venerdì 23 settembre 2011

Nel cuore della notte






Autore: AA.VV
Editore: Del Vecchio
Anno: 2011



Rensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

L’opera nasce dalla volontà di Katharina Schmidt (traduttrice in tedesco d’alcuni autori italiani, fra i quali Nicolò Ammaniti) che ha riunito 9 scrittori con un unico tema: “La notte”, o meglio in un viaggio nel cuore della notte, che inizia alle 21.00 per terminare alle 06.00.

Un viaggio dal tramonto all’alba, dove ognuno dei narratori ha un’ora a disposizione per una storia rigorosamente collegata alla notte.

Nello specifico la raccolta comincia con Nicola Verde dalle 21.00 alle 22.00, per continuare in rigorosa sequenza con Gianmaria Testa, Bruno Morchio, Grazia Verasani, Andrea Ballerini, Lidia Ravera, Gianluca Morozzi, Sandra Petrignani e per finire dalle 05.00 alle 06.00 con Caterina Bonvicini.

Tutti scrittori diversi fra loro, con un solo unico progetto, narrare il tempo della notte scandito dalle ore. Ne viene fuori una piacevole raccolta dove ognuno di loro fornisce anche una sua libera interpretazione dello scorrere del tempo, perchè “…il tempo non appartiene a nessuno. Che il tempo è il tempo…e per governarlo ci vuole il padreterno.” (Nicola Verde) e ancora: “Alla fine, quel rubare il tempo, non poteva che risolversi in un niente, perché il tempo non si lascia ingannare dal tempo! Per quanto lo si stiracchi di minuto in minuto per non dare nell’occhio”. (Nicola Verde), oppure: “Soltanto le ore non muoiono mai. I giorni, i mesi, gli anni, i secoli, persino i millenni passano, si consumano, se ne vanno per sempre, inghiottiti dal tempo. Le ore no, le ore sono sempre le stesse. Navigano libere nel nulla…. Si dispongono diligenti in fila, prima una 1, poi una 2, una 3 e così via fino a una 24 e incominciano il loro lavoro. I giorni, i mesi, gli anni danno le direttive e se ne vanno, una volta scaduti. Le ore, invece, restano sempre.” (Gianmaria Testa) o per citare Bruno Morchio: “Il giorno sta scivolando via e porta con sé dieci anni trascorsi insieme. < Che dovrei fare? >, vorrebbe domandare. < Chiederti di aspettare, di prendere tempo? >. Lui che fin da bambino ha imparato che con il tempo non si gioca. Non possiamo né darlo né prenderlo, semplicemente non ci appartiene.”

I racconti si snodano nelle ore insieme alla vita degli uomini con le loro passioni, paure, riflessioni. Con il loro intreccio d’amore e morte, in un reticolo d’esistenze e dialoghi nel buio della notte, dove non ci sono più da indossare costumi o maschere dalla doppia personalità a protezione di se stessi.
Ore della notte vere, in quanto schiette, dove l’uomo non ha bisogno di prendersi in giro. Ore dove è costretto ad essere sincero almeno con se stesso. Dove il pensiero è reale.

Fra i nove racconti segnalo in particolar modo “Dalle 22.00 alle 23,00” di Gianmaria Testa per il felice e originale esperimento letterario, Gianluca Morozzi, “Se fossi Batman” per l’incredibile epilogo del racconto e “Quel che resta” di Bruno Morchio per l’introspezione psicologica dei personaggi in riflessione sulla crisi del proprio matrimonio. Da sottolineare anche “La chanson de Geneviève” di Grazia Verasani, col suo singolare poemetto in versi, e “Il pittore” di Caterina Bonvicini che narra di un amore complicato e impossibile fra una giovane studentessa e un anziano pittore.

Nel complesso si tratta di una raccolta monotematica, piacevole e snella, con all’interno qualche perla che la farà ricordare a lungo nella mente dei lettori.
Ivo Tiberio Ginevra

giovedì 8 settembre 2011

Cento per cento


Sasha Naspini
Perdisa Pop
Anno: 2011

Trama in sintesi:

“Sono nato pugile, con la testa da pugile, il modo di camminare da pugile e tutto il resto. Al cento per cento. Non al settanta o al novantanove. Al cento per cento, signori miei. E uno così, in questo mondo di pugili al sessanta e all’ottanta per cento, fa baldoria, credetemi”. Così si presenta Dino Carrisi, immigrato italiano che ha iniziato con gli incontri clandestini per poi diventare due volte campione del mondo. Un grande boxeur che avrebbe continuato a vincere, se non fosse finito in carcere per l’omicidio della moglie. Da anni vive barricato in casa, malandato, scontroso, dedito al fumo e all’alcol. Oggi però ha deciso di concedere un’intervista in esclusiva. Ed ecco il documento integrale di quell’intervista, ecco che dalla sua voce affiora lo spettacolo di una vita non comune, dai primi incontri illegali alle luci sfavillanti della fama, dall’amore al rapporto con il suo allenatore, e poi gli incontri, i pugni, le sfide. Ad affiorare, però, sarà anche un’altra verità, una verità che arriva alla fine come un cazzotto ben preparato e assestato: il degno finale per un campione incapace di finire al tappeto.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra per thrillercafe.it

È la rabbia l’anima del romanzo. La sua essenza stessa.

Sei capitoli, come sei round. Dove all’inizio i due pugili si studiano e al sesto uno dei due è ko.

Sei capitoli. Sei round. Tra Dino Carrisi e Dean La Palma. Il primo all’angolo lo conosciamo tutti con i soprannomi di Piede di Porco, Cerino, Corsaro, Nebbia Rossa e altri non è che l’italoamericano due volte campione del mondo; il secondo è un giovane giornalista rampante che conduce un programma di successo per la televisione americana Gli occhi dell’anima.

Il combattimento si svolge nel Vermont, New Ingland; l’appartamento da dove dieci anni si è barricato Dino Carrisi dopo essersi ritirato dalla box. Dieci anni fuori dal mondo chiuso in quattro mura, senza donne, senza soldi, in compagnia solo del fumo, dell’alcool e della televisione sportiva che ancora lo tiene collegato al mondo.

Il match fin dalle prime battute è molto cruento, perché il giovane giornalista è determinato e soprattutto tenace nell’inseguire il suo scoop televisivo. Agisce con l’esperienza di un vecchio cronista e l’imprenditorialità di un rampante direttore di giornale, e facendo leva sui deboli meccanismi che hanno spinto il pugile ad uscire dal suo esilio volontario (all’apparenza semplici motivi economici), inizia a condurre la ripresa con decisione, ma sbaglia tutto, perché davanti a sè trova un pugile vero. Uno, come ama definirsi lui stesso, al cento per cento. E Carrisi è “nato pugile, con la testa da pugile, il modo di camminare da pugile e tutto il resto. Al cento per cento, non al settanta o al novantanove, al cento per cento, signori miei.”

Carrisi è uno che al cento per cento non ha solo combattuto sul ring, ma ha anche vissuto la sua stessa vita, dove tutto, le donne, l’alcool, il fumo, il linguaggio, è stato spinto fino all’eccesso, fino all’omicidio, e dove ogni sentimento, ogni azione, ogni tutto è estremo, così come l’amore, la rabbia, la vendetta, il silenzio.

Carrisi sa anche lasciarsi perdere al cento per cento, e al contempo sa anche uscire di scena come un vecchio pugile che ha combattuto nel quadrato senza risparmiare un colpo, e gli ultimi, li tira al giornalista, al pubblico, a noi. Vincendo da sconfitto l’ultimo round contro i veri avversari di sempre: “Se stesso e la vita.”

Sarebbe troppo facile recensire questo libro fornendo anticipazioni sulla trama, e soprattutto su quei meccanismi sociali e psicologici che hanno portato il protagonista a vivere all’estremo (solitudine, emigrazione, aspetti economici, media, eccetera). Se scrivessi questo toglierei il piacere della lettura e scadrei nello stereotipo recensivo, pertanto non lo farò. Voglio solo dire che Naspini, in questo suo breve romanzo di appena centodieci pagine, senza fronzoli, e con un linguaggio diretto ed essenziale, sotto la difficile forma narrativa dell’intervista (e lo sottolineo), è riuscito a descrivere magistralmente un personaggio del tutto inventato come il pugile Dino Carrisi, e a renderlo umano e credibile, fino all’inverosimile, e Dino è un soggetto letterario che ricorderemo per lungo tempo perché è un uomo arrabbiato. Perché la sua rabbia è descritta fin troppo bene, come un solco da percorrere ogni giorno per tutta la vita, e lo ricorderemo anche per il suo senso d’impotenza e abbandono che lo pervadono fuori dal ring, insieme alla sua mancanza assoluta della comprensione della vita, perché Carrisi non ha capito proprio niente della vita, l’ha solo vissuta al cento per cento, con arroganza, ignoranza, creduloneria, sbagliando e risbagliando.

