venerdì 30 novembre 2012

L'Ammazzatore



L'AMMAZZATORE
Autore: Palazzolo Rosario
Editore Perdisa Pop (collana Babelesuite)
Anno:  2007
Pag. 111

TRAMA: "Certuni coi baffi dicono che da ammazzatore ad assassino il passo è breve, dicono che quando succede, la faccia si fa d'improvviso una maschera stipata di rughe e che se uno non ci sta attento, se non se la fida a distinguere, si ritrova con la coscienza nera come alla pece e non ci dorme la notte, loro che c'hanno i baffi dicono così e ci devo credere. Io, secondo me, penso che la stessa cosa precisa può capitare pure ai dottori, o a quelli che guidano gli aerei, mettiamo". Ci sono uomini costretti a vivere una vita che non gli appartiene, per scelte che non hanno fatto, per idee che non condividono. Ernesto Scossa, il protagonista de "L'ammazzatore", è uno di questi. Nato in una Palermo che non concede vie d'uscita, si trova a dover uccidere per mestiere, fino a quando la consapevolezza di una scelta non gli concederà un vago spiraglio di luce. E farà ciò che c'è da fare, costi quel che costi

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su thrillerpages.blogspot.com

Un buon libro non ha età e lo scorrere degli anni lo fa diventare ancora più buono. È un po’ come il vino, cambia solo il suo alloggio da botte di rovere a ripiano di una libreria, ma il sapore, quello di una buona bevuta, resta, eccome se resta.

Palazzolo a me fa quest’effetto. Ubriacante. Cento e rotti pagine di un vino d’annata rosso dal sapore corposo e complesso. Rosso, perché nelle sue storie c’è sempre il sangue, complesso perché evoca sapori dalle pulsioni ancestrali, corposo perché non può prescindere da un contesto sociale che si appiccica alla pelle diventando una sola unica cosa con il lettore.

Ne L’ammazzatore, così come nelle altre opere di Palazzolo, la prima cosa che colpisce è lo stile più che innovativo e personale del linguaggio, fatto da un uso scorretto della punteggiatura e delle maiuscole, al quale si devono sommare lunghi periodi che contengono spesso errori di sintassi o di grammatica. Non è un rimprovero, ma un paradossale complimento, perché con questo sgangherato modo di esprimersi ci si addentra all’interno della storia come se fosse stata scritta e narrata dal suo stesso protagonista. Rosario Palazzolo, lo scrittore, non interviene. È assente. È solo il suo personaggio che scrive, quindi c’è il libero sfogo ai suoi contorti pensieri trasmessi così come vengono, senza un rigore letterario. L’effetto, mi si consenta il termine meraviglioso, è quello di coinvolgere il lettore non solo nell’incedere in una lettura ricca di primordiale musicalità, ma di trascinarlo nell’intero mondo del protagonista incollandoti addosso i suoi luoghi e le sue cose. Pure i pensieri intimi e pensieri neanche pensati. Pure la miseria senza riscatto. È solo grazie a questo linguaggio colloquiale di un io narrante sgrammaticato e senza filtri che tutto prende un senso e diventa materia plasmata.

La storia è semplice. Ernesto Scossa è un giovane palermitano del popolare quartiere di Brancaccio. Ernesto ha addosso il degrado sociale e culturale della sua città. Non ha speranza, volontà e forza di uscire da questo ambiente, che accetta con disarmante ineluttabilità. Senza volere, sperare o semplicemente pensare ad un riscatto. Riscatto che gli è negato “a prescindere” da “u Ziu”. Dal potere mafioso. Quello terreno, che comanda e decide vite e destini degli uomini, come se fossero pertinenze del quartiere. Come oggetti che gli appartengono. È proprio “u Ziu” che lo vuole killer alle sue dipendenze. Per certuni un onore, per altri una maledizione, per Ernesto Scossa solo un lavoro da fare senza chiedersi il perché. E Scossa è bravo. Fa bene il suo lavoro. “u Ziu” è contento e inizia ad avere progetti migliori su lui, finché il meccanismo di ammazzare senza un perché si blocca in modo imprevisto e nell’unico possibile. Scossa s’innamora della sua vittima. Il finale è chiaro perché è scritto fin dall’inizio. Lo dice proprio Ernesto Scossa, L’Ammazzatore: “quando sono morto io si fece festa, una festa stramba e inutile, ridicola come le cose ridicole, una festa che ognuno se ne stava a casa propria a gioire in silenzio, una festa senza brindo, senza mani strette e sorrisi aperti, una festa muta, una festa che se mettiamo uno sarebbe passato di là non se ne accorgeva che c’era questa festa, era una festa a minchia, una festa senza cerimonie, una festa guasta….” Nonostante si conosce bene l’esito della storia, il finale è singolare e spiazzante, perché, ovviamente, “u Ziu” non gradisce l’alzata di testa e L’Ammazzatore muore ucciso dalla sua stessa coscienza e da quello che ha imparato nel suo essere L’Ammazzatore.

Tutto qua. Poca cosa. Il problema è che Palazzolo concentra in 111 pagine una quantità tale di riflessioni e contenuti da mandare in tilt anche il più incallito dei critici. Fare una sintesi, o peggio, esprimere, o peggio ancora, commentare le sue opere è una cosa che può e si deve lasciare soltanto ai professionisti, ai così chiamati addetti ai lavori. Io accecato dalla sua Arte posso dire solo poco e solo bene. Certo ho ben compreso il perché del titolo “L’Ammazzatore” e non “Il killer” o altro, e questo perché L’Ammazzatore è uno che semplicemente esegue. Non è un assassino che uccide. C’è una profonda differenza fra chi uccide senza chiedersi un perché, proprio perché rientra nel concetto di normalità e chi lo fa per una qualsiasi ragione. Uno ammazza, l’altro uccide. E non c’è neanche il classico rapporto fra causa ed effetto. C’è solo l’effetto. La morte. Se poi si deve proprio cercare una causa, allora questa non sta dentro Ernesto Scossa, ma solo dentro al concetto di materiale degrado socio culturale dove il protagonista è nato, vissuto e morto. Un ambiente dove la criminalità adesca, plagia o schiavizza i ragazzi facendoli crescere nel mito della delinquenza stessa. Un contesto mafioso, senza essere mai nominato anche una sola volta dallo scrittore, ma a ben guardare, quella di Scossa non è neanche una storia di mafia. È una storia di potere a prescindere dalla sua stessa matrice mafiosa. E a ben guardare non è neanche un potere, ma Il Potere, quello vero. Quello della spersonalizzazione dell’individualità ed a L’Ammazzatore, infatti, è anche negata la libertà, o meglio la stessa scelta di uccidere, perché è vittima lui stesso.

Adesso a Rosario mi rivolgo. Ora, tu che sei anche, attore regista e sovrintendi una compagnia teatrale, ascolta il mio desiderio: metti in scena L’Ammazzatore. È un testo che merita molto. Ne vale proprio la pena. È difficile, lo so bene, ma un personaggio come Ernesto Scossa credo proprio che ha diritto ad una sua vita sulle tavole di un palcoscenico pieno di Occhi, Baffi e Santa Rosalia.
Recensione a cura di Ivo Tiberio Ginevra

ROSARIO PALAZZOLO

È nato a Palermo, nel '72.
È drammaturgo, scrittore, regista e attore.
Nel 2002 ha fondato - con Anton Giulio Pandolfo - la Compagnia del Tratto, associazione che si occupa di nuove drammaturgie.
Per il teatro ha scritto: Ciò che accadde all'improvviso, I tempi stanno per cambiare (con Luigi Bernardi), Ouminicch', 'A Cirimonia, Manichìni.
E per la narrativa: L'ammazzatore (Perdisa Pop, 2007) e Concetto al buio (Perdisa Pop, 2010).
Solitamente, fa il regista di ciò che scrive.
E - quando non può farne a meno - l'attore.

martedì 20 novembre 2012

Il castigo di Attila


Autore: Paolo Foschi
Editore: E/O
Anno : 2012
Pag. 150

recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it
Gran bella scoperta, il commissario Ivan Attila, della sezione Crimini Sportivi sezione di Roma. Gran bella trovata. Un commissario che indaga su crimini legati al mondo dello sport, con una squadra composta da ex atleti “falliti” a partire da Attila stesso ex pugile, medaglia d’argento alle olimpiadi di Seul. Di questa squadra fanno parte Lillo Santoni, in arte fantino perché proveniente dal mondo dell’ippica e incappato in un giro di scommesse clandestine, Checco Rossi, il ciclista detto Farmacista con una brutta storia di doping alle spalle, e poi ancora Luchino de Medicei, il conte, ex tennista e Palmiro Giovannelli, Fiocco di neve, proveniente dal basket. Su tutti domina la figura del commissario Ivan Attila, ben caratterizzato da Paolo Foschi in sole 150 pagine circa di buona tensione investigativa.

