ciao, Tiny” lo salutò Dortmunder che, attraversata la stanza per andare a sedersi al tavolo accanto a un Andy Kelp distaccato, piazzò la bottiglia di Burbon tra di loro.
“Ciao Dortmundet” rispose Tiny, con la voce simile al motore di un idrovolante con problemi alla guarnizione di tenuta. Ridacchiò un suono simile a un crocchiare di ossicini, commentando: “Mi dicono che sei andato a pesca. Solo che il pesce puzzava".
Curiosità

Il ladro Dortmunder, personaggio carismatico dei romanzi degli “ineffabili cinque” è stato interpretato in una pellicola dall’attore americano Robert Redford (The hot rock) e lo stesso Westlake fu sorpreso nell’apprendere questa notizia. In effetti, anche se non ho visto il film mi riesce difficile vedere questo premio Oscar nei panni di un delinquente avvilito, rassegnato, dall’aspetto piuttosto comune e al contempo dotato di trovate geniali. Al suo posto avrei meglio immaginato il nostro Gigi Proietti e meglio ancora il vecchio Vittorio Gassman, prototipo scassato del capobanda de I soliti ignoti. Chissà se Peppe “er Pantera” (Vittorio Gassman), Mario (Renato Salvatori), Michele “Ferribotte” (Tiberio Murgia), Tiberio (Marcello Mastroianni) e Capannelle (Carlo Pisacane), i nostri cinque del film diretto da Monicelli, chissà se non hanno ispirato le gesta degli ineffabili cinque di Westlake. Ma una cosa è sicura: per quanto la fantasia dello scrittore americano sia stata brillante ed infinita, e per quanto bravi sono stati gli attori del cinema americano, nessuno è mai riuscito a inventare un personaggio, incredibile e geniale come il nostro Dante Cruciani (Totò) mentre spiega come scassinare una cassaforte a quella scalcagnata banda del miglior cinema italiano che abbiamo avuto.
Ivo Tiberio Ginevra

martedì 14 febbraio 2012

LA SORTE



Francesco Zaffuto
Commedia in due atti

recensione di Ivo Tiberio Ginevra

La sorte è un riuscito esempio di come si coniugano in una commedia, il realismo e la metafisica fino al punto di rendere tutti i personaggi astratti e vivi al tempo stesso. Il suo messaggio, velato da ironia, proposto, infatti, sotto la forma della commedia, è drammaticamente attuale e mette in primo piano la tragedia della giustizia e del potere, proponendoci con una semplice trama, la commistione malata fra politica e magistratura, con il logico mancato rispetto dei diritti e della dignità umana.

Per raccontarci questo, l’autore sceglie uno stile semplice, addirittura essenziale, dove neanche una parola è messa a caso, dove la morale è sconfitta da un personaggio grossolano, ma potente, con chiari riferimenti al nostro ex capo del governo (Berlusconi) e ad altro ancora più ex di lui (Craxi). In questa commedia si vive il degrado dell’etica, anzi la sua stessa morte.
 
La sorte è un’eccellente opera teatrale di pubblica denunzia, sotto forma allegorica, tanto cara a Pirandello e Rosso di San Secondo, quest’ultimo compaesano del nostro Francesco Zaffuto, chiaro segno che la nostra terra continua a produrre pregevoli frutti letterari.

L'opera è integralmente fruibile in rete al link http://groviglidiparole.blogspot.com/2011/10/la-sorte.html


martedì 7 febbraio 2012

PERCHE' NO

CRISTINA ZAGARIA
EDIZIONI PERDISA POP
ANNO 2009

 
Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su thrillerpages.blogspot.com