Carrisi è un personaggio nato per la box, che ha vissuto per questo e che adesso, dopo le sciagure e con la vecchiaia, non riesce e non vuole andare al tappeto. Vive al cento per cento e vuole vincere anche la sua ultima sfida con il suo amato/odiato mondo dello spettacolo e proprio come un uomo di spettacolo rientrerà per congedarsi dalle scene mettendo a knockout il suo avversario di turno: il giornalista che lo sta intervistando. Una degna uscita di scena, forse l’ultima, ma non credo. Bravo Sacha.
Ivo Tiberio Ginevra


lunedì 5 settembre 2011

Intervista a Francesca Bertuzzi


di Ivo Tiberio Ginevra per http://www.thrillercafe.it/


Francesca Bertuzzi, all’improvviso fai irruzione nel panorama letterario con una forza deflagrante e inaspettata. Il tuo “Il carnefice” sta andando benissimo, ma tu chi sei? Fatti conoscere. Presentati ai lettori di Thriller Cafè.

Sì, può darsi che sia spuntata fuori un pochino dal nulla, non avevo mai provato a pubblicare racconti, o articoli, o altro che anticipasse il libro… Però sono anni che punto tutto sulla scrittura. Certo questo gli altri non lo sanno e mi diverto molto a immaginare i grandi nomi in classifica girarsi e vedermi nella colonnina con loro chiedendosi con aria basita “E questa chi è?”. Per il resto sono una grandissima amate del noir, thriller, horror… e tutto ciò che fa mozzare il fiato in gola.

Com’è nato Il carnefice?
È nato in una torrida estate passata in Svizzera a leggere noir in un rifugio in mezzo ai boschi, e una mattina mi sono svegliata con l’idea di base del libro… poi, mano a mano che andavo avanti a scrivere la storia, i personaggi hanno preso sempre più corpo, in particolare quello di Danny, la protagonista. Insieme a lei è venuta fuori l’idea di caratterizzarla con lo spirito di una ragazza pronta a tutto pur di non essere una vittima. Intorno a questa colonna vertebrale si è sviluppato il resto della storia.

In quanto tempo hai scritto il libro?

Al libro ho pensato a lungo prima di scriverlo, soprattutto perché mi ci volevo dedicare totalmente e quindi era sorto il problema di avere a disposizione un periodo da dedicare unicamente alla scrittura. Ho risparmiato per un paio d’anni, poi, una volta avuti i soldi da parte, potevo permettermi due mesi. E in quei due mesi l’ho scritto.

Da dove hai preso l’ispirazione e perché hai ambientato la storia in un piccolo paese della provincia italiana?

L’ispirazione mi è venuta da un certo genere di letteratura e di cinema che mi appassiona e diverte… e negli anni, più sviluppavo questa passione, più le descrizioni di un certo tipo d’America, il Texas in particolare, mi ricordavano i luoghi dai quale proviene la mia famiglia. San Buono è il paese natale dei miei nonni, dove ho passato le estati della mia infanzia, e le polveri secche, i fucili da caccia, la schiettezza delle persone mi sono sembrati elementi perfetti per accostare l’Italia al Texas. Poi mi è piaciuto molto dare a Danny i connotati di quello che ho conosciuto dello spirito abruzzese: fierezza, schiettezza e testardaggine.

Il tuo personaggio principale è una donna africana, giovane, bella e concreta. Come mai hai scelto una protagonista di colore?

Da sempre, uno dei temi che mi crea più conflitto è quello dell’infanzia negata, e mi è sembrato che l’Africa centrale rappresentasse bene questo genere di sopruso… Luoghi in cui l’aspettativa di vita è sui 33 anni e l’iniziazione dei bambini ai gruppi dei guerriglieri è all’ordine del giorno. Danny doveva essere una specie di rivincita contro un certo tipo di ingiustizia.

A quale dei personaggi del libro sei più affezionata? E c’è qualcuno in particolare che ti somiglia?

Danny è la protagonista e non può che essere lei la mia preferita. È anche quella a cui ho dato di più di mio, condivido con lei anche il cane, Huan infatti è il mio amatissimo molosso. Poi in ogni personaggio c’è qualcosa che mi appartiene o che appartiene ai miei amici più cari…

Cosa ti è piaciuto di più quando hai riletto il romanzo?

Il capitolo in cui scappano dall’Africa è quello che preferisco.

Ho visto che alla fine del libro hai una lista di persone che ringrazi sentitamente. Qual è stato il miglior consiglio che hai avuto mentre scrivevi il romanzo?

Bè, durante la stesura della prima bozza del romanzo ho avuto accanto Marcello Bernardi, che leggeva capitolo dopo capitolo, e con cui parlavo spesso degli sviluppi della trama. Mi ha dato talmente tanti consigli che non saprei dire quale sia il migliore.

Continuo l’intervista facendoti le stesse domande che ci sono nella quarta di copertina del Il Carnefice… allora: Quanto pagheresti per avere una risposta alle tue domande più inconfessabili?

Le domande che ci sono sul retro del libro me le ponevo anch’io mentre scrivevo il romanzo… Mi piace pensare che sarei in grado di pagare il prezzo che richiede la verità.

Hai qualche fantasma che ti tormenta?

C’è qualcuno che non ne ha?

Cosa saresti disposta a fare per salvare chi ami?

E anche qui mi piace pensare che se ce ne dovesse essere bisogno sarei disposta a tutto.

Nel libro ci regali una breve storia, mi riferisco a quella di Buon Natale e un episodio di vita nostalgica e familiare (le due sorelle che giocano nella tinozza) che indubbiamente mostrano la tua vena di narratore intimista, con uno scavo psicologico considerevole a tutto beneficio della conoscenza dei personaggi e nella trama stessa. Hai mai pensato di scrivere un romanzo intimista? Io te lo consiglio.

Io sono un’appassionata di genere e mi sono divertita molto a scrivere Il Carnefice, però credo che se mi dovesse capitare di pensare a una storia che necessiti di essere declinata in uno stile più intimista proverei…

Scriverai altri Thriller?

Il prossimo, l’ho già in mente… Un’altra ragazza da cacciare in una brutta situazione.

Cosa c’è nel futuro di Francesca Bertuzzi?

Questo non lo so, però so di certo che cercherò di far diventare la scrittura il mio unico lavoro.

Fatti una domanda e datti una risposa.

Sei felice? Mai stata così felice!!!!!

intervista a Francesca Bertuzzi di Ivo Tiberio Ginevra per http://www.thrillercafe.it/

Intervista a Maria Tronca


Intervista di Ivo Tiberio Ginevra per www.thrillercafe.it

Prima di fare quest’intervista ho cercato notizie di te su internet. Volevo sapere chi mi sarei trovato davanti per impostare meglio il colloquio. Mamma mia quello che è venuto fuori: direttrice di prodotti editoriali di successo per il web e la telefonia, collaboratrice in famose riviste femminili, curatrice di una collana di letteratura erotica con più di 150.000 copie vendute, fondatrice del primo vero social network dedicato agli animali. Vivi tra Palermo e Milano. Appena puoi scappi per l’India e quasi quasi ti si deve andare a riprendere, Insomma Maria Tronca: Chi sei?

Sono una persona che ha imparato che nella vita è un dovere, oltre che un diritto, usare tutti i talenti che ci sono stati dati. Se non lo facciamo, ci priviamo della gioia e della soddisfazione che ne ricaveremo. E facciamo un torto anche agli altri, perché non ne godranno mai neanche loro. Il mio maestro indiano che si chiama Sathya, la mia guida spirituale, mi ha detto che il mio compito su questa terra è quello di dare emozioni alle gente. Ho sempre cercato di farlo in tutti i modi che conosco. E continuo in questo percorso. Ah, una cosa ti è sfuggita però: la cucina. Mi dicono che sia un'ottima cuoca, anche questo è un dono, ma fin'ora lo conoscono solo i miei familiari, parenti e amici. Ho pensato che è un ulteriore modo di dare emozioni e sto tentando di fare la cuoca a domicilio. Nel menù, per chi lo desiderasse, è compreso il racconto di una storia e la lettura dei fondi di caffè.