Il commissario restò in silenzio. Sembrava la scena di un film. L’aria era carica di tensione e di attesa. Igor Attila socchiuse gli occhi. Si sentiva un po’ come Re Artù davanti ai suoi impavidi cavalieri. Gli eroici Cavalieri della Tavola Ikea.
“Le vacanze sono finite”.
Pausa.
I quattro poliziotti della squadra rimasero in silenzio.
Igor Attila non voleva creare suspense. Ma le parole proprio non riuscivano a venir fuori. Era ancora sconvolto per l’sms ricevuto la sera prima.
Non cercarmi più. Ho un altro. E sono felice. Cerca di rispettarmi almeno adesso.
Un colpo al cuore quelle parole.
Doveva immaginarlo e chissà da quanto tempo andava avanti questa storia. Forse anche prima che…
Sbattè con forza il pugno sul tavolo….

L’indagine lo vede alle prese con l’omicidio del portiere Rocco Graziano della Roma calcio, all’indomani della vittoria della squadra in Champions League, la più importante delle competizioni calcistiche per club. Tre colpi di pistola, per stroncare la vita di una giovane promessa dello sport italiano. Le indagini prendono piste diverse perché fin da subito si scopre che Rocco Graziano ha una doppia vita e molte possono essere le persone che hanno dei buoni motivi per ucciderlo in un mix di sporca politica, camorra, mondo dello spettacolo e storie sentimentali. Alla fine il commissario Attila verrà a capo di tutto donando al lettore una conclusione di Umana e Personale giustizia.

La personalità di Ivan Attila domina la storia, rispettando sempre la sua ambientazione romana che fa da sfondo alla vicenda senza massacrare il lettore con riferimenti di vie, luoghi, spazi ecc. Una Roma presente, ma non invadente, come la vita sentimentale del protagonista sempre viva e sempre relegata ai margini dell’indagine. I pensieri di Attila non sono mai espressi a parole, vivono nei suoi comportamenti e soprattutto nell’ossessivo rapporto con il corpo e la continua voglia di superarsi nella fatica e nell’esercizio fisico. Mentalità vincente la sua. Fatta di sacrificio, tenacia e tanta musica per vincere la rabbia:

Fu costretto ad attendere ancora un po’. Era nervoso. Non aveva chiuso occhio tutta la notte. Non si era sentito così emozionato nemmeno ai tempi delle olimpiadi. Adesso però era tutto diverso. All’epoca era pieno di sogni e speranze. Ora invece era pieno di rabbia.

Rabbia che sfoga con pericolose corse in moto e allenamenti ai limiti del collasso. Rabbia che cela un personaggio complesso:

La morte lo aveva proiettato al centro di un vortice. Era giustizia o vendetta quella che andava cercando? Forse era ancora in tempo per fermarsi.
Voglio ringraziare Paolo Foschi, scrittore, per aver creato un personaggio come il commissario Igor Attila completo e perfetto. Ironico e profondo. Malinconico al punto giusto e sbirro, anche se, asservito ad una giustizia non del tutto legale, ma indubbiamente giusta e condivisibile.

Una chicca Paolo Foschi la riserva al Sommo Maestro: “… Ma, dico, è impazzito dalla sera alla mattina? E perché non mi ha informato prima? Che si è messo in testa? Si crede di essere Montalbano? Qui non siamo in una fiction o in un romanzo di quattro soldi…”.

recensione di Ivo Tiberio Ginevra



martedì 6 novembre 2012

Il fiuto dello squalo


Autore: Gianni Solla

Editore: Marsilio

Anno: 2012

Pag: 297

recensione di Ivo Tiberio Ginevra

Sergio Scozzacane è un manager discografico, conosciuto nell’ambiente napoletano con il soprannome di “Squalo”. L’ingiuria la prende fin dalla nascita. È suo padre a dargliela. Ha una pinna al posto del naso. Da allora è sempre stato “lo Squalo” per tutti.

La prima volta che mio padre mi ha chiamato Squalo avevo tre settimane. Mi teneva avvolto in un plaid marrone a pochi centimetri dalla stufa a cherosene che accendeva bruciando un foglio di giornale infilato nel buco del serbatoio. Aveva paura: adesso che ero nato, era davvero costretto a tornare nel letto di mia madre tutte le notti? Continuava a guardarmi attraverso gli occhiali a goccia e non si spiegava quella cosa misteriosa che avevo sulla faccia.Mi chiamò squalo perché aveva il piacere che avessi il nome di una pianta carnivora o di un predatore. Doveva farlo sentire meno responsabile. Se ero nato con quella pinna al posto del naso, c’era da aspettarsi che mi sarebbero comparse le branchie e in bocca un centinaio di denti triangolari. Era convinto che per ognuno di noi esistesse un solo nome possibile, e lui aveva trovato il mio.
Quarant’anni dopo, sul mio biglietto da visita c’è scritto LO SQUALO.

Lo Squalo è un fallito. Uno spiantato. Uno che nella vita non ha combinato niente e niente ha capito della vita. Si è solo barcamenato nei vicoli di Napoli, vivendo alla giornata con un lavoro ereditato dal padre e da lui distrutto per la sua innata mancanza di fiuto negli affari. Ha una marea di debiti, di quelli grossi, ed è stato così pirla da averli contratti con la camorra; e con la camorra non si scherza. O paghi o muori.

“Ti devo tagliare un dito”… “ Parliamo seriamente, questa cosa fa schifo pure a me, mi sporco il vestito di sangue e mi tocca sentirti piangere, ma è lavoro, non posso affezionarmi ai miei clienti, quindi di meno parliamo meglio è. Lo dico anche per te, conserva le forze per guidare. Però mi hanno detto di farti scegliere quale dito vuoi che ti venga tagliato e non mi sembra poco”.
“Hai capito che devi scegliere un dito?”
“Se mi tagli il dito dopo devo pagare comunque oppure siamo pari?”
Quello si avvicina e mi da uno schiaffo. In realtà appoggia la sua mano carnosa e mi stringe la faccia, ma l’effetto è quello di uno schiaffo. Sento le guance comprimersi e un po’ di sangue in bocca.
“ Che ce ne facciamo del tuo dito. È un avvertimento, devi pagare, oggi ti tagliamo il dito, dopo ti ammazziamo è una specie di anticipo sulla tua morte”.

E proprio quando Lo Squalo ha progettato la sua uscita di scena, ecco che fiuta il primo vero affare della sua vita. L’affare si chiama Mattia. Un giovane cantante vincitore di un talent show televisivo e, ancora per due mesi,sotto contratto con la sua agenzia. Scozzacane, si getta a capofitto nell’avventura di portare il cantante della sua scalcinata casa discografica al festival di Sanremo, così con gli introiti potrà saldare i debiti, rifarsi una vita e magari uscire dal giogo della sua stupida esistenza. C’è anche un momento dove tutto sembra che si stia mettendo per il meglio, c’è pure una splendida ragazza innamorata di lui, ma poi ogni cosa ricomincia a girare male. A vuoto e stavolta Lo Squalo deve per forza uscire di scena se vuole vivere. Allora decide di andar via, ma alla grande, quindi progetta un finale inaspettato, struggente e senza dubbio geniale. Una soluzione ingegnosa che a ben vedere è l’unica possibile per uno squalo palombo.