Ho sempre avuto un’attrazione per quei libri di poche pagine che all’interno racchiudono grandi contenuti, pertanto, se da naufrago mi aggiro negli scaffali di una libreria alternativa e mi trovo dinanzi ad una copertina accattivante, con i suoi bei colori e una veste grafica ricercata, una casa editrice che è sinonimo di serietà e avanguardia, un titolo intrigante, e per finire una scrittrice che è anche una gran bella donna… resto senza nuove scelte e procedo subito all’acquisto. Eccovi spiegato come il libro di Cristina Zagaria è finito nelle mie mani con quasi tre anni di ritardo, ma in compenso Perché no, l’ho letto e riletto fra sabato e domenica.
E sono stato subito costretto a rileggerlo, perché le sue cento pagine me le sono bevute in un sorso e non ho avuto il piacere di godere appieno di tutti quei meravigliosi particolari che lo fanno un libro eccellente, insieme alla sua costruzione, semplice e concatenata al tempo stesso.
Il romanzo è ispirato da un fatto di cronaca realmente accaduto nei vicoli di Napoli (una maestra di scuola elementare è rapinata per strada da due suoi ex alunni) e tutto parte intorno alle otto di mattina, quando Daniele, un ragazzino di tredici anni del rione Sanità, decide di marinare la scuola insieme al suo coetaneo Francesco, perché devono fare una cosa importante. Devono diventare ommini. Uomini! A tredici anni. E per far questo devono compiere una rapina perché Mario ha garantito a Francesco che se il colpo va bene, ci presenta gli amici di suo padre, ci fa entrare nel sistema e cominceremo ad avere dei compiti. All’inizio poca roba, ma saremo leali, affidabili e presenti, sarà tutto in discesa. Lui dice che è un bene cominciare quando si ha la nostra età. Sono due i vantaggi. Per la legge non siamo adulti, quindi abbiamo molte più libertà e ai grandi serviamo. E poi perché, quando arrivi a diciotto anni, hai già una carriera, un curriculum, non sei l’ultimo arrivato.
Da contro altare a queste figure negative c’è la vittima, la maestra Adriana, con un marito in cassa integrazione nello stabilimento Fiat di Pomigliano D’Arco ed un padre allettato a causa di una malattia incurabile. Una vita, la sua, fatta di lavoro, affetti sinceri e sacrifici.
Perché no, è un racconto verista, dove si respira l’odore della povertà e il sapore delle espressioni dialettali, travolti da un ritmo narrativo dettagliato e intenso dato proprio dalla brevità del racconto. L’azione stessa si compie in una sola giornata, anzi, in meno delle canoniche 24 ore e questo fa aumentare di molto il pathos della lettura.
Perché no, non è solo un semplice romanzo di denunzia sociale sulla delinquenza minorile di Napoli, non è solo la storia di una rapina andata a male, ma è una radiografia completa e impietosa del malessere di una città, narrata senza alcun taglio giornalistico e soprattutto senza alcuna retorica, senza alcun canone stereotipato, senza la solita mercificazione dei problemi partenopei. Solo la storia, nuda e cruda, che ti colpisce dritta al cuore o se preferite al cervello. Che ti lascia partecipare senza aver drammatizzato il racconto, perché tutto è la lucida fotografia non del singolo fatto, non di una sola città, ma di un popolo intero, perché Napoli siamo tutti noi.
Noi non possiamo essere indifferenti a questa tragedia giornaliera e la scrittrice fa vivere il nostro disinteresse trasportandoci come personaggi all’interno della storia, ora come “una donna che stava uscendo da un fioraio, che rientra dentro”. Oppure “Poco più avanti” come “una coppia di anziani che rimane ferma sulla soglia del portone. Né dentro né fuori”. Ora “Sull’altro marciapiede” dove “vedo due signore affrettare il passo”.Oppure su “Uno scooter” che “passa a cinque centimetri da noi”. “C’è gente in giro che cammina accanto a lei”.
Indifferenza.
E peggio ancora è quando la Zagaria ci fa partecipi del dramma come “il fioraio” che “si volta e scompare nel negozio”. Oppure come “la coppia di anziani che finalmente si muove dalla soglia del portone e s’incammina verso la scuola, con la testa alta e lo sguardo fisso in avanti”.
La noncuranza signori. Ma riflettete bene su questa noncuranza. Se volete chiamatela pure indifferenza, disinteresse, insensibilità, ma non scordate che questa cosa non vive solo a Napoli.
Per finire leggo dalla biografia di Cristina Zagaria che non è napoletana, e non posso fare a meno di complimentarmi con lei, per come ha fatto parlare le strade di Napoli e soprattutto per come i suoi odori si sono trasformati in schiaffi.
Brava.
Ivo Tiberio Ginevra

TU SEI IL MALE

Roberto Costantini

Marsilio Editore

Anno 2011


RECENSIONE DI IVO TIBERIO GINEVRA
pubblita su www.thrillercafe.it

Io sono sicuramente una delle ultime voci che si aggiunge al coro di lodi a Roberto Costantini, pertanto, visto che pubblico e critica sono unanimemente d’accordo, scrivo una semplice recensione focalizzando quelle che secondo me sono le caratteristiche migliori espresse dallo scrittore.
Tu sei il male è un ottimo romanzo. La costruzione è perfetta. La trama gialla buona. La scrittura fluida. Il tratteggio dei personaggi ed in particolare del protagonista, il commissario di PS Michele Balistreri, è davvero eccellente. L’ambientazione nelle due Italie del 1982 e del 2006 molto accurata. In sintesi un gran bel romanzo, che forse per diventare indimenticabile, avrebbe dovuto avere, una sfoltita di almeno un centinaio di pagine per evitare un calo di tensione nella parte centrale del romanzo (troppi personaggi e troppe fila da riannodare soprattutto nel finale).
Personalmente credo che il successo stia tutto nella bravura di Costantini che ci ha saputo far vivere, tramite una lucida analisi psicologica, la trasformazione del protagonista; da strafottente, cinico, superficiale, erotomane e arrivista giovane commissario di polizia, ma del tutto insensibile al fascino dei potenti, a quello depresso, solitario, calcolatore, onesto ed anche malato, senza dubbio più terreno, comprensibile e vicino alla realtà dei nostri giorni. Non era facile rendere partecipe il lettore di questa metamorfosi, e l’operazione è perfettamente riuscita. Per far questo Costantini ha dovuto curare l’ambientazione della Roma dell’82 e di quella successiva del 2006, collegandole ai trionfi della nazionale di calcio in coppa del mondo. Da queste due Italie viene fuori la minuziosa foto di una civiltà impietosa e arrogante. Razzista e servile. Arruffona, bigotta e potente nei giochi di palazzo. Mirabilmente descritta e vissuta da un Balistreri che è uomo del nostro tempo, in particolare dei cinquantenni.
Una cosa è certa: il commissario Michele Balistreri, con un solo romanzo, è entrato con prepotenza a far parte di quelle mitiche figure di commissari del nostro immaginario collettivo, le cui gesta aspetteremo con impazienza, ma con un deciso calo di pagine, perché 700, sono decisamente troppe per un giallo/thriller.
Una curiosità. Mi sono accorto, da gran malato di football nazionale e internazionale, che quasi tutti i personaggi del romanzo portano il nome di calciatori noti e meno noti dei vari campionati di calcio. Un esempio? Hagi, Mircea, Lacatus, Lato, Florean, Iordanescu, Floris, Vasile, Marius, Greg, Orlandi, Alessandrini, Pasquali, eccetera eccetera. Addirittura uno di questi si chiama Geoana, che nel contesto del discorso cela, magari una fede calcistica nel Genoa. Ora mi dico: Sarà una semplice coincidenza? Saranno messaggi subliminali? O forse la realtà è che noi giallisti ci stiamo amminchiando il cervello a furia di cercare sempre un indizio nascosto?
Ivo Tiberio Ginevra

