giovedì 9 agosto 2012

La notte alle mie spalle



Autore: Giampaolo Simi
Editore: Edizioni e/o
Anno: 2012
Pagine: 256

recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Il tempo è un fiume lento ma potente e si porta via tutto: odio, dolore e soprattutto energie.

Furio Guerri ha un lavoro in carriera con grandi prospettive. Lo stressa parecchio, ma rende molto e gli da anche la possibilità di avere una bella casa, una bella macchina e soprattutto una bella famiglia. Sua Moglie Elisa è infatti una donna bellissima tutta dedita alla casa, al marito e alla figlia Caterina; una bambina vezzosa e tanto affezionata al suo papà. La famiglia di Furio sembra proprio quella ideale per far al meglio lo spot pubblicitario della mulino bianco. Sembra…

Nella realtà non è così. La serpe dell’incomprensione alita, circuisce, stritola questo quadretto familiare fino a distruggerlo, disperderlo, disintegrarlo nel peggiore dei modi.

Nella realtà Furio Guerri è un arrivista, egocentrico e senza scrupoli che per fare carriera ha pestato come mosto ai suoi piedi, tutto quello che gli è finito sotto, colleghi, clienti, amici, moglie, figlia. Tutto. Tutto pur di avere quello che vuole.

La sua sensibilità nei confronti della famiglia si racchiude solo nel bisogno di dare certezze attraverso i soldi. E lui è sempre pronto a darli. E si fa un mazzo così per dare soldi e agiatezza. Lavora come un cane per dare ancora di più, ma così altrettanto pretende da sua moglie Elisa.

Furio non capisce.

Non capisce né capirà, che a sua moglie ha dato solo comodità, soldi, benessere.

Non capisce che oltre alla solidità economica un rapporto è basato sul dialogo, affetto, amicizia e comprensione.

Non capisce che deve andare incontro alle esigenze del partner.

Non capisce che non si possono mortificare le aspettative e l’esigenze della propria compagna di vita.

Non capisce che i soldi non sono tutto.

Non capisce… Non capisce un cazzo! E pretende! E perde la testa! Sbaglia. Continua a sbagliare. Sbaglierà sempre e tutto… Forse sbaglia fino alla fine.

La notte alle mie spalle, è un grande, un ottimo, un meraviglioso romanzo, come non capita di leggere da un po’ di tempo a questa parte.

Ci vuole molto coraggio a parlare in questo momento della famiglia con le sue crisi, le sue trasformazioni e insicurezze. Fare questo è abbastanza difficile e Simi lo fa con autorevole maestria di forme e contenuti.

Centra bene, anzi, più che bene con il bisturi delle sue parole, la patologia in cui alcune famiglie di oggi sono piombate. Opera bene col suo scandaglio la crisi del benessere familiare che tutto travolge per il proprio ottuso egoismo.

Il linguaggio di Simi è elegante, mai banale, sempre attento a raccontare ogni singolo gesto che porta alla perdizione di una banale follia.

Il personaggio di Furio Guerri in tutti i suoi aspetti e nelle sue relazioni è studiato, descritto, e narrato con una lucida introspezione perfetta al punto di farcelo somigliare. Fino al punto di capire le cazzate che ha fatto. Fino a condividere il suo dolore, le sue ansie e la sua stessa pazzia.

Lo scrittore, inoltre eccelle bene nel falsare i piani temporali della narrazione, confondendoci positivamente nella lettura fra presente, passato, e trapassato del suo futuro incerto. Questa strategica scrittura lascia sempre viva l’attenzione, stimola la curiosità, l’analisi, e porta a ingoiare le pagine di un romanzo destinato a farsi ricordare a lungo.