Gianni Solla con scrittura leggera e incalzante, ma al contempo ironica, patetica, vivace e realistica, affresca il dramma del fallimento dell’essere umano e della sua incapacità di sottrarsi al proprio disastroso destino già segnato dalla nascita, donandoci un personaggio nuovo e indimenticabile nel moderno panorama letterario italiano: Sergio Scozzacane, Lo Squalo

La narrazione in prima persona procede sciolta e intrigante fin dalle prime pagine, captando l’attenzione del lettore su Lo Squalo, protagonista indiscusso di questo romanzo e dello spirito partenopeo dell’arrangiarsi indolente attraverso le continue vicissitudini con il suo carico d’amarezza per una vita spesa dietro al sogno di emergere dallo squallore dei rioni di una Napoli insensibile, che brama denaro e successo. Vittima e carnefice al tempo stesso delle esistenze che la compongono.

Nel romanzo ci sono anche altre figure minori tutte ben caratterizzate e perfette nel contesto dell’opera. Ognuna vuole qualcosa che cerca e non trova o che non cerca più. A Marcello Santamaria, boss della camorra, vero squalo di tutta la storia, manca il successo; a Teresa, sensibile, devota e sottovalutata collaboratrice dello Squalo manca l’amore; a Luisa, con la sua vita buttata in un triste hotel della vicina Sanremo manca qualsiasi possibilità di riscatto, e poi soprattutto c’è Sofia, bellissima, intelligente, sofisticata, forte, sensibile e innamorata di un fallito come Sergio Scozzacane. Una donna, alla quale manca molto in termini di salute (è cieca), e che al fianco dello Squalo, non fa altro che amplificare la natura drammatica del fallimento generale, togliendogli pure l’intimità della solitudine.

In conclusione fra sesso veloce consumato con indifferenza in luridi postacci, cantanti neomelodici napoletani allucinati dalla ricerca del successo, malavitosi e falliti vari, Lo Squalo è una figura vincente perché vive la sua esistenza in un mondo sbagliato e la saprà riscattare alla fine di un percorso d’autodistruzione personale.

“Cerchiamo di capirci, se hai una pinna di squalo sulla faccia allora diventi carnivoro”.

Il libro di Giovanni Solla è un gran bel libro che si fa amare per l’unicità del suo protagonista, Sergio Scozzacane detto Lo Squalo.

recensione di Ivo Tiberio Ginevra

venerdì 19 ottobre 2012

Intervista a Matteo Bortolotti

Chiacchierata fra
Matteo Bortolotti e Ivo Tiberio Ginevra.
pubblicata su www.thrillercafe.it



[D]: Ho già detto di prepararti un disgustoso lattementa. Tranquillo non è il tuo barman che ad ogni persona grida: “C’è qui Matteo Bortolotti lo scrittore”. Il nostro barista è come Rollo di Amsterdam avenue dei romanzi di Westlake, pertanto ti indicherà sempre come “quello del lattementa“. Ma Bortolotti scrittore beve davvero questa cosa stomachevole?

[R]: Grande Cocomero, magari fossi come Dortmunder! Bevo davvero lattementa. A me piace, e poi è pure… verde!

[D]: Oramai sappiamo tutti che l’idea di trasformarti in personaggio nei tuoi romanzi te l’ha data Loriano Macchiavelli, ma perché hai scelto proprio questo look pazzesco buono solo per daltonici?

[R]: Be’, tutti gli altri protagonisti del panorama del giallo mi annoiavano. E i vecchietti del bar sotto casa mia erano già stati presi! Perché questo look? faccio le cose seriamente senza prendermi sul serio. Uno scrittore scrive sempre di se, ma per farlo ha bisogno spesso di passare attraverso dei personaggi, quindi per rendere efficaci dei gialli come ‘Il mistero della loggia perduta’, ho dovuto trasformarmi in un personaggio, trattandomi esattamente come tratto tutti gli altri personaggi: senza favoritismi perché abbiamo lo stesso nome, anzi!

[D]: E scusa, già che ci siamo il Bortolotti scrittore, davvero va in giro con giacca verde e camicia hawaiana? Mi risultano degli avvistamenti in tal senso.

[R]: Una notte di qualche anno fa, un amico nelle forze dell’ordine mi chiamò trafelato, convocandomi all’Istituto di Medicina Legale: voleva un parere su alcune ‘strane’ ferite che avevano trovato su un cadavere. Io non riuscii a dirgli di no. Non mi sembrava vero. Era proprio come nei film. Mi sentivo fichissimo, così non pensai che avrei dovuto passare da casa per cambiarmi… Venivo da una festa anni ottanta! Indossavo una giacca verde, una camicia hawaiana e risultavo particolarmente colorato rispetto a tutta quella morte che avevo intorno. Ricordo ancora il dialogo che scambiai con lui.
“Ma come ti sei conciato, Matt?”
“Allegro.”
“E’ morta una persona!”
“Be’, quando sono entrato in quel frigorifero il morto sembrava quasi che mi sorridesse!”
“Era il rigor mortis.”
“E che ne sai, tu? Magari lo divertiva il mio abbigliamento. E’ allegro!”

[D]: Cosa ha voluto fare il Bortolotti scrittore con quest’ultimo romanzo rendendosi protagonista egli stesso?

[R]: Che ne dici di usare parole meno ‘definitive’ di ‘ultimo romanzo’? Per esempio… ‘nuovo romanzo’!

Ho voluto scrivere il primo di una-spero-lunga-serie di romanzi gialli, di spassose e delittuose commedie dove si ride molto, ma ogni tanto si potrebbe anche piangere, dove si dicono un sacco di bugie, ma anche qualche piccola verità. Dove, dopo tanti anni di sovraesposizione alla violenza, ri-puntiamo il dito sull’anticamera del delitto: il vizio.

[D]: Qual è il rapporto con il tuo alter ego?

[R]: Lo odio. E’ lo stesso rapporto che ogni scrittore ha coi suoi personaggi: gli creo problemi e lui li risolve. Maledetto! E a volte ci riesce proprio come lo farei io. Altre volte è più bravo, forse perché è anche un po’ più antipatico, un po’ più intelligente, un po’ più nei guai di me.

[D]: E io in questo momento con chi sto parlando con lo scrittore o l’inguardabile?

[R]: Tutti noi siamo quello che ci raccontiamo di essere, a volte indeboliamo e rischiamo di diventare come ci raccontano gli altri. Tutti siamo autori del nostro personaggio, solo che spesso ci sfugge di mano. Io ho preso alcuni miei difetti e li ho amplificati disegnando un fumetto di me stesso, un fumetto che in alcuni casi ha molto di realistico. L’ho fatto per sparlare di me, del mio mondo, degli scrittori italiani, della nostra società.
[D]: La vicenda narrata nel tuo romanzo Il mistero della loggia perduta (ed. Felici) sembra piuttosto credibile, ma ha un reale un fondamento storico?