Trama

Roma, 11 luglio 1982. La sera della vittoria italiana al Mundial spagnolo Elisa Sordi, giovane impiegata di una società immobiliare del Vaticano, scompare nel nulla. L’inchiesta viene affidata a Michele Balistreri, giovane commissario di Polizia dal passato oscuro. Arrogante e svogliato, Balistreri prende sottogamba il caso, e solo quando il corpo di Elisa viene ritrovato sul greto del Tevere si butta a capofitto nelle indagini. Qualcosa però va storto e il delitto rimarrà insoluto.
Roma, 6 luglio 2006. Mentre gli azzurri battono la Francia ai Mondiali di Germania, Giovanna Sordi, madre di Elisa, si uccide gettandosi dal balcone. Il commissario Balistreri, ora a capo della Sezione Speciale Stranieri della Capitale, tiene a bada i propri demoni a forza di antidepressivi. Il suicidio dell’anziana donna alimenta i suoi rimorsi, spingendolo a riaprire l’inchiesta.
Ma rendere finalmente giustizia a Elisa Sordi dopo ventiquattro anni avrà un prezzo ben più alto del previsto. Balistreri dovrà portare alla luce una verità infinitamente peggiore del cumulo di menzogne sotto cui è sepolta, e affrontare un Male elusivo quanto tenace, che ha molteplici volti uno più spaventoso dell’altro.

giovedì 26 gennaio 2012

I materiali del killer


Gianni Biondillo
Casa editrice Guanda
Anno 2011

recensione di Ivo Tiberio Ginevra pubblicata su www.thrillercafe.it
Lo dico senza mezzi termini perché voglio essere abbastanza chiaro, I materiali del killer di Gianni Biondillo è uno dei migliori romanzi pubblicati da autori italiani nel 2011, e non mi riferisco solo a letteratura del “genere giallo”, ma anche a quella con la “L” maiuscola.
Mi rattrista molto il pensiero che parecchi appassionati giallisti non abbiano colto l’innovazione messa in opera da Biondillo, che con I materiali del killer eleva la minore e bistrattata categoria del romanzo di genere, a romanzo di qualità, riuscendo a trattare nell’arco di 360 pagine, tematiche di grande spessore attuale e culturale, il tutto con un linguaggio fresco, schietto, ironico, decisamente personale e senza mai abbandonare la trama gialla con la sua azione.
I materiali del killer, pertanto, deve essere letto con una mentalità aperta al rinnovamento, uscendo dalla gabbia della trama e della ricerca di un colpevole a tutti i costi. Accostatevi alla lettura con l’intento di studiare un nuovo linguaggio sperimentale riflettendo sui mutamenti cui va incontro la nostra società contemporanea. Biondillo, alla fine, non ha fatto altro di far capire che non può essere narrato un bel nulla se estrapolato dalla realtà globalizzata nella quale siamo immersi, e non tace affatto su alcuni fenomeni sociali che vanno denunziati e approfonditi, come la condizione degli stranieri e dei rom che servono alla nostra classe politica ai soli fini elettorali, pubblicitari o propagandistici. Anche la globalizzazione criminale che indifferente calpesta i diritti dei più deboli nel silenzio convivente della civiltà democratica è una grande risorsa di questo romanzo.
A mio parere è giusto narrare, seppur in forma romanzata, delle tragedie del terzo mondo spazzato dai luridi interessi della nostra criminalità d’esportazione, e addirittura è più che doveroso per far capire le dinamiche affaristiche e la portata di questa condotta delittuosa in quel grande serbatoio che è il continente africano.
E’ giusto ricordare che a diverse centinaia di chilometri dal nostro bel paese, si combatte un guerra giornaliera per la sopravvivenza, dove i deboli sono vessati da guerre combattute da eserciti di mercenari e predoni che altro obiettivo non hanno se non affamare, depredare e uccidere. È giusto ricordare che da questo dramma giornaliero nasce il fenomeno dell’immigrazione clandestina. È giusto ricordare che da questa legittima aspettativa di vita costantemente infranta dall’indifferenza dell’occidente e dal profitto delle bande criminali, nasce quell’immorale traffico di esseri umani, capace di calpestare con freddezza la vita umana, trattandola alla stessa stregua della merce avariata. Andata a male.
Se non riuscite a comprendere, commuovervi o immedesimarvi in questa tragedia, che dal Biondillo viene sempre trattata all’interno del tratteggio psicologico di Halie, il suo protagonista, non potrete mai godere appieno di questa lettura e di capitoli come: “Tranne i bambini” oppure la sezione 6 de “Il volo delle libellule”. Questa è grande letteratura, anche meritevole di essere inserita nelle antologie scolastiche. C’è tutto.
Riguardo alla trama, non a caso ho usato il termine “protagonista” quando ho scritto di Haile. Io credo che in questo romanzo il vero personaggio principale non è l’ispettore Ferraro, o il commissario Rinaldi e la sua squadra, ma proprio Haile, “l’implacabile”, con tutto quello che rappresenta e il mondo che gli gira intorno come Zahra, Sayed. Credo che se gli ammiratori dell’ispettore Ferraro, delusi da questo romanzo, lo rileggessero spostando l’ottica dal loro beniamino su Haile e su quanto ho detto prima, godrebbero dell’incisiva costruzione psicologica del personaggio, del perfetto stile narrativo e della stessa trama gialla, che riserva un finale in grado di ricordarci atmosfere surreali e introspettive che personalmente mi hanno riportato alla mente sensazioni suscitate in precedenza da scrittori ben più illustri del nostro Biondillo.
In conclusione credo che questo I materiali del Killer sia il più bello dei quattro romanzi dell’ispettore Ferraro, e che Biondillo ha dato una grande prova di maturità intellettuale, con scrittura lucida e attenta alle dinamiche sociali contemporanee, innovando, nobilitando e reinventando la letteratura del genere “giallo”. Non è un capolavoro, ma è di sicuro un gran bel romanzo, di certo sconsigliato a chi si appresta a leggerlo con la tradizionale mentalità di “scoprire chi è l’assassino”.
Ivo Tiberio Ginevra
Gianni Biondillo ha vinto il Premio Scerbanenco 2011 con I materiali del killer (Guanda), giudicato Miglior romanzo noir italiano dalla giuria del Courmayeur Noir in Festival - LA STAMPA «perché è un romanzo innovatore che esce dai binari tradizionali del genere, che mette a confronto la realtà metropolitana con le inquietudini e le ansie che attraversano il Mediterraneo».