Allora a questo punto la domanda è d’obbligo: Nel tuo romanzo c’è la splendida idea della reincarnazione di uno dei due protagonisti. Era da un bel po’ di tempo che questa pratica non era riproposta, poi in chiave humour meno che mai. Siccome il tema è un po’ insolito, ci spieghi qual è il tuo rapporto con la reincarnazione?

Ci credo. Penso che siamo il frutto di tante e tante e tante vite passate, e che portiamo in noi memoria di tutte. Basta lasciarle venire fuori. Calogero ha appena iniziato un percorso. Spero.

In cosa vorresti reincarnarti e perchè?

Che bella domanda. In me stessa più saggia, meno emotiva e impulsiva. In me stessa che è riuscita a incanalare l'energia del vulcano che ha dentro in creatività e positività. In una persona che fa meno abbili, si può dire? Magari lo traduci tu. E che prende tutto un po' più alla leggera, perché credo che sia l'unico modo che permetta di avere una visione lucida della vita e che alla fine riesca a farti risolvere i problemi. Se ti lasci prendere dalla rabbia, dalla “passione”, non valuti bene e non vieni a capo di nulla anzi ti complichi la vita. Perché vorrei reincarnarmi in una Maria migliore? Perché alla fine della fiera mi sono affezionata a questo Cavallo Pazzo, mi piaccio e mi voglio bene.

Rosanero è un romanzo davvero forte, di grande impatto emotivo, originale, e a tratti anche divertente, quindi a te i miei migliori complimenti, ma spiegaci: come ti è venuta in mente una storia così singolare?

Non lo so. Nel senso che ero in bagno, il mio pensatoio preferito, e ho pensato che sarebbe stato carino scrivere di un mafioso morto ammazzato la cui anima finiva nel corpo di una bambina di nove anni. E ho cominciato. Man mano si è sviluppato l'intreccio, quasi da solo. D'altronde sono i mie personaggi che inventano le storie e poi me le dettano. Io le trascrivo fedelmente. Certo ogni tanto litighiamo perché non siamo d'accordo su tutto. Ma di solito la collaborazione è ottima.

Nel romanzo mescoli sapientemente il tema dell’innocenza dei bambini alla crudeltà mafiosa, ambientando tutto in una Palermo “problematica e magica”. Traspare un profondo amore per questa città, le sue tradizioni, la gente ed al contempo un forte disprezzo per la criminalità organizzata. Cosa rimpiangi della tua Palermo e come vorresti che fosse?

Rimpiango l'aria che respiro ogni volta che torno. Aria che vuol dire profumi, suoni, sensazioni ma anche colori e atmosfere per me magiche. Il mare di Mondello, i cornetti dell'Antico Chiosco, le ciambelle di Scimone, la Taverna della Za Pina alla Vucciria. Il calore della gente, della brava gente. Odio invece l'arroganza di tutti quelli che credono di potere continuare a usare, violentare, torturare Palermo, come hanno fatto fin'ora, indipendentemente dal ceto sociale. Anzi, posso capire coloro che lo fanno per ignoranza, ma non riesco proprio a perdonare quelli che sono ai vertici della pubblica amministrazione e lo fanno scientemente, quasi orgogliosi di uscirne come sempre impuniti. Vorrei che la mia bella città fosse più amata e coccolata e quindi pulita, ospitale, curata. Nel corpo e nell'anima. Vorrei che fosse protetta da tutti coloro che ci vivono. Vorrei un sogno.

Cosa pensi di Calogero Mancuso, l’eroe nero del tuo Rosanero?

Lo adoro. Perché lui si redime, lui si pente, lui ce la fa. E poi è un simpatico, un gran figo, e nonostante sia ignorante è intelligente. Il suo lato luminoso riesce a venir fuori e ad avere il sopravvento sul lato oscuro.

Cosa ami di più del tuo romanzo?

I dialoghi. Cerco sempre di scriverli come se ci fossero davvero due persone davanti a me che stanno parlando. A volte li recito ad alta voce, per vedere che effetto mi fanno, per verificare se siano credibili o no. I miei familiari sono abituati a sentirmi parlare da sola ad alta voce.

Quanto tempo ti è servito per scrivere Rosanero?

Non me lo ricordo ma ti posso dire che tornata dal secondo viaggio in India ho scritto tre romanzi in un anno e mezzo, e Rosanero era il primo. Il secondo esce il 13 settembre e si chiama L'amante delle Sedie volanti.

La fine del libro lascia intuire che ci sarà un seguito. Forse un’altra reincarnazione. Puoi anticiparci qualcosa?

Solo un nome, Rais.

Ho visto che nelle ultime pagine ringrazi Venezia, Miguel Bosè e Carla Bruni. Mi spieghi? Non riesco a metterli in correlazione?

Venezia perché Rosanero l'ho scritto lì. Ci ho abitato cinque anni e mezzo e dopo Palermo è la città che amo di più al mondo. Non è una città, è un sogno. Carla Bruni e Miguel Bosé perché fanno parte della musica che ascoltavo, e ascolto, mentre scrivo. Deve essere molto leggera, poco impegnativa, deve farmi compagnia ma non pretendete troppa attenzione altrimenti mi distrae. La musica, intendo. Loro sono perfetti, insieme a tanti altri, comprese le colonne sonore dei film di Bollywood.

Fatti una domanda e datti una risposa.

Cosa vuoi fare da grande Maria?
Voglio scrivere tutte le storie che ho in testa, dar vita alla moltitudine di personaggi che affollano il mio cervellino che non si ferma mai. Voglio cucinare per la gente e raccontare le mie favole che alla fine sono molto più vere di quanto appaiano. Voglio fare quello che so fare meglio: dare emozioni.

intervista di Ivo Tiberio Ginevra

Gioco Sporco


Gianluca Ferraris
Dalai editore

Due clan, uno campano e uno calabrese, combattono la loro battaglia quotidiana, che è al tempo stesso lotta per il potere e per la sopravvivenza.

Sullo sfondo, un’Italia dove gioco d’azzardo, scommesse, ippica e slot machine sono diventati il crocevia di un business da miliardi di euro. Tra il lassismo di uno Stato biscazziere per convenienza e il sogno disperato di milioni di persone che non hanno altro in cui credere, si apre una zona grigia dove proliferano guadagni illeciti, consenso sociale e omertà, nel Sud come a Milano.

Gioco sporco è un romanzo verità che attinge ai casi di cronaca degli ultimi anni. Un viaggio brutale e incalzante nel mondo della criminalità organizzata. Un’analisi senza sconti su cui riflettere per comprendere un fenomeno tutto italiano.

«Dentro il capannone che brucia, l’ex fagotto umano umido di piscio e vomito si è trasformato in un teschio adagiato su un mucchio di ossa annerite. Pare una bandiera dei pirati, col sorriso sghembo e il naso spaccato. E una puzza di merda essiccata da far schifo. Non è più il Ragioniere. Non è più Giovanni. È solo un infame che ha sgarrato. Pochi minuti e lo sapranno tutti. Le voci corrono, da queste parti. Ed è così che si muore, da queste parti. Bruciati vivi in un capannone, nell’ultimo buco di culo di paese di quello che chiamano Mezzogiorno. Ma mezzogiorno di cosa?»

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra per www.thrillercafe.it

Gioco Sporco si basa su una storia vera, realmente accaduta, e purtroppo è simile a tante altre di criminalità organizzata vecchia e nuova. Oltre ai nomi, i luoghi e qualche altra piccola cosa servente la narrazione, d’inventato, e ribadisco “purtroppo” c’è ben poco, perché ci troviamo dinanzi a un romanzo-verità, scritto da un giornalista che da anni si occupa di cronaca ed economia e che pertanto ha meglio potuto osservare e studiare l’evoluzione della criminalità organizzata.

Il romanzo, infatti, narra di due famiglie meridionali la Laurino di stampo camorristico e la Mazzaferro tipicamente ‘granghetista che stringono fra loro un’alleanza criminale per meglio investire e far fruttare i loro capitali sporchi.