[R]: In questo primo giallo un maggiordomo viene trovato ucciso in modo particolarmente macchinoso e si scopre che la sua morte riguarda anche un tesoro della Massoneria. Per trovare il tesoro, il protagonista dovrà risolvere tre indovinelli lasciati da Giovanni Pascoli. Dunque, di vero c’è che Pascoli era massone come lo era il suo maestro Carducci, che la Massoneria alla fine dell’Ottocento propugnava ideali liberali e sosteneva quantomeno moralmente le rivoluzioni a tutti i regimi e le dittature. Di vero c’è che all’epoca l’allegra combriccola iniziatica era una fucina di libero pensiero e di democrazia. Poi chissà! Come dice anche Eco nel suo ultimo romanzo (ops!) la Massoneria è diventata una specie di spauracchio e di capro espiatorio per tutti. La Chiesa per prima, visto che i massoni, i carbonari, i giacobini, lottavano contro il Papa Re. Persino a sinistra tutti la schifano, quando si sa dai libri di Storia che le radici del socialismo sono piantate tra squadra e compasso. Allora di vero c’è, forse, che quando tutti danno sempre la colpa a qualcosa di esterno, di inafferrabile e ‘segreto’, di ‘deviato’ e ‘satanico’, probabilmente ci stanno prendendo per i fondelli, perché un nemico totale fa sempre comodo. Di vero c’è che non mi piacciono i pregiudizi, e mi sembrava divertente giocarci sopra. Senza risparmiare nessuno.

[D]: Cosa ti è piaciuto di più mentre scrivevi il romanzo?

[R]: Non è stato facile trasformare me stesso e alcuni dei miei amici in ‘personaggi’, mi sono divertito a guardarmi con gli occhi dei lettori, a indagare la mia città, a cercare tra i vizi e le complicità di chi tira i fili di Bologna. E non solo. La cosa più divertente è che ho ritrovato un vecchio amico: il giallo classico, il whodunit. Ho ritrovato nel sarcasmo di questo genere così finto eppure così vero, la forza per raccontare il mio mondo senza annoiare e senza fare l’intellettuale diarroico di verità rivelate. Questo non mi farà vincere dei premi. Lo so.

[D]: Al centro de Il mistero della loggia perduta c’è Bologna. Sappiamo tutti che la tua città la ami da morire, ma oggi nel 2012 cosa c’è che non ti piace più e vorresti cambiare?

[R]: C’è quello che già prima non funzionava, c’è una città che non va’ al passo con se stessa perché ha paura del cambiamento. C’è l’arroganza di chi si è sempre ritenuto vincitore perché stava dalla parte dei vinti, e questo è il più grande peccato di vanità e vigliaccheria che si possa commettere. C’è una città coraggiosa travestita da città ossessionata dai suoi fantasmi. Una città buona, nascosta sotto le macerie delle stazioni e dei partiti. Una città giovane travestita da forestiera dentro le case subaffittate ai fuorisede dell’Università, c’è una città arrabbiata che non ride più, lasciata fuori dai vernissage dei nuovi hipster radical chic. Gente che non ha il senso dell’autoironia, ma che la dovrà ritrovare. Io predico un’insurrezione fatta di sfottò e di lieto-fine, di guitti eroi giusti anche se considerati sbagliati, di giullari che ridono di se e fanno ridere gli altri smascherando la logorrea generale. Perché ridere è l’anticamera della rivoluzione. Oggi più che mai. Alleluia!

[D]: La maggiore soddisfazione che hai provato scrivendo Il mistero della loggia perduta?

[R]: Frasi come: “Ho letto il tuo romanzo e per tre ore ho riso!”, “Ho seguito la tua indagine… Volevo capire chi era l’assassino!”, “Scrivine ancora, la prossima volta che voglio dimenticare una giornata di merda voglio entrare in libreria e chiedere un Bortolotti!”, “Ehi, scrittore! Mi devi dodici euro!”.
Ehm, quest’ultima frase non mi ha dato soddisfazione. Le altre però…

[D]: Ho visto che sei anche molto attivo su internet ed hai un filo diretto con i lettori. Qual è il tuo rapporto con il pubblico? Cavolo! Sbaglio sempre Siete molto attivi…

[R]: ‘Il mistero della loggia perduta’ non è l’unico romanzo che ho scritto che vede la giacca verde protagonista. Mano a mano che lavoravo sul progetto, questa è diventata molto di più che una serie di romanzi. E’ diventato un mondo della storia che volevo condividere coi lettori, col pubblico nel senso più lato del termine. Un narratore non è nessuno se non ha qualcuno che lo ascolta, così ho deciso che per raccontare le avventure gialle di Matteo Bortolotti dovevo partire dalla base, ascoltare chi mi seguiva e cercare un contatto diretto con loro, e con questi mattoni costruire una casa comune. Si chiama ‘Professione Mistero’. Nel sito di professionemistero.it c’è Matteo Bortolotti, in giacca verde, declinato in tutti i modi possibili che le nuove tecnologie ci permettono di utilizzare. Stupide vignette ironiche, recensioni misteriose in cui consegno come voti delle ‘giacche verdi’, video in cui lo scrittore è protagonista di una serie di servizi riguardanti il mondo del mistero (e prende in giro alcuni televisivi), e poi ancora racconti inediti, anticipazioni… Ho persino spedito il prologo del romanzo una settimana prima che uscisse in libreria… in formato audio, però! Anche in questo caso l’ho fatto per giocare coi media, per esplorarli, e questo mi è valso il titolo di primo personaggio cross mediale italiano. Roba da matti. Non so nemmeno pronunciarlo.
Immaginate il dialogo a una festa, una modella mi si avvicina e chiede:
“Tu cosa fai nella vita?”
“Il personaggio cross mediale.”
“Ah, così vai in moto?”

[D]: Parlaci o se preferisci, parlateci pure dei tuoi/vostri progetti futuri.

[R]: La parte che preferisco: progetti futuri. Dunque, se riesco a camparci continuerò a fare lo scrittore e lo sceneggiatore, ma non è facile senza un partito politico alle spalle, senza un parente famoso o senza un patrimonio di famiglia. Per ora, sono quasi sette anni che ci campo senza dovermi vendere come un guru o parlarvi per forza di mafia, camorra e ‘ndrangheta, ma avrò bisogno di voi! Del pubblico! E non sono il solo, come me ce ne sono molti altri.
E’ già pronta una seconda indagine cartacea di Matteo Bortolotti, la storia di una ragazza trovata morta in un fosso, senza nome, ma con strani segni sulla pelle. E poi ci sono una serie di brevi e divertenti indagini che usciranno esclusivamente su ebook. Racconti lunghi il cui primo s’intitola ‘Cinquanta sfumature di verde’ ed è ambientato sulla riviera romagnola…

[D]: Qual è la regola che ti dai quando scrivi?

[R]: Alla base di ogni buona storia c’è il conflitto.

[D]: A cosa non puoi rinunciare quando scrivi?

[R]: Alla comprensione di chi mi sta vicino, al supporto di chi mi vuole bene. Non è facile far capire agli altri che in certi giorni stai scrivendo anche quando bevi una birra.

[D]: Convinci i nostri lettori a leggere Il mistero della loggia perduta.

[R]: Se sono arrivati a questo punto dell’intervista sono già convinti.

[D]: Una domanda cazzona: In cosa si rincarnerebbe Bortolotti scrittore? E il Bortolotti per daltonici?

[R]: Una risposta cazzona: entrambi ci rincarneremmo volentieri nella cyclette di Heidi Klum.

[D]: Un’altra domanda cazzona: Il Bortolotti, quello del romanzo, è un tipo sfortunato con le donne. E l’altro Bortolotti come va con le gentil sesso?

[R]: Tutti siamo stati sfortunati in amore. Tutti siamo stati ingannati, perché il più delle volte siamo noi stessi che ci inganniamo da soli. Ho vissuto molte avventure e qualche buon amore. Da quando indosso questa giacca verde, però, sono davvero fortunato!

[D]: Una domanda seria: che ho già fatta ad altri tuoi colleghi, ma è un argomento a cui tengo molto perché ho notato quanto la classe culturale italiana è insensibile al dramma del popolo Siriano, pertanto ti chiedo: Cosa diresti agli Stati Uniti ed ai principali governi europei tanto prodighi in Libia nella difesa dei diritti umani, quanto e nella stessa misura indifferenti in Siria? Dai Rimproverali! Sciogli le loro anime. Trova quelle belle parole che un grande scrittore come te può dire i questi frangenti, per smuovere le coscienze sociali.