martedì 20 dicembre 2011

Ucciderò Mefisto


Autore: Valter Binaghi
Anno: 2010
Editore: PerdisaPop


Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
publicata su www.thrillercafe.it

Il caso è semplice per il commissario di polizia Leonetti. Fausto Blangè è reo confesso. Ha ucciso il suo analista, il dottor Giacomo Collinaro con un colpo di pistola in faccia. “L’uomo ha una bella voce, il tono affabile, privo d’inflessioni, l’espressione impostata senza risultare contraffatta, come di uno per cui parlare è un talento naturale più che una professione”, ma oltre ad ammettere l’omicidio, Blangè non dice altro di sensato. “Chiamava il suo custode: l’airone. L’airone, capisce? Un uccello e poi parlava di Faust, e Margherita, e Mefistotele”.

Il caso per il commissario Leonetti è già chiuso in partenza, e chiuso rimane, però nella natura del tutore dell’ordine c’è un tarlo. Vuole capire il perché di questo delitto efferato. Blangè ha tutto, nessun problema economico, una carriera universitaria avviata. È uno scrittore di best seller, ricercato dalle televisioni e dalla stampa come opinionista. Vince premi letterari. Ha un promoter che gli ha dato credibilità nell’ambiente culturale, una produttrice televisiva che cura la sua immagine ed anche una bella studentessa come amante. Licia.

L’intuizione di Leonetti sta tutta nell’aver capito cos’è che manca all’assassino, e non cos’è che possiede. Fausto Blengè, infatti, non ha più una famiglia, non ha più l’amore della sua l’adorata moglie Margherita, perché è morta e con lei il suo universo di valori positivi, ma non si tratta solo di una semplice morte per malattia o altra causa naturale, si tratta di suicidio e di suicidio estremo. Margherita si è fatta dilaniare sulle rotaie da un treno della metro, a Milano, fra l’indifferenza e le maledizioni dei pendolari.

Il movente dell’omicidio è trovato da Leonetti nell’identificazione della vittima in Mefisto, perché è indubbio che il successo, la carriera e anche le amanti sono arrivati a Blangè tardi, e solo dopo l’inizio della terapia da Collinaro. Prima di allora, mai un editore, una televisione, o uno studente si era interessato a quel professore di lettere nei licei, oppure ad uno solo dei suoi romanzi. Leonetti capisce che il prezzo dell’agognato successo è frutto di una terapia condizionante e plasmatrice che ha come effetto collaterale quello di subordinare la vita di Margherita al successo di Blangè, però tutto regge fino al giorno del suicidio della donna. Dopo quel gesto insano, la mente dell’omicida prenderà coscienza dell’immane perdita. Sarà scarnificata dal dolore, dal pentimento, dalla voglia di vendetta fino ad essere governata da un solo pensiero: “Ucciderò Mefisto”, allora và da Collinaro, gli spara in faccia e confessa l’omicidio.

Il caso è chiuso. È sempre stato chiuso. Questa la storia.

Valter Binaghi è un pazzo e mi sentirei di dire, anche da catena, perché con questo breve romanzo si è andato ad infilare nei terreni sacri della letteratura mondiale, dove il vecchio dilemma di avere ed essere è stato degnamente trattato attraverso i secoli, da tanti scrittori famosi, vedi per tutti Ghoethe con il Faust. Ucciderò Mefisto è un ripercorrere allusivo del dramma. Anche i nomi dei personaggi sono gli stessi. Faust sta a Fausto, e da anonimo professore di liceo e mediocre scrittore diventa professore universitario e scrittore di successo. Margherita sta a Margherita come una donna innamorata sta ad una donna innamorata che perde il suo amore. E Collinaro, lo psicanalista, sta a Mefisto come solo un diavolo sa fare con la sua vittima. Lui dona l’effimero per togliere l’essenziale. E proprio la vita, l’amore, è il prezzo da pagare a Mefisto. Solo che la vittima lo capisce. Rompe il teorema e anche se tardi, non ci sta più. Ha rimorso, si vendica e uccide il diavolo.

Tutto a prima lettura sembra una cosa scontata e per niente originale, ma alla prima lettura! Alla seconda ti accorgi del vero talento di Binaghi, anzi arrivi a paragonarlo a un genio scatenato. A mente fredda ti rendi conto che “Ucciderò Mefisto” è un bel concentrato d’illuminate pagine e di un grande esercizio stilistico.