Entrambi i clan sono in evoluzione continua, ma non mollano mai quelle che da sempre sono state le basi del loro proliferare delittuoso, e mi riferisco al pizzo, all’usura e all’estorsione. E di questo si muore nella realtà come nei romanzi: infatti Ferraris nel suo Gioco sporco, fa assassinare un povero cristo calabrese che non vuole cedere al ricatto della ‘ndrina e che soprattutto le ha mancato di rispetto. Il rispetto, quello che si riserva agli uomini d’onore e alle loro famiglie. Il rispetto, altro minimo comune denominatore della potenza malavitosa.

Ma oltre ai tradizionali canoni illeciti di ogni famiglia criminale, ai quali dobbiamo aggiungere il traffico di droga, dalla lettura del romanzo emerge l’esigenza di pulire il denaro sporco e soprattutto d’investirlo in nuove e lucrose attività. Queste esigenze hanno portato le criminalità organizzate ad esplorare nuovi mercati, a stringere nuove alleanze, ad investire i loro capitali in traffici assai redditizi e soprattutto, alla capacità d’infiltrazione nei territori del nord Italia con le relative capacità logistiche. L’ultima nuova frontiera, frutto di quel fiuto eccezionale per i nuovi affari illeciti che da sempre hanno avuto le mafie, è quella del gioco d’azzardo, da vedere come naturale evoluzione di quella già consolidata nelle scommesse ippiche e calcistiche della vecchia gestione.

Ferraris ci dipinge perfettamente i clan dei Laurino e Mazzaferro, facendo risaltare il sacro vincolo della famiglia e l’ancoraggio alle antiche tradizioni, soprattutto nella calabrese, nonché l’attaccamento ai vecchi e nuovi affari.

Inquietante è la parte del libro narrante la penetrazione criminale nei settori del gioco d’azzardo (scommesse ippiche, sale bingo, slot machine, videopoker, scommesse su internet, gratta e vinci tutti regolarmente truccati) e del racket del totonero con i suoi risultati combinati. Non scordiamoci che è di solo qualche mese fa la notizia del figlio di un boss della camorra fotografato a bordo campo dello stadio di Napoli e che da poco si è appena conclusa l’inchiesta della Federcalcio sugli illeciti calcistici che ha visto coinvolti calciatori del giro della nazionale e squadre di serie B e C.

In questo mondo moderno e globalizzato Ferraris ci fa assistere all’evoluzione delle nuove leve criminali oramai esperte d’internet ed economia, in grado di rischiare capitali in investimenti “sicuri” con l’aiuto d’altri clan criminali e la collaborazione di quelli altrettanto pericolosi dell’est europeo. Sinergie avide, senza scrupoli e quanto mai attuali. Sconvolgenti, brutali e tutte uguali fra loro, tese solo al profitto a qualunque costo e soprattutto a quello di non rimetterci.

Questi capitali, frutto delle nuove attività non ostacolate dal nostro “stato biscazziere”, una volta sommati a quelli tradizionali derivanti dall’estorsione, usura, droga, mettono in risalto un’economia totale e redditizia al massimo grado. Sapere poi che tutti questi denari provengono da gente comune oramai rassegnata al proprio destino e che la corruzione o l’indifferenza delle autorità (sindaci in particolare) consente alle mafie di infiltrarsi nei territori del nord con maggiore pressione, ecco, tutto questo porta allo scoraggiante convincimento che lasceremo un pessimo destino alle nostre future generazioni.

Da un punto di vista letterario il romanzo vive di un eccellente e marcato incipit, qualche episodio di buona letteratura e soprattutto di un’ottima caratterizzazione psicologica dei personaggi, ma rimane sempre ancorato ai canoni del romanzo-inchiesta, nel solco di quelli di Saviano, Nisini, Catozzella. Pertanto, anche se lo scrittore che di professione fa il giornalista, avvisa che non ci troviamo a leggere un saggio-inchiesta, ma un romanzo-verità, a mio avviso il taglio resta sempre di natura cronistica. Nel complesso si tratta di una lettura consigliabile, gradevole e decisamente attuale.

Ivo Tiberio Ginevra

Delitti esemplari (1957)

MAX AUB
SELLERIO EDITORE

recensione di Ivo Tiberio Ginevra per www.thrillercafe.it


Leggendo un libro trovo una citazione di “Delitti esemplari” di Max Aub.

M’incuriosisco e dico: “Max, il nome è il massimo che ci possa essere, ma è piccolo. Solo 3 lettere.” E poi “Aub: un nome che è un enigma, un mistero. E poi è pure corto. E breve è anche il suo libro, Delitti esemplari. Solo 61 pagine delle quali 20 di presentazione. Quindi in tutto 41 pagine edite da Sellerio”. Tutto mi suona come il massimo del mistero e al contempo il minimo dello stesso.

Per un appassionato del genere, questi elementi sono un’esca invidiabile. Abbocco.

Risultato: letto 3 volte in una sola giornata e subito dopo partenza per una forsennata ricerca sul web di Max Aub e tutto quanto riguarda le sue opere.


MAX AUB

Padre tedesco, madre francese, nasce a Parigi nel 1914, vive in Spagna e poi in Messico. Si sentirà spagnolo tutta la vita.

Vita burrascosa. Forte ascesa sociale da giornalista fino a diventare addetto culturale presso l’Ambasciata spagnola a Parigi. Nel ’39 è accusato di essere comunista e rinchiuso in un campo di concentramento. Evade tre anni dopo e ripara in Messico, dove muore nel 1972.

La sua produzione letteraria è vastissima e abbraccia tutti i generi. Max Aub è, infatti narratore, drammaturgo, critico, poeta, giornalista, cineasta.

Scrive opere d’intenso impegno politico fra le quali Il labirinto magico e non abbandona mai la sua vena d’autore satirico, eccentrico, umoristico.

Artista nell’arte della mistificazione con anarchia, ironia, e puro divertimento riesce a farsi beffe della società in cui vive. Scrive La vera storia della morte del generale Franco, in piena epopea franchista, inventa di sana pianta uno spagnolo pittore cubista, e lo fa diventare famoso interessando fior di critici per valutare le pitture e i disegni di questo mai esistito pittore e defunto in circostanze misteriose. S’inventa addirittura un epistolario con personaggi famosi e ne scrive la sua biografia, interrompendo a malincuore la burla solo dopo due anni, per riproporla nel 1963 simulando una Antologia di poeti e scrittori stranieri, anch’essi mai esistiti e tradotti in spagnolo.

Max Aub fu un autentico e raffinato scrittore d’avanguardia, un serissimo mistificatore che confuse la critica, ma non inganno mai divertendoli, i suoi lettori. Egli stesso confessa: “A me non preme la critica, preme di più la gente, il prossimo” (Lucrezia Panunzio Cipriani).

Purtroppo questo grande artista spagnolo è poco conosciuto in Italia perché non tradotto e quindi dobbiamo accontentarci di quel poco che c’è: fra questo i Delitti Esemplari.

DELITTI ESEMPLARI

Nascono nel 1957 e solo nel 1981 sono pubblicati in Italia dalla casa editrice Sellerio.

I Delitti esemplari è l’opera di un vero genio del secolo scorso. Nella sostanza si tratta di 82 confessioni d’altrettanti ipotetici delitti e “Sono quelli che quotidianamente, in intenzione, si commettono, e che Aub, trasportando la realtà nella surrealtà, da per consumati: con lampeggiante fantasia, con davvero esemplare rapidità e leggerezza. Le antipatie, le insofferenze, gli insopportabili incontri della giornata di ognuno sfogati e liberati in delitti senza castigo”.

Quanti di noi farebbero degli omicidi che nelle stesse intenzioni sono commessi durante il corso della giornata. Quanti! Pensateci. Iniziate a sommarli e vedrete quanti sono. Fate come ho fatto io all’indomani della lettura del libro.

Il primo che nelle intenzioni ho fatto fuori è stato il condomino del piano di sopra che ancora, dopo le innumerevoli volte che gli è stato detto, continua a fumare nell’ascensore, e poi a seguire, il portiere, che non è mai in guardiola per farsi il secondo lavoro (e io pago), e poi lo stronzo che ha posteggiato in doppia fila impedendomi di uscire dal posteggio con la macchina, per finire all’omicidio della fornaia che mi ha venduto il pane duro, dopo tanti anni che sono suo cliente. Ecco un semplice esempio di cosa ha fatto Max Aub nel suo Delitti esemplari. Ha dato sfogo a quella parte cinica e umana che sta dentro ognuno di noi.