[R]: Le parole migliori che in questo momento mi vengono in mente sono quelle di Stefano Tassinari, recentemente scomparso, cuore pulsante dell’Associazione Scrittori di Bologna quando io ne ero segretario. Sono le parole della sua bellissima e cruda poesia ‘Ti ricordi, America’.

“Peccato, America,

perché non hai capito neanche adesso

e allora fottiti, America,

per le tue guerre umanitarie,

le tue vendette corporali

il tuo Dow Jones che gioca all’altalena

il Ku Klus Klan, gli hamburger,

le pistole in ogni casa

le rappresaglie, i marines, le bombe sui civili

e l’inno cantato con la mano sul cuore

quando nemmeno sai, il cuore,

da che parte sta.

Fottiti, America.”

[D]: Ciao Matteo e grazie per l’intervista.

[R]: Ciao a tutti!

intervista di Ivo Tiberio Ginevra



lunedì 1 ottobre 2012

La donna che parlava con i morti


Autore : Remo Bassini
Editore : Newton Compton
Anno : 2007
Pag. : 238


Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Con questa recensione voglio dar seguito al mio disappunto nei confronti delle case editrici, già espresso in occasione di Rosso Italiano di Massimo Rainer (ed. Barbera 2007) a proposito di libri messi anzitempo fuori catalogo, nella speranza di sensibilizzare i lettori e magari qualche editore a voler leggere, cercare, o ripubblicare delle ottime opere di romanzieri più o meno conosciuti, che altrimenti sarebbero dimenticate.

Il libro di oggi è La donna che parlava con i morti di Remo Bassini, pubblicato nel 2007 da Newton Compton Editore e già fuori catalogo.

Gravissimo errore per due motivi fondamentali.

Primo perché Remo Bassini è uno dei pochi narratori italiani contemporanei che con profonda e lucida semplicità riesce a descrivere le contraddizioni delle provincie del nord Italia nella solco della tradizione tipica di grandi scrittori come Cesare Pavese, Dino Buzzati ed altri noti (e questo posso dirlo poiché non sono di parte e non ho alcun interesse personale).

Secondo perché l’opera è di alto valore letterario e a distanza di cinque anni è ancora attuale, godibile e credo unica nel suo genere “giallo”.

La trama

È il primo giorno di settembre, fa caldo. Nell’aria, Anna Antichi sente l’angoscia del suo fallimento esistenziale: un incubo di giornate sempre uguali da consumare in un paese troppo piccolo per i suoi sogni. Con l’anima spezzata da un grave lutto familiare, Anna è una ragazza invecchiata troppo presto e il corso degli eventi aggiungerà dolore al suo dolore. Fabrizio, lo strano poliziotto di cui si è innamorata, è scomparso improvvisamente: i suoi colleghi brancolano nel buio e Anna si rifiuta di credere a una realtà troppo dura da accettare. Dal passato di Fabrizio affiorano, infatti, le tracce che portano fino alle profezie di una misteriosa Marta. Fili sottili che Anna è costretta a seguire nel tentativo di liberare se stessa e l’uomo che ama da un destino di disperazione.

Anna Antichi è un personaggio semplice e complesso al tempo stesso. È anarchica figlia d’anarchico. Testarda come un mulo. Sfrontata, irritante, impulsiva, paranoica, complicata, inquieta, vive solo “il tutto o il niente” ed è piena di difetti, ma ha pure delle qualità contrapposte. È forte dentro. È molto sensibile. Coraggiosa, pratica, intelligente, onesta e soprattutto è innamorata e soffre. Soffre molto per amore, e non solo per quello di Fabrizio, ma anche per quello rimpianto del padre e per quello inespresso della madre.

Anna Antichi è un personaggio vero, o meglio, Remo Bassini riesce a creare un personaggio vero, vivo, ricco di una sensibilità femminile così intensa, da far credere che sia stata addirittura descritta da una donna, per come è intimamente spiegata. Da uomo non è facile scavare nell’animo di una donna. Non lo è affatto nelle sue passioni, nel suo amore e soprattutto nel suo dolore, nel suo tormento senza pietà. Scusate ma tutto questo, non è poco.

Anche gli altri personaggi del romanzo sono perfetti e indimenticabili. Ognuno di questi, a partire dall’amato Fabrizio è completo, ben caratterizzato e con un ruolo preciso e funzionale nell’insieme della storia. Ognuno introduce sempre un tema o rappresenta qualcosa. Un qualcosa d’importante come l’onestà intellettuale (il padre anarchico di Anna), l’amicizia (Fabrizio), l’invidia, la caparbietà, l’onore, la giustizia, il passato con la sua storia, la guerra, l’omicidio di una giovane innocente, l’omicidio di un giovane idealista. Il mistero. Fili tutti legati dall’amore, dalla sofferenza e dal tormento dell’anima.

Il vero protagonista del romanzo è il dolore, assoluto, incondizionato. In una sola parola Potente. Protagonista da subito di una escalation senza uguali, fino a diventare lirismo. Un dolore vero che scaturisce dalla passione, inserito in un sordo contesto quotidiano, mai espresso in modo sensazionale e confinato a restare intimo. Un dolore che muta e fa crescere.

Lo sfondo della narrazione è come sempre quello della provincia Italiana del nord Italia, con le sue atmosfere e contraddizioni, messe impietosamente a nudo, insieme ai difetti, alle ipocrisie e alle sue devastanti indifferenze. Raccontare di questo, e così bene, senza essere un “grillo parlante” retorico e moralista, oggi lo sanno fare davvero in pochi, e credo, veramente molto pochi se si tratta di un giallo intriso di mistero.

A proposito del genere letterario scelto da Remo Bassini c’è da dire che si tratta di un “giallo” piuttosto atipico, dove l’azione scenica è sostituita dall’evoluzione psicologica dei suoi personaggi, e della protagonista in particolare, fino a superare l’essenza stessa del genere narrativo per uno di gran lungo respiro che tocca le corde dell’opera letteraria.

La genialata del romanzo La donna che parlava con i morti, (titolo inquietante e retrò), è l’enigma che ruota intorno a questa donna che fino all’ultimo non sarà svelato.

In conclusione la narrazione di Remo Bassini ha sempre un’anima forte e bella che penetra nella psiche del lettore come un soffio vitale fino a trasformarsi in essenza del quotidiano e sublimazione del leggere.

Ivo Tiberio Ginevra



Il mistero della loggia perduta



Autore: Matteo Bortolotti
Editore: Felici Editore
Anno: 2012
Pag. 176


Bologna: è la notte che precede il giorno di san Giovanni Battista.

Un anziano maggiordomo è stato ucciso nello studio di un grande palazzo di cui è custode. … Sulla scena del crimine, una mappa autografata di Giovanni Pascoli e una traccia che porta dritti al tesoro della leggendaria Loggia dei morti.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Matteo Bortolotti scrittore trentunenne bolognese, e Matteo Bortolotti scrittore trentunenne bolognese, investigatore e protagonista del suo romanzo Il mistero della loggia perduta. Insomma due Bortolotti in uno. Uno reale e uno di fiction che interagiscono fino al punto di creare l’uno il personaggio e l’altro lo scrittore. Schizofrenia? Speriamo proprio di no! E chi è il colpevole di tutto questo? Incredibile, è Loriano Macchiavelli. Sua è stata l’idea di suggerire a Bortolotti di diventare protagonista egli stesso dei propri romanzi. L’allievo cercava un consiglio, il maestro ha proposto questo, e lui l’ha messo in atto senza esitare.

Il problema, oltre all’evidente dissociazione, è che il Bortolotti del Romanzo veste male, troppo male. Malissimo. Giacca verde pisellino sopra una camicia hawaiana e, ancor più grave, il suo omonimo sembrerebbe che vada in giro vestito così.