Il contrasto fra i fogli scritti in corsivo (che a prima lettura disturbano perché distraggono dalla storia) con quelli che narrano dell’indagine del commissario Leonetti, lo afferri solo dopo perché non c’è alcuna trama gialla da seguire. Solo dopo capisci che il corsivo è il legittimo ed indispensabile scandagliare dell’animo umano e afferri (e apprezzi) il suo contrasto con il quotidiano concreto e semplice.

Cento pagine dove c’è un grande amore finito male. La tragedia della gelosia, del tradimento, della solitudine. Dove c’è l’ossessiva ricerca dell’ambizione, del successo, della notorietà e soprattutto un’analisi impietosa e critica dell’ambiente editoriale e televisivo nei confronti di scrittori giovani e meno giovani disposti a tutto pur di essere pubblicati da un editore che non ha alcun interesse nell’opera letteraria.

Cento pagine così ricche di spunti e contenuti, che probabilmente in mano ad un altro scrittore sarebbero diventate, quattrocento, seicento e forse anche di più, e che invece Binaghi riesce a concentrare in poco spazio, con la forza di un cazzotto in bocca che per giorni farà sentire il suo malessere.

Ucciderò Mefisto è un romanzo intriso da sensi di colpa, incomprensioni, solitudine. Apologia del consumismo, narrato con semplicità apparente, grande stile letterario e senza alcun moralismo, vera prova di forza dello scrittore.

Ucciderò Mefisto è un gran libro. Da leggere e soprattutto da rileggere.
recensione di Ivo Tiberio Ginevra

mercoledì 14 dicembre 2011

Quattro e quattro otto

Claudio Arbib e Rodolfo Rossi
Todaro Editore
Anno 2011


Trama in sintesi

Roma. Il “solito” commissario svolge la “solita” indagine sul “solito” omicidio senza un nome e senza un perché. Man mano che la vicenda si dipana però il commissario Corvino scopre inaspettate e insospettabili relazioni tra la carriera ecclesiastica di un alto prelato, la morte prematura di un giovanissimo orfano e gli impicci di delinquenza piccola e grande.
Le cose poi si complicano.
Il tutto in una partita dove perfino la pittura manierista e i Cavalieri di Malta giocano un ruolo cruciale. E il più ovvio dei commissari precipita nel gorgo della meno ovvia delle storie…

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra pubblicata su www.thrillercafe.it

Questo è un romanzo poliziesco scritto a quattro mani da un musicista (Rodolfo Rossi) e un ingegnere (Claudio Arbib). Entrambi prima di iniziare la storia si sono posti una domanda essenziale: quale tratteggio psicologico dare al protagonista della storia, il commissario di Polizia Corvino?

La risposta è tutta nella postprefazione scritta alla fine del libro.

Se uno vi dicesse che ci sono molti commissari di Polizia che amano cucinare o che sono appassionati di pesce, perché non dovreste crederci? In fin dei conti il nostro è un Paese bagnato da tre mari e con tradizioni culinarie nobili e varie. Ora nella storia che vi abbiamo raccontato si parla di un commissario di polizia non di primo pelo, patito della cucina di mare che pratica tra le mura di casa con una certa abilità. Però i commissariati italiani sono migliaia (cinquantuno solo quelli che dipendono dalla questura di Roma, e di questure in Italia ce ne sono 103) e fra tutti questi servitori dello stato non era in fondo altrettanto plausibile, almeno per cambiare, che il nostro fosse uno di quelli che detestano le spine e sono incapaci di cuocersi un uovo?

In effetti si può ben supporre che la maggior parte dei commissari abbia vizi e virtù degli italiani ritenuti normali: fuma qualche sigaretta, o beve con moderazione, ama la famiglia, guarda la TV, frequenta centri commerciali, evada qualche piccolo balzello e, considerando i politici indistintamente dei ladri, non si fa problemi a votare all’occorrenza il più ladro di tutti. I tempi che corrono autorizzano a immaginare alcuni, pochi, che condividano perfino qualcuna delle abitudini degli italiani a ragione o a torto ritenuti meno normali, per esempio il gioco d’azzardo, le puttane o qualche droga cosiddetta leggera. Ma allora perché parlare di commissari amanti del pesce o della cucina?

Il fatto è che presentare un commissario con i difetti che abbiamo elencato incontrerebbe ostacoli di vario tipo: i governi europei stanno facendo grandi sforzi per prevenire le malattie derivate dall’alcol, dal fumo e da altri eccessi, e ci mancherebbe solo un messaggio positivo sul versante della droga. Per quanto riguarda le abitudini alimentari, l’alta incidenza di malattie cardiovascolari che ci ritroviamo qui da noi, sconsiglia di fare troppa pubblicità a cibi come la carne, per tacere delle sterili polemiche che potrebbero sorgere con vegetariani e animalisti. Il pesce è una buona via di mezzo: anche se si tratta pur sempre di animali, le sue virtù nutritive – fosforo, pochi grassi, omega-3 – e ne fanno un soggetto senza dubbio adatto alla mensa di un tutore dell’ordine, o almeno di un avversario del disordine alimentare. A tutto questo si aggiunga che un uomo in cucina attira sempre la simpatia delle massaie, le quali, statistiche alla mano, risultano tra le più appassionate lettrici di storie poliziesche.

Tirando le somme, prima di scrivere questa storia abbiamo verificato se il commissario che ce l’ha raccontata ricadesse o no in una categoria spendibile in un giallo per famiglie e politicamente corretto. Siamo stati pure troppo fortunati.