Sono 82 omicidi che potremmo definire normali.

Sono di qualunque nazionalità, età, sesso, condizione sociale.

Sono omicidi universali, senza tempo. Impuniti, o meglio autoassolti.

Nessun moralismo, solo il piacere di abbandonarsi alla soppressione fisica di chi si detesta, e senza che abbia fatto qualcosa di particolare.

Nessuna follia omicida, nessuna pietà, solo il piacere di sbarazzarsi dell’altro, dove tutto assurge la veste della possibilità, pur restando impossibile, o meglio, dove tutto potrebbe essere drammaticamente possibile. Dove la violenza è giustizia, nella mente di chi si crede nel giusto, nella mente dell’omicida doloso che in generale agisce obbedendo ad un raptus improvviso, magari per uno stupido motivo.

I moventi sono i più insoliti e al contempo i più normali possibili: Odio, rancore, antipatia, noia, ripicca, semplici opinioni in contrasto che sconfinano nel cinismo e nell’insopportabilità assoluta del prossimo; nella sua sofferenza e disagio sociale, il tutto vissuto come un potente atto liberatorio, senza alcun pentimento.

I delitti sono pieni di una verve surreale, ricchi d’umor nero, anticamera della gratuita violenza di un film come Arancia Meccanica di S. Kubrik o dell’ironica violenza come Pulp fiction di Quentin Tarantino.

Aub è una lettura che fa sorridere amaro, che fa riflettere come un’improvvisa sferzata, che fissa i pensieri degli esseri umani per quelli che sono, e che abortiscono nel mondo reale, anche se ultimamente, nella vita d’ogni giorno, fantasia e realtà, dramma e follia sono sempre più presenti in ognuno di noi. Nei nostri affetti, nelle nostre cose, nel nostro mondo di mediocrità.

Ivo Tiberio Ginevra

Navigando in internet ho trovato su Youtube le immagini del “Primo premio festival internazionale cinema giovani” di Torino (1988) dove buona parte dei delitti esemplari è recitata da strepitosi attori come Duilio Del Prete, Renato Scarpa, Marco Zannoni, Pina Cei, Luca Zingaretti e c’è persino il sommo Andrea Camilleri, che recita la seguente confessione di Aub: La squartai dal basso in alto, come una pecora, perché guardava indifferente il soffitto mentre faceva all'amore.

martedì 23 agosto 2011

Le cose di cui sono capace


Alessandro Zannoni

PerdisaPop edizioni

Lui si chiama Nick Corey, proprio come il protagonista di Colpo di spugna di Jim Thompson. All’anagrafe, però, il suo nome è Nicola Coretti: è lo sceriffo italo-americano della piccola cittadina texana di BakereedgePass e non è affatto uno stinco di santo.
Nick Corey odia la sua città, odia il deserto, odia le vacche e tutti gli americani. Odia pure suo padre, che l’ha costretto a fare quel lavoro, ma più di tutto odia i grattacapi che gli dà chi infrange la legge.
Nick bestemmia, beve e, per debellare la delinquenza, usa metodi assai bizzarri, oltre che assolutamente fuorilegge. Un giorno il suo amico Rudy gli chiede aiuto: ha perso una grossa somma al gioco e per questo sta rischiando la vita. Nick deve trovare una soluzione, ma trovarla non è per niente facile, anche perché tutto accade alla vigilia del grande rodeo, quando la città si riempie di cowboy ubriaconi e attaccabrighe che vengono da tutto lo Stato a creare disordini.
E poi, come se non bastasse, riappare anche Stella, la sua ex promessa sposa, appena uscita dalla galera…
Zannoni torna in libreria più sporco, più cattivo, più audace che mai, con un omaggio dissacrante e spericolato al racconto di frontiera americano. Il romanzo riprende la struttura della tipica storia di oltreoceano per spingerla fino al parossismo, riuscendo a portare una ventata d’aria fresca nel contesto della narrativa italiana.
Le cose di cui è capace Alessandro Zannoni le trovate quasi tutte qui, nella bellezza fottuta di questo romanzo. (Gian Paolo Serino)


Recensione di Ivo Tiberio Ginevra

pubblicata su thrillercafe.it


Premetto che non sono malato d’esterofilia americana e soprattutto che non mi piace il noir d’oltreoceano (fatte le dovute eccezioni ovviamente), quindi ho iniziato a leggere “Le cose di cui sono capace” con la dovuta preconcetta antipatia, anche se la casa editrice presenta il libro di Zannoni come: “una ventata d’aria fresca nel contesto della narrativa italiana”, pertanto, da amante della letteratura del mio paese non potevo esimermi dal leggerlo ed ho guardato con simpatia alla premessa dell’autore: “fatte le dovute eccezioni, tipo Jim Thompson, John Fante e i fratelli Coen, in genere non sopporto gli americani”. Queste due righe mi hanno ben predisposto anche se fin dall’inizio il romanzo mi ha lasciato piuttosto perplesso, anzi l’ho anche trovato abbastanza volgare, e lo avrei francamente usato per accendere il barbecue (giacché siamo in America), ma ho continuato a leggerlo solo perché un prodotto targato Perdisa è sinonimo di serietà. Inoltre m’infastidiva anche il riferimento esplicito alla scrittura di Jim Thompson (una delle dovute eccezioni) e soprattutto al suo Colpo di spugna; poi all’improvviso “LA LUCE”, quella vera, ed ho iniziato a godermi il romanzo, anzi a divorarlo, infine sono andato a rileggermi il libro di Thompson ed ho potuto apprezzare meglio il notevole sforzo che ha fatto Zannoni nella sua ultima creazione.

Questa opera narrativa è, infatti, una spietata parodia del romanzo noir americano di frontiera, dove tutti i suoi classici ingredienti (puttane, alcool, pistole, amore e qualche morto ammazzato) sono derisi, infangati e stuprati in serissima veste e, al contempo, offerti come omaggio al grande Jim Thompson, e non solo a quello di Colpo di Spugna, ma andiamo con ordine.

Zannoni chiama il suo protagonista Nick Corey, proprio con lo stesso nome di quello di Colpo di spugna, anche se il suo Nick è un italo americano (Nicola Coretti all’anagrafe).

Entrambi i Nick sono sceriffi di una piccola cittadina Texana (Potts County per Thompson e BakereedgePass per Zannoni, per l’esattezza “cittadina sperduta in culo al bisonte”) e sono dei veri bastardi, sadici e folli. Feroci e sprezzanti. Capaci di sapersi abbandonare alla forza bruta, all’abuso incondizionato del potere ed all’omicidio se qualcuno osa intromettersi o intralciare i loro piani: Spengo tutto in un colpo solo, ‘sta storia è durata anche troppo. Col calcio della pistola gli assesto un colpo alla tempia…. Stringo la lingua tra i denti, mi accuccio su di lui e gliene fiacco un altro nello stesso punto – Stok – e ci metto parecchia forza per essere sicuro del risultato . Mi sembra abbastanza fuori uso, e magari è già bell’e morto, però gliene mollo un altro e sento un bel crack…(Zannoni) A tal proposito è anche osservabile un’altra analogia con l’opera di Thompson e precisamente con lo sceriffo Lou Ford di “The Killer Inside Me” (L’assassino che è in me), anch’esso senza scrupoli quando si tratta di sbarazzarsi del prossimo. E un’altra analogia, da intendersi decisamente come omaggio di Zannoni al maestro americano, la si trova nel capolavoro “After Dark, My Sweet” (E’ già buio dolcezza) dove il suo protagonista Willie Kid Collins si abbandona con cedevole delicatezza e lealtà emozionante, alla ricerca dell’amore e consolazione. Così fa il nostro Nick di Zannoni. Si abbandona. Pensa a Stella …perché quella cazzo di donna non sono mica riuscito a togliermela dalla testa, maledetto me, anche se mi ha divelto e spaccato in due, anche se mi ha trattato come una merda e lasciato solo in balia del niente e senza una spiegazione, né un motivo…Se Stella fosse tornata a cercarmi e a chiedermi di riprenderla in casa, avrei dato un colpo di spugna e cancellato tutto, per poter tornare a sorridere, pur avendo la certezza di un futuro incerto. Più analogie di queste…ah! dimenticavo anche lo sforzo di Zannoni nel cadere nel grottesco così come Thompson in Getaway.