Entrambi i Bortolotti vivono, scrivono, gigioneggiano in una Bologna contemporanea con le sue evidenti contraddizioni e con un passato misterioso e ingombrante che aleggia nell’aria o riemerge dalle viscere della città per donarci una storia gialla, colta, gustosa e bella proprio come Bologna. Una vera Bologna con le sue vie, porte, chiese e diavoletti. I suoi locali veri come il Cocoa o la pizzeria Scalinatella, e la gente reale, gli amici del vero Bortolotti, coinvolti anche loro con altri nomi (il Carne, lo Zio Morte, Godzilla) nelle indagini dello scrittore.

Una città protagonista di un giallo puro, vecchio stampo.

Io credo che Matteo Bortolotti scrittore, con il mistero della loggia perduta, abbia fatto non uno, ma ben due passi avanti nella nostra letteratura contemporanea. Innanzitutto ha rigenerato il giallo italiano donando alla sua classicità, ironia, mistero, azione, e un nuovo personaggio (se stesso) strambo e geniale come Scherlock Holmes, saputello e flemmatico come Ellery Queen, paranoico come Peirot (ognuno con le sue fissazioni, uno con i baffi l’altro con le camicie), e soprattutto impiccione come Jessica Fletcher. Insomma in una sola parola, Bortolotti scrittore ha inventato un personaggio “divertente”, anche se all’inizio è difficile entrare in empatia con tutto questo miscuglio e soprattutto c’è una sottile intolleranza alla sua aria saputella, a tratti irritante. Superato quest’empasse il Bortolotti personaggio è una macchietta molto fine e geniale al quale è impossibile non affezionarsi.

L’altro passo avanti consiste nell’uscire dallo stereotipo culturale in cui è caduto il nostro noir attuale, oramai intento ad inseguire i serial killer, smembratori di cadaveri viaggiando nei meandri di cervelli malati per iniziare ad indagare sui delitti. Per non parlare poi del genere d’importazione con i suoi miti e codici da decifrare, che Bortolotti ha ridicolizzato in commedia mescolandoli di reale normalità, fra improbabili inseguimenti che finiscono e nascono in pizzerie, o bar gustando una stomachevole bevanda lattementa al posto di un bourbon stravecchio nel bel mezzo di un intrigo internazionale.

Sotto l’aspetto tecnico, la storia è scritta molto bene. È sempre misurata, precisa e si fa leggere tutta d’un fiato. Gioca e mescola con sapienza, mistero esoterico e comicità ironica a tratti grottesca. Mette in evidenza un paziente lavoro preparatore di ricerca sulle logge massoniche, e soprattutto è un atto di amore dello scrittore a Bologna che da cupa, reale, e periferica nelle sue atmosfere descritte in Questo è il mio sangue, (romanzo di esordio nel 2005 di Bortolotti con Colorado Noir) si trasforma in dotta, misteriosa e gioviale.

Ma oramai il personaggio esiste, la città c’è e lo scrittore vive nel suo stesso personaggio; non posso quindi che aspettare le prossime storie di Matteo Bortolotti detective scanzonato e colto, arguto e irritante, simpatico, geniale… e sfortunato in amore.

La notte e l’amore. Due cose che da sempre vanno piuttosto d’accordo. La letteratura ci ha riempito di scene notturne, di teatri in cui la luce cala e simula il lucore appena percettibile delle candele. E ci sono balconi, finestre, innamorati che sospirano. Gente col nasone che parla di baci e di accarezzarsi l’anima a fior di labbra. Tranquilli, adesso arriva il morto. Godetevi il prologo, nel frattempo.
Dal libro “Il mistero della Loggia perduta” di Matteo Bortolotti.

recensione di Ivo Tiberio Ginevra

martedì 11 settembre 2012

Rosso Italiano

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Con questa recensione voglio principalmente esprimere il mio disappunto a proposito di libri messi anzitempo fuori catalogo, per sensibilizzare i lettori e magari qualche editore a voler leggere, cercare, o ripubblicare delle ottime opere di scrittori più o meno conosciuti, che altrimenti sarebbero dimenticate.


Oggi inizio con Rosso Italiano di Massimo Rainer, edito da Barbera nel 2007 e già fuori catalogo.


Autore: Massimo Rainer

Editore: Barbera Editore

Anno: 2007

Grave errore, la non ripubblicazione, perché Rosso italiano nel suo genere, è una perla squisitamente italiana che se fosse stata ben seguita e curata, avrebbe potuto dare maggior lustro al suo autore, e soprattutto creato o stimolato nuovi scrittori a percorrere il solco tracciato da Rainer.

Quindi onore e merito alla Barbera Editore per aver coraggiosamente pubblicato e, a suo tempo intuito, che Rosso Italiano è un grande romanzo, ma permettetemi anche una doverosa tirata d’orecchi per averlo messo fuori catalogo solo dopo 5 anni, togliendo agli amanti del genere l’opportunità di godere di un piccolo gioiello esclusivamente italiano, oggi per fortuna elevato a valore di cult. Se poi penso che lo stesso editore all’epoca della pubblicazione lo aveva definito come “il libro più cattivo dell’anno”, allora m’incazzo davvero.

Polemiche a parte (l’ho comprato fortunosamente su e-bay) parliamo del romanzo, premettendo che Rosso italiano, così come lo definisce il suo autore è un libro pulp, anzi, estremamente pulp.

La storia si svolge tra Milano, Tokyo, Hong Kong, Roma, Genova e La Plaz con la curiosa caratteristica dell’indicazione all’inizio d’ogni paragrafo, della città, del giorno (senza anno – che gli conferisce un’originalità e confonde ad arte il lettore), dell’ora e dei gradi centigradi. Spazieremo, infatti, dai -5 gradi centigradi ai +45 sempre della capitale lombarda. (Mooolto originale, così come direbbe lo scrittore).

Ed è proprio a Milano che la Dea Pagana uccide, sevizia, e soprattutto fa scempio di magistrati e poliziotti. Ad indagare due sbirri totalmente agli antipodi su tutto: il commissario Vallesi e l’ispettore Annibale. Ma la trama, già intrecciata di suo, continua ad infittirsi perché sempre a Milano sbarcano tre esponenti della Yakuza alla ricerca della giovane Aska, e pur di averla sono disposti a tutto.

Fra giochi oscuri d’ignoti uomini di potere e persone comuni che al momento opportuno tirano fuori doti eccezionali, bizzarre e pulp, la storia procede verso un incredibile finale a sorpresa che chiude il romanzo e lascia un portone aperto ad un eventuale seguito. Non posso aggiungere altro per non togliere il piacere al lettore di godersi una lettura ricca di colpi di scena, nell’attesa che tutti i tasselli del mosaico vanno ognuno al proprio posto.

Lo stile di Massimo Rainer è indubbiamente riconoscibile fra centinaia di scrittori. Narrazione asciutta senza fronzoli o retorica. Dura fino ai limiti dello splatter, ma divertente e soprattutto puro pulp. Ogni personaggio è credibile e caricatura al tempo stesso. È godibile perché è buono, ed è altrettanto godibile perché cattivo, fino al punto di piantare un bisturi nella gola di un amico.

Ogni personaggio è normale nella sua vita e nella sua crudeltà. È tenero e violento. Affettuoso e criminale. In fin dei conti, nulla di nuovo, ma se è così allora la bravura di Massimo Rainer dove sta? Semplice, nel non far diventare tutto questo una gran minchiata, o se preferite, volgare spazzatura.

Rainer è un equilibrista estremo.

Nel suo romanzo a passo deciso procede con un sottile umorismo nero, violento e patetico all’interno di situazioni paradossali che a voler ben vedere, di paradossale non hanno nulla, una volta compresi a pieno i personaggi e le situazioni, quindi alla fine di un’assurda suspence lo scrittore ti regala una piacevole prova letteraria senza alcun freno inibitorio.