In caso contrario, avremmo dovuto scrivere un noir o uno splatter e consigliarvi di tenerlo lontano dai bambini e adolescenti.

Il risultato alla fine è quello di avere creato un personaggio ordinario, con le intrinseche contraddizioni dell’uomo moderno, che si muove all’interno di una trama gialla colta e garbata, dove è proprio la trama in se stessa, la parte godibile del romanzo. I personaggi del commissariato, dottor Corvino in primis, fanno solo da contorno, o meglio, servono diligentemente l’opera narrativa.

L’indagine in sé è molto originale, intercalata da ottimi déjà-vu che hanno il sapore di storia, con rimandi ad antiche memorie all’interno di un mondo, da sempre in mano al potere e ai potenti.

Quattro e quattro otto è una lettura diversa, lontana dai soliti stereotipi americani tutto sangue e tormento, tecnologia e volgarità. È una lettura moderna e raffinata al tempo stesso. Forse un po’ più di mordente, o qualche battuta di spirito avrebbe dato al libro un maggiore godibilità, ma come ho detto all’inizio, i personaggi sono del tutto comuni e proprio per questo, credibili.

Credo proprio che possiamo dare la nostra fiducia al commissario Corvino.

recensione di Ivo Tiberio Ginevra

Salto d'ottava


Autore: Antonio Paolacci
Editore: Perdisa Pop
Anno: 2010

Trama:

È la parodia di un ragazzo. Fantoccio deforme, sporco di se stesso, adagiato nella polvere bagnata, ma soprattutto immobile, e questo sì che è strano: Chiunque sia, non muoverà più un dito, mai più, ha finito di svegliarsi la mattina, ha finito di allacciarsi le scarpe. E siccome gli somiglia – stessa taglia, stesso modo di vestire – allora ecco cosa fa la paura più del sangue e delle altre schifezze: l’identità del morto.

Un uomo e un ragazzo. Ventiquattro ore per entrambi. Un cadavere di adolescente in una fabbrica abbandonata.

L’uomo è un produttore cinematografico preda di una strana forma di smarrimento. È un uomo che ha atteso, che attenderà fino all’ultimo istante.

Il ragazzo è un sedicenne affascinato dalla cultura dello skateboard. Quando s’imbatterà nel cadavere di un suo coetaneo, sarà l’inizio delle domande. Omicidio? Incidente? E scoprirlo, importa davvero? Sullo sfondo, una sessualità vissuta di nascosto: incontri anonimi, trasgressione e prostituzione s’incrociano a un’eloquente poetica delle persone qualunque.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra pubblicata su www.thrillercafe.it

Un Matteo. Adolescente, benestante, apatico, e solo.
Un Matteo. Adulto, benestante, apatico e solo.
Un unico Met che per 24 ore rivive dentro i due Matteo, con la forza di un ricordo incancellabile, che ha per sempre segnato il destino del Matteo ragazzo e del Matteo uomo.

Tutto nasce al “Rottame”, un vecchio capannone industriale in rovina che avvolge nelle sue spire l’omologato anticonformista Met (Matteo), sedicenne, Skateboader, figlio di papà e della sua ricca civiltà del benessere. Che sa esagerare bene nella sua protesta esteriore contro una società che gli consente di vivere senza problemi e avendo tutto.

Matteo. Met. Spinello e Skate ieri, oggi peercing e tatuaggio. Jeans a zampa di leone, occhiali da vista rotondi e barba incolta ieri, oggi jeans col culo di fuori, occhiali da killer e capello rigorosamente rasato, o colorato o gellato. Omologato! Met. Matteo. Come uno di oggi.

Al rottame, in mezzo al lerciume, all’odore di acre dell’abbandono, immerso “nel vento che s’infila in quelle zanne di finestre rotte”, Met scopre un: “fantoccio deforme, sporco di se stesso, adagiato nella polvere bagnata, ma soprattutto immobile”. Met al rottame, scopre come si è senza vita. Il fantoccio gli somiglia, ha la sua stessa età e perfino i vestiti simili ai suoi, allora scopre quello che potrebbe diventare. Ha paura. Fugge. Si rintana nella sua anticonformista cameretta di una casa agiata e piange, forse no, non piange. Non sa cosa fare, o meglio, il suo IO lo sa benissimo, ma preferisce fare l’unica cosa che gli hanno insegnato: NIENTE, e NIENTE è l’unica cosa che ha imparato bene da mamma e papà, dalla sua società e dal suo tempo, perché di sicuro NIENTE è l’unica cosa sicura, e lui si omologa volentieri obbedendo ai dettami invisibili della sua sterile coscienza con un’alzata di spalle. Solo il travaglio di una notte, una notte soltanto dove muore Met, e poi l’indomani, tutto va al suo posto fino al giorno in cui Met ricompare a Matteo il giorno del suo compleanno con una torta con “non so quante candeline” ci sono. Fatto sta che Matteo adesso è un uomo, non ha più lo skate, ma una bella macchina che prima di montare accarezza il cofano. Non ha più ai piedi le mitiche All Star, oppure i jeans sgualciti di una nota casa americana, ma semplicemente “una camicia da duecentonovantanove euro, calzoni e giacca che superano i mille” e con le scarpe “si porta addosso il budget mensile di una famiglia”. Certo, ha anche un matrimonio naufragato con una figlia che vede poco e niente, un lavoro prestigioso di produttore cinematografico che lo arricchisce e che non gli piace. Certo Matteo ha anche altre cose che mezzo mondo gli invidia, ma a lui interessano quel tanto, perché da dopo quel dannato giorno al rottame è divenuto un nichilista sarcastico e solo, che cerca l’amore mercenario che paga per un sesso inutile, che paga per parlare e sentire parlare.