Qualche differenza fra il nostro Nick e quello americano forse è solo trovabile nell’astuzia maggiore del secondo, che per raggiungere i suoi obiettivi preferisce passare sempre per sempliciotto e stupido, mentre il Nick di Zannoni è forte e temuto, ma entrambi sono più che determinati, violenti, schizzati, dediti all’alcool e soprattutto cattivi. Non scordiamoci che a Thompson si deve l’invenzione narrativa del tutore della legge, sadico e folle.

L’altra sfida che Zannoni ha dovuto affrontare riguardava il linguaggio con cui mettere nero su bianco tutta la sua storia, partendo dall’obbligo di una rigorosa narrazione in prima persona. Sfida, questa, vinta con gran facilità, anche se s’intuisce perfettamente lo sforzo dello scrittore per adattarsi alla comunicativa del maestro americano, e badate, che non era solo una questione d’adattamento al linguaggio Cristodidio, ma d’entrare in tutti quei meccanismi psicologici della narrazione stessa per arrivare ad un risultato finale scorrevole nella trama, preciso nella caratterizzazione dei personaggi, e soprattutto efficace nei dialoghi conditi anche di humour nero, perché il linguaggio è fondamentale per entrare nell’essenza stessa del noir di frontiera americano, fatto di piccoli inferni in una terra spietata. Questa parodia critica ed esagerata del linguaggio espresso ne Le cose di cui sono capace, colloca apertamente il romanzo non più in uno spaccato di letteratura americana, ma in un pulp/noir italiano di alto livello.

Suggerirei ad Alessandro, visto che ha già usato uno pseudonimo (Michelangelo Merisi), di confezionare una grande bufala per i nostri amici lettori italiani convinti delle maggiori capacità degli scrittori americani e perché no? anche per gli stessi americani: Scrivi un bel romanzo come questo che hai appena finito e dallo in pasto con un tuo pseudonimo americano tipo John Peter Ford, oppure lancialo come un capolavoro ritrovato e inedito di Jim Thompson. Confeziona una bella bufala alla Max Aub, così forse qualcuno, se non molti, potrebbero capire quanti fenomeni letterari inutili d’oltralpe stanno invadendo i nostri supermarket della cultura e magari esportiamolo facendo credere che sia un loro inutile prodotto nazionale. L’idea te l’ho data, a te perfezionarla, ma a condizione di regalarci un altro buon libro come quest’ultimo e credo proprio che è una cosa di cui sei capace.
Ivo Tiberio Ginevra





martedì 12 luglio 2011

Semina il vento

Autore: Alessandro Perissinotto

Editore: Piemme

Anno: 2011 Pagine: 275


Trama in sintesi:

Forse è stato il caso o forse l’amore a condurre Giacomo Musso, maestro di trentacinque anni, al Braccio 6, nel reparto di massima sicurezza di un carcere del Nord Italia. Sulle labbra, la dichiarazione di innocenza; tra le mani, il giornale che ritrae in prima pagina il corpo senza vita di sua moglie. Su consiglio del proprio avvocato, Giacomo decide di raccontare la propria vicenda, l’inevitabile serie di eventi che lo ha condotto in quella cella. E così torna all’epoca in cui, per riuscire a sopravvivere a Parigi, alternava il lavoro di curatore di mostre per bambini, a quello di cameriere. Era in quel periodo che aveva conosciuto Shirin. Non l’aveva trovata subito bella, almeno non nel senso consueto del termine; era stato attratto piuttosto dalla storia che i suoi occhi sembravano celare, da quel profondo distacco verso chi le stava accanto, come se per lei la vita vera fosse altrove. Ci sono amori che iniziano all’improvviso, con notti memorabili, il loro invece era nato con la lentezza inesorabile delle cose fatte per durare. L’innamoramento, il matrimonio e poi la decisione che avrebbe cambiato le loro vite per sempre: lasciare Parigi per trasferirsi a Molini, sulle montagne piemontesi, nel paese dove lui era nato.

Lontano dalla frenesia della Capitale, tra le vecchie case di pietra e i rituali semplici di un posto che pareva essere rimasto indenne al trascorrere del tempo, Giacomo aveva rinsaldato il legame con la propria tradizione e Shirin aveva trovato una terra in cui far crescere quelle radici che le erano sempre mancate, quelle radici che i suoi genitori avevano reciso fuggendo dall’Iran e dalla rivoluzione islamica.

Ma nessun luogo è al riparo dal vento dell’odio, dal fanatismo delle religioni, dall’arroganza del potere,dall’intolleranza strisciante. Così il paradiso aveva cominciato a scivolare verso l’inferno, prima piano, poi sempre più rapidamente, fino ad arrestarsi lì, in quella cella, con il tormento del ricordo d’un amore reso perfetto dalla morte.

Recensione
di Ivo Tiberio Ginevra pubblicata su www.thrillercafe.it

Semina il vento, l’ultimo romanzo di Alessandro Perissinotto, è una lucida analisi del nostro malessere di vivere le nuove trasformazioni della società in costante inesorabile movimento.

È l’oggettiva analisi di un malessere vissuto come sfida preconcetta al rifiuto del nuovo e del diverso.

È un’impietosa analisi esasperata dei concetti di tradizione, amore, gelosia, menzogna e religione, fusi in una sola, semplice parola: “Odio”. Odio nei confronti di ciò che non è uguale a noi.

Tahar Ben Jelloun nel suo saggio contro il razzismo conclude: “Non incontrerai mai due volti assolutamente identici. Non importa la bellezza o la bruttezza: queste sono cose relative. Ciascun volto è il simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. È trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi“. Mi permetto di continuare indegnamente applicando la lezione di Jelloun… il rispetto, quello vero, quello che porta all’abbraccio della diversità mantenendo il proprio essere, è quello che parte dal rispetto stesso delle parole. All’attenzione delle parole che si usano, perché le parole sono pericolose. Sanno ferire, sanno umiliare, sanno discriminare, sanno insegnare l’odio. E dall’odio nasce l’unica cosa concepibile. L’unica figlia dominatrice incontrastata delle disgrazie umane: “La morte”.

Perissinotto è un maestro nel dipanare la tragedia dalla stilla delle parole, e riesce a caricarle d’ottusa preconcettualità, arroganza e miseria umana.

Nel romanzo l’autore si scaglia con forza magistrale contro i modi di dire e di fare. In particolare attacca un famoso proverbio: “Mogli e buoi dei paesi tuoi”, vissuto come anticamera dell’incomprensione il cui concetto generico alimenta il verme dell’intolleranza, che muta nell’ottusità dell’odio di tutti i personaggi dell’opera e che, inesorabilmente esplode nell’odio per odio.

È il protagonista Giacomo Musso, nella sua postuma analisi che precederà il suicidio, a suggerire nel “rispetto” la chiave per superare le diversità e la soluzione per rendere migliore il nostro futuro interrazziale. È proprio dall’esame dei suoi sbagli che dobbiamo capire il bisogno di indignarci al comportamento arrogante e razzista dell’ottuso potere e della complice indifferenza della gente. È dalla tragedia del protagonista che Perissinotto lancia il suo incitamento all’uso responsabile delle parole che generano indifferenza e odio. All’amore per la vita alla quale è dovuto il giusto rispetto. Al rispetto delle altrui dignità senza discriminazioni culturali o religiose, senza fare d’ogni cosa fanatismo, o gretta tradizione.

Questo romanzo è una memorabile lezione di vita.

Intervista a Massimo Maugeri


Intervista di Ivo Tiberio Ginevra a Massimo Maugeri pubblicata su www.thrillercafe.it

Ospite oggi su Thriller Café, Massimo Maugeri, del quale abbiamo recensito recentemente Viaggio all’alba del millennio; qui a seguire la chiacchierata con lui…

D: Dopo i romanzi Identità distorte e La coda di pesce che inseguiva l’amore, tutti si aspettavano un altro Thriller e invece è arrivato Viaggio all’alba del millennio. Qual è stata la molla che ti ha fatto scrivere questa raccolta di racconti? Cos’è scattato dentro a Maugeri scrittore?