Altra ottima cosa di Massimo Rainer, oltre a saper gestire la suspence e ad imbastire un’ottima storia, è la caratterizzazione sia dei protagonisti che delle comparse. Semplicemente perfetta. Nulla da dire, da aggiungere o suggerire. Uno dei protagonisti di Rosso Italiano, il commissario Vallesi, è il prototipo ideale per un film di Q. Tarantino. Entra in scena al momento giusto creando il dubbio di avere a che fare con un criminale, perché è cattivo, violento, intransigente, preconcettato e soprattutto se ne sbatte delle regole, ma sa fare il suo mestiere. Uno sbirro che fra segreti e debolezze ha un cuore davvero pulp. Anche dei personaggi minori come il Signor Okabe o Toshiro Yamamoto, così ben caratterizzati con solo poche parole o gesti, meriterebbero l’attenzione di un grande attore come T. Kitano. Fatemi sognare, ma Rosso italiano lo vedo volentieri come un bel film.

Trascrivo volentieri un esempio di scrittura di Massimo Rainer. Riguarda la descrizione del dottor Renoldi. Personaggio minore, chirurgo plastico con studio nel cuore di Milano.

“Bene, grazie … e Valeria?”

“Valeria? Valeria chi…? Valeria… ah… già… Valeria.”

Ricordarla deve essere stato uno sforzo titanico, a giudicare dalla sberla in fronte che si tira.

“Scopata modesta, noiosamente mediocre. L’ho lasciata un paio di mesi fa… sembrava che a succhiarmelo mi facesse un favore! Non si rendeva conto della fortuna che aveva in bocca”.

Risata sguaiata, da osteria verso le due di notte.

Ride solo lui, come al solito. Renoldi è così. Un grizzly con mani da pianista.

Due arti d’oro, in grado di trasformare una tazza del cesso in un’indossatrice, con un rispetto per il prossimo sotto il minimo sindacale.

Una capacità miracolosa di regalare illusioni di felicità con una sensibilità da rottweiler a una bisca clandestina.

Un solo valore: l’amicizia.

Se non è pulp questo!

È impossibile anche non accorgersi dei riferimenti garbati o delle citazioni raffinate che Rainer fa ai miti del cinema, della musica o della letteratura solleticandone con garbo il ricordo e la ricerca. Nel perfetto gioco dei contrari convivono fra loro i Deep Purple e Antonello Venditti, oppure Jimi Hendrick e Peppino di Capri, solo per citarne alcuni nella musica, ma abbiamo anche un cammeo dedicato al Sommo Andrea Camilleri nel tipico linguaggio Catarelliano (il Maresciallo Cavallo).

E poi ci sono tante cose del tutto normali descritte con maestria. Mi riferisco alla “tragica” esperienza di chi ha dovuto sostenere gli esami d’abilitazione alla professione d’avvocato, che Rainer ancora oggi mi rievoca, con le sue di notti insonni, quello studio continuato ad oltranza e quella fottuta paura delle domande di esame. Per non parlare delle debolezze o impreparazioni di forze dell’ordine e magistratura che non esistono solo nelle finzioni e che auguro al mondo intero di non toccare mai con mano. Tutto questo è narrato in modo eccellente e preciso ed è di sicuro fra i motivi che hanno obbligato lo scrittore, avvocato penalista del foro di Milano, a dover usare uno pseudonimo: Massimo Rainer per l’appunto.

Per finire, un’ultima cosa. In Rosso Italiano, non c’è alcun messaggio moralistico, retorico, o saccente. Non c’è proprio nessun messaggio. Manca! È semplicemente un Pulp, un ottimo e vero Pulp.

I miei complimenti al libro di Massimo Rainer ed il mio disappunto per averlo messo fuori catalogo da parte della Barbera Editore.

Credetemi, per quanto sbagliato sia, ci si affeziona veramente ai personaggi di Rainer. Ti restano dentro.

Ah, dimenticavo. La copertina è incantevole, ma questo lo vedete da voi.

protesta di Ivo Tiberio Ginevra - pubblicata su www.fhrillercafe.it




giovedì 9 agosto 2012

La notte alle mie spalle



Autore: Giampaolo Simi
Editore: Edizioni e/o
Anno: 2012
Pagine: 256

recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Il tempo è un fiume lento ma potente e si porta via tutto: odio, dolore e soprattutto energie.

Furio Guerri ha un lavoro in carriera con grandi prospettive. Lo stressa parecchio, ma rende molto e gli da anche la possibilità di avere una bella casa, una bella macchina e soprattutto una bella famiglia. Sua Moglie Elisa è infatti una donna bellissima tutta dedita alla casa, al marito e alla figlia Caterina; una bambina vezzosa e tanto affezionata al suo papà. La famiglia di Furio sembra proprio quella ideale per far al meglio lo spot pubblicitario della mulino bianco. Sembra…

Nella realtà non è così. La serpe dell’incomprensione alita, circuisce, stritola questo quadretto familiare fino a distruggerlo, disperderlo, disintegrarlo nel peggiore dei modi.

Nella realtà Furio Guerri è un arrivista, egocentrico e senza scrupoli che per fare carriera ha pestato come mosto ai suoi piedi, tutto quello che gli è finito sotto, colleghi, clienti, amici, moglie, figlia. Tutto. Tutto pur di avere quello che vuole.

La sua sensibilità nei confronti della famiglia si racchiude solo nel bisogno di dare certezze attraverso i soldi. E lui è sempre pronto a darli. E si fa un mazzo così per dare soldi e agiatezza. Lavora come un cane per dare ancora di più, ma così altrettanto pretende da sua moglie Elisa.

Furio non capisce.

Non capisce né capirà, che a sua moglie ha dato solo comodità, soldi, benessere.

Non capisce che oltre alla solidità economica un rapporto è basato sul dialogo, affetto, amicizia e comprensione.

Non capisce che deve andare incontro alle esigenze del partner.

Non capisce che non si possono mortificare le aspettative e l’esigenze della propria compagna di vita.

Non capisce che i soldi non sono tutto.

Non capisce… Non capisce un cazzo! E pretende! E perde la testa! Sbaglia. Continua a sbagliare. Sbaglierà sempre e tutto… Forse sbaglia fino alla fine.

La notte alle mie spalle, è un grande, un ottimo, un meraviglioso romanzo, come non capita di leggere da un po’ di tempo a questa parte.

Ci vuole molto coraggio a parlare in questo momento della famiglia con le sue crisi, le sue trasformazioni e insicurezze. Fare questo è abbastanza difficile e Simi lo fa con autorevole maestria di forme e contenuti.

Centra bene, anzi, più che bene con il bisturi delle sue parole, la patologia in cui alcune famiglie di oggi sono piombate. Opera bene col suo scandaglio la crisi del benessere familiare che tutto travolge per il proprio ottuso egoismo.

Il linguaggio di Simi è elegante, mai banale, sempre attento a raccontare ogni singolo gesto che porta alla perdizione di una banale follia.

Il personaggio di Furio Guerri in tutti i suoi aspetti e nelle sue relazioni è studiato, descritto, e narrato con una lucida introspezione perfetta al punto di farcelo somigliare. Fino al punto di capire le cazzate che ha fatto. Fino a condividere il suo dolore, le sue ansie e la sua stessa pazzia.

Lo scrittore, inoltre eccelle bene nel falsare i piani temporali della narrazione, confondendoci positivamente nella lettura fra presente, passato, e trapassato del suo futuro incerto. Questa strategica scrittura lascia sempre viva l’attenzione, stimola la curiosità, l’analisi, e porta a ingoiare le pagine di un romanzo destinato a farsi ricordare a lungo.