La colpa del risveglio di Met è tutta del regista Campestri, che ha proposto a “Matteo Qualcosa”di girare un video alternativo, un omologato video documentary/convenzional al rottame. A Matteo quel video importa. Non sappiamo perché gli importa così tanto, ma gli importa veramente. C’è però un ostacolo, il “fagotto”. Deve rimuoverlo per non ostacolare le riprese. E lo fa. Deve fare i conti con la sua memoria. I conti con se stesso e con quella “cosuccia irreversibile” che gli riecheggia nella memoria. E li fa.

Salto d’ottava è un piccolo libro di un centinaio di pagine. Una gemma. Un capolavoro stilistico. Un gran saggio sulla crisi d’identità dell’uomo moderno che vive solo nel consumismo, nell’indifferenza, nella solitudine, nell’apatia, nell’individualismo, senza ambizioni, valori o prospettive di crescita. È un romanzo denuncia, feroce e critico verso le debolezze dell’uomo contemporaneo, raccontato come una metafora dove, e spesso, siamo costretti ad identificarci.

La narrazione a prima lettura è complessa, ma rileggendola si capisce appieno che non poteva essere scritta in altro modo se non questo. Un linguaggio unico, pregnante, veloce e asciutto, con salti di tempo di vent’anni e passa, nell’arco delle ventiquatt’ore; con salti di stile dalla prima persona narrante alla terza. Con riflessioni di gran pregio: “La memoria è immagine…. La memoria è montaggio….La memoria è collegamento….La memoria è conforto…. La memoria è collisione…. La memoria è salto….

Salto d’ottava di Antonio Paolacci, è un gran bel libro.

recensione di Ivo Tiberio Ginevra

venerdì 11 novembre 2011

Intervista a Gianluca Ferraris


Intervista di Ivo Tiberio Ginevra a Gianluca Ferraris, autore di Gioco sporco 
pubblicata su www.thrillercafe.it.

[D]: Com’è nato Gioco sporco?
[R]: Il libro nasce dall’osservazione di un fenomeno molto diffuso ma poco raccontato: la presenza e la pervasività della criminalità organizzata nel mondo del gioco, non solo in quello illegale. Una tendenza che, dopo alcuni anni di disorientamento da parte dei clan colpiti dalla repressione e dalla regolamentazione del mercato, adesso è esplosa di pari passo con l’aumento degli scommettitori e delle possibilità di gioco.
[D]: Da dove hai preso l’ispirazione?
[R]: Dalla vita di tutti i giorni, come dovrebbe sempre accadere per un romanzo di questo tipo. Da decine di sentenze e ordinanze di custodia cautelare che mi sono passate sotto gli occhi negli ultimi anni, che sembravano sceneggiature fatte e finite di un B-movie di mafia. Dal bar sotto casa mia dove prima di riuscire a pagare il caffè, la brioche, le sigarette, ti tocca fare a sportellate con la massaia che gioca al Superenalotto, con l’operaio che cerca un Gratta&Vinci qualsiasi, con lo studentello che prova ad azzeccare i risultati delle partite. Stanno lì, tutti in fila per comprarsi un pezzo di sogno a buon mercato. E sui loro sogni speculano in tanti.
[D]: In quanto tempo hai scritto il libro?
[R]: Molti si stupiscono quando rispondo che ci ho messo poco più di tre mesi. In realtà la raccolta dei materiali ha richiesto più tempo, ma una volta ideata la struttura sono andato avanti velocemente. Poi facendo il giornalista sono per natura abituato a lavorare in fretta, con la differenza fondamentale che scrivere un libro ti permette a volte di andare a braccio: ci si sfoga e ci si diverte molto di più.
[D]: Notti insonni?
[R]: Sì, qualcuna, ma non è un grosso problema se stai creando. Le notti insonni diventano un guaio quando ti prendono a tradimento e non hai niente da fare se non pensare alla tristezza della vita reale. Per questo scrivere di notte lo trovo bellissimo: nel momento in cui tutti rincorrono le ombre, tu puoi divertirti a crearne altre che non siano le tue. Non è male.
[D]: Dicono del tuo libro che sembra proprio un’inchiesta truccata da romanzo. Hai una risposta da dare? E come definiresti questo romanzo?
[R]: Per certi versi è vero. Anzi, visto che si tratta di situazioni che hanno già avuto molti riscontri dalla cronaca giudiziaria, la primissima idea era stata proprio quella di scrivere un saggio. Poi dopo una lunga chiacchierata con Francesco Colombo, che è l’editor di Giorgio Faletti e sarebbe diventato anche il mio, abbiamo deciso insieme di misurarci con qualcosa di diverso, di più ampio respiro, e che contemporaneamente mi desse la possibilità di raggiungere il pubblico nel miglior modo possibile. La stessa cosa che da anni, e molto meglio di me, scrittori come Massimo Carlotto, Wu Ming o Sandrone Dazieri. Gioco sporco è nato così, e credo che abbia tutti gli ingredienti per essere definito un romanzo dal punto di vista narrativo.
[D]: Ho visto che alla fine del libro hai una lista di persone che ringrazi sentitamente. Qual è stato il miglior consiglio che hai avuto mentre scrivevi il romanzo?
[R]: Quello di mia moglie, alla quale come a ogni compagna tocca sempre sorbirsi le prime bozze. Dopo dieci pagine scarse mi ha detto: «Guarda che questo più che Goodfellas sembra un articolo di giornale che cita Goodfellas. Dimenticati del lavoro che fai e scriverai meglio». Da quel momento tutte le volte che ho potuto mi sono allontanato dalla scrivania e dalle ore diurne. Aveva ragione lei.
[D]: E’ indubbio che Gioco sporco denuncia per l’ennesima volta le infiltrazioni della criminalità organizzata nel nostro tessuto sociale, in forte espansione in alcuni settori e soprattutto nelle regioni ricche del nord Italia. Hai una concreta soluzione da proporre ai nostri governanti per arginare il fenomeno?
[R]: L’unica soluzione possibile, come diceva Giovanni Falcone, è quella di prosciugare il bacino dove nuotano i criminali. Togliere loro le certezze ambientali in cui si muovono e prosperano, e soprattutto aggredire i loro patrimoni. Maroni oltre a catturare i latitanti sta facendo un lavoro importante anche da questo punto di vista: sequestri e confische sono in deciso aumento. Eppure qui a Nord politica e sistema economico continuano a dare l’impressione di nascondere la testa sotto la sabbia.