R: Sentivo l’esigenza a provare a fare i conti con questo scorcio di inizio millennio, prendendo come punto di riferimento alcune situazioni e tentando di ritrarle… per poi zoomare su alcuni particolari. Mi è venuto in mente di provare a raccontare questo nostro tempo con storie brevi (partendo da due racconti che avevo già scritto), cercando di incrociarle. Ecco. La molla è stata questa.

D: Come definiresti questo romanzo?

R: Mi fa piacere che tu definisca Viaggio all’alba del millennio con l’appellativo di romanzo. In tanti, in effetti, mi hanno detto che le varie storie possono essere benissimo lette come i singoli capitoli di un’unica grande narrazione a largo respiro.
Venendo, dunque, alla tua domanda: come definirei questo libro? La prima parola che mi viene in mente è: “eclettico”… oppure “vario”. Ogni racconto – o capitolo – è diverso dall’altro per stile, linguaggio, approccio e punto di vista della narrazione. Ciò perché ho deciso di prestare “orecchio” e penna ai personaggi che si affastellavano nella mia testa, rispetto alle situazioni in cui si trovavano. Sentivo che ciascun personaggio e ciascuna situazione richiedevano di esser raccontati in maniera diversa. E così ho fatto.

D: Alla fine del libro troviamo una pagina dove si legge un passo di Le città invisibili di Italo Calvino: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui; l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire: il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Ci spieghi qual è il tuo inferno?

R: Amo molto Calvino. E credo che quel passo sia una delle più belle citazioni della letteratura del Novecento. Il mio inferno, o meglio la mia paura, è rischiare di rimanere invischiato nella prima delle due opzioni formulate da Calvino… che poi è quella più “facile”. Credo che da questo rischio non sia esente nessuno, soprattutto oggi… dal momento che viviamo in una società “accelerata” e mediaticamente “sotto assedio” dove il tempo per riflettere e per guardarsi dentro è sempre più esiguo. Nel momento in cui, però, smettiamo di riflettere e di guardarci dentro viene meno la possibilità di riconoscere quell’“inferno” a cui fa riferimento Calvino. E se non riconosci l’inferno, non puoi neppure riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno. È questo, il rischio.

D: Quanto c’è di Massimo Maugeri dentro Viaggio all’alba del millennio?

R: Tutto e niente, come spesso accade agli scrittori. I personaggi bussano alla porta e li fai entrare (per dirla come Dacia Maraini). Certo, è indubitabile che per “metterli in scena” devi prestare loro le tue facoltà intellettuali ed emozionali.

D: Ho notato che alcuni racconti sono centrati sull’incomunicabilità, in particolare quella tra familiari. Hai una soluzione da suggerire per tornare a comunicare?

R: Nelle storie, come è giusto che sia, il lettore non troverà risposte, ma solo stimoli e spunti per porsi domande. Almeno spero…
Il tema della “incomunicabilità”, così come quello della “crisi di identità”, è centrale e trasversale rispetto a questi racconti. E quello della incomunicabilità all’interno delle famiglie credo che sia particolarmente all’ordine del giorno. Io credo molto nella condivisione, nell’arte così come nella vita. E cerco di metterla in pratica. In ogni caso, in generale, ritengo che un primo necessario passo da compiere sia quello di riconoscere che il problema esiste.

D: Come mai hai scelto di narrare in seconda persona singolare?

R: Ho adottato questa scelta nel primo racconto, “Viaggio all’alba del millennio” (quello che dà il titolo alla raccolta) perché, a mio avviso, crea un effetto di maggiore coinvolgimento nel lettore. Desideravo che il lettore si sentisse chiamato in causa… come se quel “viaggio”, in un certo senso, interessasse proprio lui.
proprio te, caro lettore.

D: Ti trovi meglio nei panni di scrittore minimalista o in quelli di scrittore Thriller?

R: Non saprei. Credo la mia scrittura sia piuttosto poliedrica. La cosa fondamentale, per me, è agguantare storie e personaggi… e prestar loro, come ho già detto, orecchio e penna.

D: Cosa ti è piaciuto di più di Massimo scrittore, quando hai riletto il libro?

R: Rileggere il racconto “Raptus”, volutamente zeppo di errori di ortografia e di grammatica (perché la voce narrante è quella di una donna poco istruita), e scorgere in esso un nuovo linguaggio con le sue “antiregole”. E, paradossalmente, non avere alcuna preoccupazione di trovare refusi. (Questa è una battuta: sorridere, prego!)

D. Qual è il racconto di questo tuo libro al quale sei maggiormente affezionato? E perché?

R: Direi “Muccapazza”, originariamente pubblicato nella rivista di letteratura “Lunarionuovo” diretta da Mario Grasso. Era il 2003, se non ricordo male. Il motivo è di natura nostalgica, giacché quel racconto coincide con il mio esordio letterario “ufficiale”.

D: Ti riconosci in particolare in qualcuno dei protagonisti di Viaggio all’alba del millennio?

R: Per la verità, no. Non c’è un personaggio in particolare in cui mi riconosco, anche se…. Ti rispondo nella prossima domanda (che ho già adocchiato).

D: Scusa ma la domanda è obbligatoria: Hai paura a viaggiare in aereo?

R: Non particolarmente… ma ammetto che nei mesi successivi al crollo delle Torri gemelle di New York mi veniva istintivo guardarmi intorno nel tentativo di identificare possibili terroristi kamikaze.

D: Dopo il Thriller e la scrittura minimalista, sei alla ricerca di un nuovo format di linguaggio?

R: Sono sempre alla ricerca, per quanto riguarda il linguaggio. Credo sia una delle mie caratteristiche.

D: Progetti per il futuro?

R: Tanti. Continuare a portare avanti il mio blog: Letteratitudine. Proseguire il mio programma radiofonico di libri e letteratura che curo e conduco su Radio Hinterland. Ma soprattutto, continuare a scrivere. E non mancano nuove idee per ulteriori progetti…

D: Scriverai altri Thriller?

R: Penso di sì. Per certi versi il nuovo romanzo a cui sto lavorando assomiglia a un thriller.

D: Fatti una domanda e datti una risposta.

R: Domanda: Massimo, quand’è che toglierai da Letteratitudine quella ridicola foto di te con la “camicia celeste”?
Risposta: Mai, perché mi ha portato fortuna e ci sono affezionato… anche se, nel tempo, quella camicia sarà destinata a diventare grigiognola a causa dell’inevitabile logorio.

Da ThrillerCafé, grazie a Massimo Maugeri per la disponibilità e l’augurio di poterlo ospitare di nuovo su queste pagine.

Rosanero


Autore: Maria Tronca

Editore: La tartaruga

Anno: 2010  Pagine: 133


Trama in sintesi:

Calogero Mancuso, un mafioso giovane e belloccio, viene ammazzato nel centro storico di Palermo per un regolamento di conti. Nello stesso momento Rosellina Restivo, una bambina di nove anni, cade dall’altalena e perde conoscenza. Vengono portati entrambi nello stesso ospedale. Quando Rosellina si sveglia è strana, violenta, dice un sacco di parolacce, ma continua a giurare che non è colpa sua. La verità è che l’anima di Calogero è entrata nel suo corpo. Calogero vede attraverso gli occhi di Rosellina e sente attraverso le sue orecchie. E, se lei glielo consente, riesce anche a parlare, con una voce inquietante, e a usare il corpo della ragazzina come se fosse il suo. Giorno dopo giorno, il mafioso scopre cosa significa vivere dall’altra parte della barricata, nell’incubo dell’estorsione. Affronta un segreto che sbuca dalle pieghe del suo passato. Vive l’angoscia del tradimento. Attraverso la vita di Rosellina tocca con mano il valore della lealtà, lo sdegno, la tenerezza. E a suo modo, insieme alla sua giovanissima alleata, riesce a far trionfare la giustizia. Poi abbandona il suo corpo, perdendosi tra le strade di Palermo. Dove andrà?

Recensione
di Ivo Tiberio Ginevra pubblicata su www.thrillercafe.it

Domenica, 29 maggio 2011

Palermo è una città in festa.