In conclusione Giampaolo Simi si avventura nello studio dell’anatomia familiare di questo nucleo prototipo, fino a vivisezionarlo, mettendo a nudo i suoi tendini motori con un’analisi che deve aprirci il cervello per guardare dentro di noi, nei rapporti con il partner ed i figli, che ci crescono accanto come sconosciuti, ma che hanno tutto, perché TU, capofamiglia, dai tutto, fino a non far mancare niente. Fino al superfluo e di più. Fino a che il superfluo e il pretenzioso diventano la stessa cosa… e sbagli. E sbagli, sbagli, sbagli.

per la colpa c’è sempre il perdono. Per l’errore, invece, neanche l’oblio. … ed è vero. Lo capisci solo quando non hai più nulla. Solo dopo aver distrutto tutto. E l’oblio diventa un lusso che non può pagare l’errore.
recensione di Ivo Tiberio Ginevra


Intervista a Piergiorgio Pulixi

intervista di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Abbiamo recensito il suo Una brutta storia qualche giorno fa: seduto al bancone del Thriller Café oggi c’è Piergiorio Pulixi. Ci facciamo due chiacchiere…

[D]: Benvenuto su Thrillercafe.it, mentre il barman ti prepara qualcosa spiega un po’ ai nostri lettori come ti è venuta l’idea di scrivere il tuo ultimo romanzo Una brutta storia.

[R]: Stavo cercando del materiale per un’altra inchiesta e sono incappato in un articolo interessante. In un colpo solo erano stati arrestati sedici poliziotti, smembrando totalmente una Sezione di PS. Da lì mi sono incuriosito e mi sono documentato sul fenomeno della corruzione nelle forze di Polizia. C’era materiale per una serie e mi sono buttato. Ed Mc Bain ed Ellroy sono stati dei punti di riferimento per la creazione di un’intera Sezione di polizia con tanti personaggi. Poi ho capito che in realtà stavo andando oltre, stavo raccontando un’intera città vista attraverso gli occhi dei poliziotti, come accade soprattutto nel prossimo romanzo.

[D]: Il protagonista l’ispettore di PS Biagio Mazzeo è un uomo di dubbia moralità, diciamo pure che è un criminale, eppure nel corso del romanzo sfodera qualità umane e sentimenti forti soprattutto nei confronti della sua donna e del “branco”. Come hai tratteggiato un personaggio così complesso?

[R]: Ho cercato di creare un personaggio a tutto tondo, più verosimile possibile, analizzando una quantità di personaggi a mio avviso ben costruiti sia letterari che cinematografici ma anche legati al mondo dei fumetti. Ho notato che tutti avevano delle caratteristiche comuni a partire da Edipo o Ulisse, passando per Amleto o Raskolnikov, per arrivare che so a Harry Bosch di Connelly o Tony Soprano per citare una serie, e uno dei tanti tratti comuni è quello che io chiamo la “qualità del contrasto“. Sono tutti personaggi costruiti per contrasti: sono contraddittori, sono scissi tra forti sentimenti e codici morali che li portano a scelte sofferte; anelano qualcosa che potrebbe distruggere il loro equilibrio, portando il caos nelle loro vite, eppure continuano ad andare avanti, sbagliando, perchè appunto sono esseri imperfetti, sono uomini. Hanno tutti un passato che nel bene o nel male condiziona il loro presente, hanno segreti di cui dovrebbero liberarsi… Potrei andare avanti per ore ma mi fermo. Ho una grande passione per la drammaturgia e ho dedicato molto tempo ad applicarla al romanzo e alla costruzione dei personaggi.

[D]: Piergiorgio sappiamo che fai parte del collettivo letterario Sabot. Puoi spiegare a chi non conosce di cosa si tratta? E quali sono le difficoltà per uno scrittore come te di confrontarsi costantemente con gli altri colleghi?

[R]: Provengo dalla scuola di Massimo Carlotto che ha formato una squadra di giovani autori chiamata Collettivo Sabot che dopo un lungo periodo di letture e formazione – che non è mai finito e per fortuna continua – è approdato ad alcune pubblicazioni come gruppo e come singoli. Massimo ci ha aiutato a costruirci un solido bagaglio di cultura del genere noir e dell’aspetto più investigativo legato a quel filone letterario che prende il nome di “noir mediterraneo”, insegnandoci inoltre a lavorare di fino sulla meccanica delle trame, abilità in cui eccelle. Il nostro forte è la creazione e la discussione delle trame dei romanzi. Ognuno porta le sue idee che vengono poi messe al vaglio dell’intero gruppo che ci lavora e le “viviseziona” evidenziandone pregi e difetti. Avere un filtro costituito da varie persone ti aiuta ad approcciare il romanzo in maniera più efficace. La difficoltà la trovo solo quando ci capita di scrivere a più mani, e più che di difficoltà si tratta di avere un po’ di pazienza per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda della persona o delle persone con cui stai scrivendo. All’inizio vorresti ucciderli, poi dopo un po’ passa…

[D]: In quanto tempo hai scritto il libro?

[R]: Tre anni e mezzo.

[D]: Cosa ami di più del tuo ultimo romanzo?

[R]: La profondità dei personaggi, il loro vivere al limite e i segreti che nascondono. Il taglio epico e il montaggio alternato. Le forti amicizie, lo spirito di fratellanza, e le scene di sesso.

[D]: Cosa cambieresti?

[R]: Aggiungerei una scena tra Sergej Ivankov e sua figlia Irina che mi è venuta in mente quando avevo già consegnato. Peccato.

[D]: Cosa ti è piaciuto maggiormente quando hai riletto il romanzo?

[R]: I dialoghi.

[D]: A quale dei personaggi del libro sei più affezionato e c’è qualcuno che ti somiglia?

[R]: Purtroppo non c’è nessuno che mi assomiglia quantomeno fisicamente. Anche i più bastardi hanno carisma da vendere e personalità forti, o comunque sono interessanti. Insomma, gente come Varga o Oscar Fortunato sono tipetti interessanti, con cui andare a farsi una birra e farsi raccontare un po’ di storie; Donna o Sonja, nelle loro diversità, sono donne per cui arriveresti a uccidere, quindi sono affezionato un po’ a tutti.

[D]: La frase: “L’amore mi ha reso debole. Non fare anche tu come me se non vuoi farti ammazzare” è il vero leit motiv della dimensione tragica e contestualmente epica di Una brutta storia, ma Tu, Piergiorgio Pulixi: cosa faresti per salvare la donna che ami?

[R]: Tutto.

[D]: Ci puoi dare un’anticipazione sul romanzo che stai scrivendo?

[R]: I ragazzi della Narco sono in piena discesa agli inferi: i vertici vogliono smembrare la squadra di Mazzeo e trasferire tutti. Come se non bastasse in città si scatena una rivolta che tocca in modo particolare il dipartimento di Polizia. Un brutto omicidio manda in tilt politica e polizia. Il romanzo è ambientato in una settimana che segue i destini di poliziotti, giudici, politici, giornalisti e tanti altri che vogliono fermare la spirale di violenza e trovare il colpevole. Poliziotti buoni e corrotti devono in qualche modo fare fronte comune, e tutto culminerà in una notte che segnerà il destino della città e degli uomini che la difendono. E’ un romanzo corale di perdizione e redenzione, dove le donne hanno un ruolo determinante, e in cui Biagio deve affrontare il suo inferno interiore e i mostri da lui stesso creati.

[D]: Cosa non scriverai mai?

[R]: Un libro di cucina.

[D]: A cosa non puoi rinunziare quando scrivi?

[R]: Caffè, Virgin Radio, e dell’esercizio fisico che mi permetta di staccare la spina dal romanzo.

[D]: Chi è Piergiorgio Pulixi uomo e quali sono i suoi desideri?

[R]: Devo ancora capirlo, mettiamola così.

[D]: Consiglia un libro per l’estate e uno per la vita.

[R]: Sono un suggeritore indisciplinato quindi ne consiglio più di uno. Per l’estate: “Ferro e fuoco” di Romano de Marco, “Nella carne” di Sara Billotti e ti direi il prossimo di Massimo Carlotto che, credimi, è una vera figata ma purtroppo uscirà solo l’anno prossimo. Per la vita: “Il conte di Montecristo”, “Shella: il buio nel cuore” di Andrew Vachss, e FL’oscura immensità della morte” che è un capolavoro sulla vendetta.
intervista di Ivo Tiberio Ginevra