[D]: Vuoi dire qualcosa al nostro «Stato biscazziere?»
[R]: La liberalizzazione dei giochi, che in teoria doveva servire a far emergere il «nero» mettendo all’angolo il business mafioso, non ha fatto invece che accelerarne la crescita. E ormai gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: per cautelarsi non basta appiccicare un bollino sulle slot machine. Ma è chiaro che nessuno Stato rinuncerebbe a tenere la presa su un settore che gli consente di incamerare 7 o 8 miliardi di tasse l’anno.
[D]: Voglio farti la stessa domanda che qualche tempo ho fatto a Massimo Maugeri in occasione di un passo di Le città invisibili di Italo Calvino che riporto: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui; l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Ci spieghi qual è il tuo inferno?
[D]: Dici che Calvino si rivolterà nella tomba se rispondo che la penso esattamente come lui? Scherzi a parte, mai come di questi tempi è vero che l’inferno siamo costretti ad affrontarlo ogni giorno. Il mio personalissimo inferno è quello fatto di giorni tutti uguali, dove non riesci a trovare il tempo per coltivare passioni e affetti. Il mio personalissimo inferno è un orologio che corre più veloce di me. Gli antidoti a cui ricorro per non restare intrappolato sono banali, ma funzionano: scrittura, amore, amici, calcio e cibo. Rigorosamente in quest’ordine e provando a mischiarli il più possibile.
[D]: Nel libro ci regali un magnifico incipit degno di uno scrittore di bestseller di libri noir. Anche qualche altro capitolo veleggia su questi ritmi narrativi, e inoltre la caratterizzazione psicologica dei personaggi, è intensa e veramente ben tratteggiata. Ti chiedo: hai mai pensato di scrivere un bel noir, o un thriller?
[R]: Naturalmente sì, ma non è facile. Oltre a tutto quello che hai descritto occorre una trama solida, credibile, e che senza concedersi voli pindarici riesca comunque a sorprendere e mantenere la tensione costante pagina dopo pagina. Con Gioco sporco ci sono riuscito perché maneggiavo molto bene la materia e perché, in fondo, non c’era troppo da inventare. Perché l’alchimia si ripeta devo trovare un’altra storia che colpisca me, prima di un eventuale lettore. Fortunatamente gli spunti non mancano.
[D]: Nel romanzo contrapponi con rassegnata ferocia il tema dell’innocenza di una povera ragazzona con problemi psichici a quello della crudeltà mafiosa di due scagnozzi della mala. Da dove hai preso lo spunto per scrivere una pagina di così intensa e amara scrittura?
[R]: Anche in questo caso non ho dovuto inventarmi nulla, purtroppo. Episodi così si verificano di continuo, ce n’è stato uno molto simile in provincia di Avellino un paio di anni fa. Altri li ha raccontati Sergio Nazzaro, un bravissimo scrittore napoletano, nel suo sottovalutato Io per fortuna c’ho la camorra. Il tratto comune è che non esiste più, ammesso che ci sia mia stata, una criminalità etica o rispettosa dei più deboli. Quella è vera fiction. In particolare le nuove leve ormai sono fuori controllo.
[D]: Cosa ami di più del tuo romanzo?
[R]: Il fatto che esista. Che sia stato concepito. Che sia nato. E che sia molto simile a come immaginavo sarebbe stato il mio primo romanzo. Balsamo per il mio ego.
[D]: Cosa ti è piaciuto di più quando hai riletto il romanzo?
[R]: Alcuni passaggi che avevo scritto davvero di fretta, come il meeting d’affari tra il Ragioniere e lo Slavo: è come se quella fretta fosse rimasta in pagina, creando la giusta tensione. Sicuramente è solo un caso, però mi piace vederla così.
[D]: Cosa c’è nel futuro di Gianluca Ferraris?
[R]: La sfera di cristallo non ce l’ho e per giunta l’oroscopo di Branko su Chi dice che mi trovo nel pieno del mio quadrimestre nero. Di sicuro vorrei continuare a scrivere libri, perché come ti ho detto sono una valvola di sfogo eccezionale per chi fa il giornalista. Ho tre o quattro idee in fase di valutazione da diversi editori: saggi, un romanzo, un racconto breve. Ci sono anche stati degli approcci dall’estero e dal mondo del cinema per i diritti di Gioco sporco, ma è davvero troppo presto per dire se si concretizzerà qualcosa.
[D]: Domanda alla Marzullo: “Fatti una domanda e datti una risposta”
[R]: Sei felice? A tratti. Ma non sono appagato. Chi smette di battersi vive solo a metà.

intervista di Ivo Tiberio Ginevra