La sua squadra di calcio alle 20.30 disputerà la finale di coppa Italia contro l’Inter. Ovunque bandiere rosanero e ovunque c’è un clima d’allegria.
Compro a mio figlio, prima la bandiera con l’aquila stampata in bella mostra, poi il berrettino ed infine la magliettina del Palermo che vuole subito indossare.
Continuando la passeggiata entro, come al solito, in libreria e cercando fra gli scrittori siciliani vedo il dorso di un libro che s’intitola Rosanero. Lo prendo. Ha una copertina che affascina subito: una bambina di dieci anni, forse, a braccia conserte con una pistola serrata nella mano destra. Un sfondo nero. Un viso diafano. Uno sguardo da adulto. Uno sguardo che non le appartiene.
Autore: Maria Tronca, non la conosco, ma leggere una scrittrice mi va proprio, 133 pagine, La Tartaruga editore (Baldini Castoldi Dalai). Oggi mi sento proprio palermitano. Lo prendo.
Albertino cammina felice dentro la sua larga maglietta e sbandiera i colori cantando: Rosanero alè ale. La gente lo guarda e sorride.
Anch’io ho una cosa rosanero. Un libro. Mi sembra bello.
Comincio la lettura prima di mettermi a tavola per il pranzo, ed è la fine. Giusto il tempo di mangiare e dopo una galoppata fino al traguardo delle 133 pagine. Inutile dire che mi è piaciuto molto.

È un libro godibile e molto originale, con un titolo azzeccato, dove il rosa identifica la protagonista femminile Rosellina, una bambina di nove anni, ancora ingenua, pura, educata. Piena di tenerezza, tuttavia già segnata dal dolore per la perdita della madre e dalle preoccupazioni vissute dal padre che si arrabatta a lavoro per poterle dare una cultura, dei sani principi, una vita migliore. Il Nero è invece l’altro protagonista. Calogero Mancuso. Giovane boss mafioso emergente, sarcastico, spietato, arrogante e maleducato che incarna la cultura del male storico della terra di Sicilia.

Il rosa e il nero. Rosanero i colori della squadra di calcio del Palermo. Città teatro del romanzo.


Il nero per invenzione letteraria è costretto a vivere nel corpo di Rosellina, però la convivenza comincia subito male, perché il carattere beffardo di Calogero soverchia subito l’ingenuità della bambina… ma sono purtroppo costretti a vivere insieme. Proprio questo collante, nello scorrere delle pagine, porterà il nero a capire meglio le cose. A rivedere tutto il suo passato. Le sue ignobili azioni mafiose. Capirà cosa vuol dire il tradimento, la sopraffazione. Capirà quanto vigliacco è stato tutto il suo stile di vita. Quanto vigliacco è chiedere il pizzo a un poveraccio. E lo capirà vivendolo dall’infantile punto di vista della bambina, nella proiezione del nucleo familiare. E se questo non lo porterà mai a rinnegare la sua origine malavitosa e a consumare la vendetta, di contro, lo obbligherà ad sostenere la sua nuova famiglia e Rosellina stessa perché, oramai, è sopraffatto dai valori della solidarietà, del coraggio, della lealtà e soprattutto dalla delicatezza del mondo infantile.

Il rosa e il nero. Il bene e il male.

Sono costretti a convivere nello stesso corpo e come nella migliore tradizione: è il bene che trionfa sul male.

Il romanzo si dipana ad un ritmo serrato, con un linguaggio personale intercalato da espressioni dialettali che danno credibilità ai personaggi, tutti ben delineati nei loro profili psicologici. La storia è fresca, godibile e a tratti geniale. La fine lascia intuire che potrebbe esserci un seguito con una nuova reincarnazione del male (oramai bene) all’interno di un cane (bastardo) simbolo della lealtà disinteressata. Forse vi potrà essere un nuovo capovolgimento dei tradizionali concetti del bene e del male… molto interessante. Lo aspetterò con ansia.

Per la cronaca ho avuto giusto il tempo di finire di leggere il libro e mettermi in macchina per andare a vedere la partita da Enzuccio, logicamente con mio figlio. È andata male. Abbiamo perso.


Un estratto del romanzo:

[...] Adesso che Calogero sapeva che cosa gli era successo, pensava che era meglio quando non lo sapeva. Non si dava pace, ma era diventato meno loquace. Passava ore e ore in silenzio, a ricordare. E una volta, era notte, non ce la fece più e si mise a piangere come un bambino.

Rosellina si svegliò, aveva sete, la gola arsa, si toccò la fronte, scottava, andò in bagno a bere, e poi si sciacquò la faccia con l’acqua fredda.

Si asciugò e si guardò alla specchio, per la prima volta da quando era tornata a casa. Si guardò negli occhi, più in fondo che poteva e disse:

“Mi dispiace che sei morto. Ma smettila di piangere che non riesco a dormire”.

Calogero smise all’istante, rimase zitto per un attimo, sentì il cuore che gli batteva forte ma non era il suo, era quello di Rosellina.

Minchia! Ma allora mi senti!

“E smettila anche di dire parolacce, sempre parolacce dici, sei proprio vastaso. Certo che ti sento, non stai zitto un attimo!”

E allora perché non mi rispondevi?

“Perché…perché ci avevo paura, pure adesso ce l’ho… mi pareva di essere invasata…che eri il diavolo…e poi non lo sapevo se eri vero o no… cioè, mi pareva che sentivo le voci perché il colpo alla testa mi aveva fatto un poco spostare… e pensavo che se non gli davo retta alle voci alla fine se ne andavano”.

Ma perché, senti altre voci?

“No, solo la tua. Ogni tanto quella della mamma, ma non è vero, sono io che mi parlo da sola come se mi parlasse la mamma, mi dico le cose che mi diceva lei… per sentirmela accanto, ma lei non mi ha mai parlato…”.

Ah! E allora perché dici le voci, al plurale?

“Perché si dice così. Quando uno è pazzo si dice che sente le voci, non una sola, tante… e pure se è una sola si dice che sente le voci”.

Vabbé, come dici tu! Ma anche tua madre è morta?

“Sì”.

E quan…

“Non ne voglio parlare, per favore”.

Ah! Va bene, scusa. Ma com’è che sono… dentro a te?

“Non lo so. E non mi piace”.

E figurati a me se mi piace! Essere intrappolato nel corpo di una picciridda. Ma se propia doveva essere non potevo finire nel corpo… chi sacciu… di uno ricco, famoso… un pezzo grosso! E invece qua m’imprigionarono che è quasi peggio di essere all’Inferno!

Calogero però si sentiva meglio. Era morto, e vabbé, ma almeno non era più solo. E poi il fatto che Rosellina potesse sentirlo e comunicare con lui lo faceva sentire meno morto.

“Che gentile!”

Grazie! Ma… mi pigghi pu culu?

“Guarda che non ti capisco se parli in dialetto”.

Maria Santa e chi sei la baronessa Stoccaminquattro!

“Sei un grandissimo maleducato, buona notte!”

No no! Aspetta… scusami!, scusami!, veramente. Io sono contento che mi senti e mi parli, dico vero. Gr…grazie.

“Prego”.

E adesso che facciamo?

“Facciamo che io me ne torno a letto e cerco di dormire che domani ho scuola, e cerchi di dormire pure tu. Ma… tu dormi?”

Non lo so, ma mi pare di sì, non lo capisco tanto bene.

“Se dormi meglio, se non dormi cerca di stare zitto, per favore”.

Va bene, ma domani parliamo?

“Sì, ma dopo scuola. E mentre sono a scuola devi stare zitto, sempre, e non dire mai le parolacce. Promettilo”.

Ma io mi annoio a stare sempre zitto, minchia!, cinque ore zitto devo stare!

“Ecco, hai detto un’altra parolaccia. Se domani mentre sono a scuola mi parli e mi fai distrarre, o dici parolacce che non so perché dico pure io, e la maestra mi rimprovera di nuovo e chiama papà, giuro, giuro sulla tomba di mia madre che non ti risponderò mai più!”

Ok, ok… va bene! Minc… mamma mia quantu sii camurrusa!… camurrusa si può dire?

“Prometti!”

Prometto, prometto… butt… buttigghiazza ‘ra miseria! Va bene così?

“Insomma, facciamo finta che va bene. Buona notte”.

Rosellina…

“Eh…”

Un’attra cosa, l’urtima, te lo giuro… te lo ricordi il giornale dell’attra volta? Quello dove c’era la mollica? Quello delle cotol…

“Quello dove eri morto? Certo che me lo ricordo. Perché?”

Perché vorrei sapere che cosa c’è scritto… com’è che… sono morto… [...]