In conclusione Giampaolo Simi si avventura nello studio dell’anatomia familiare di questo nucleo prototipo, fino a vivisezionarlo, mettendo a nudo i suoi tendini motori con un’analisi che deve aprirci il cervello per guardare dentro di noi, nei rapporti con il partner ed i figli, che ci crescono accanto come sconosciuti, ma che hanno tutto, perché TU, capofamiglia, dai tutto, fino a non far mancare niente. Fino al superfluo e di più. Fino a che il superfluo e il pretenzioso diventano la stessa cosa… e sbagli. E sbagli, sbagli, sbagli.

per la colpa c’è sempre il perdono. Per l’errore, invece, neanche l’oblio. … ed è vero. Lo capisci solo quando non hai più nulla. Solo dopo aver distrutto tutto. E l’oblio diventa un lusso che non può pagare l’errore.
recensione di Ivo Tiberio Ginevra


Intervista a Piergiorgio Pulixi

intervista di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Abbiamo recensito il suo Una brutta storia qualche giorno fa: seduto al bancone del Thriller Café oggi c’è Piergiorio Pulixi. Ci facciamo due chiacchiere…

[D]: Benvenuto su Thrillercafe.it, mentre il barman ti prepara qualcosa spiega un po’ ai nostri lettori come ti è venuta l’idea di scrivere il tuo ultimo romanzo Una brutta storia.

[R]: Stavo cercando del materiale per un’altra inchiesta e sono incappato in un articolo interessante. In un colpo solo erano stati arrestati sedici poliziotti, smembrando totalmente una Sezione di PS. Da lì mi sono incuriosito e mi sono documentato sul fenomeno della corruzione nelle forze di Polizia. C’era materiale per una serie e mi sono buttato. Ed Mc Bain ed Ellroy sono stati dei punti di riferimento per la creazione di un’intera Sezione di polizia con tanti personaggi. Poi ho capito che in realtà stavo andando oltre, stavo raccontando un’intera città vista attraverso gli occhi dei poliziotti, come accade soprattutto nel prossimo romanzo.

[D]: Il protagonista l’ispettore di PS Biagio Mazzeo è un uomo di dubbia moralità, diciamo pure che è un criminale, eppure nel corso del romanzo sfodera qualità umane e sentimenti forti soprattutto nei confronti della sua donna e del “branco”. Come hai tratteggiato un personaggio così complesso?

[R]: Ho cercato di creare un personaggio a tutto tondo, più verosimile possibile, analizzando una quantità di personaggi a mio avviso ben costruiti sia letterari che cinematografici ma anche legati al mondo dei fumetti. Ho notato che tutti avevano delle caratteristiche comuni a partire da Edipo o Ulisse, passando per Amleto o Raskolnikov, per arrivare che so a Harry Bosch di Connelly o Tony Soprano per citare una serie, e uno dei tanti tratti comuni è quello che io chiamo la “qualità del contrasto“. Sono tutti personaggi costruiti per contrasti: sono contraddittori, sono scissi tra forti sentimenti e codici morali che li portano a scelte sofferte; anelano qualcosa che potrebbe distruggere il loro equilibrio, portando il caos nelle loro vite, eppure continuano ad andare avanti, sbagliando, perchè appunto sono esseri imperfetti, sono uomini. Hanno tutti un passato che nel bene o nel male condiziona il loro presente, hanno segreti di cui dovrebbero liberarsi… Potrei andare avanti per ore ma mi fermo. Ho una grande passione per la drammaturgia e ho dedicato molto tempo ad applicarla al romanzo e alla costruzione dei personaggi.

[D]: Piergiorgio sappiamo che fai parte del collettivo letterario Sabot. Puoi spiegare a chi non conosce di cosa si tratta? E quali sono le difficoltà per uno scrittore come te di confrontarsi costantemente con gli altri colleghi?

[R]: Provengo dalla scuola di Massimo Carlotto che ha formato una squadra di giovani autori chiamata Collettivo Sabot che dopo un lungo periodo di letture e formazione – che non è mai finito e per fortuna continua – è approdato ad alcune pubblicazioni come gruppo e come singoli. Massimo ci ha aiutato a costruirci un solido bagaglio di cultura del genere noir e dell’aspetto più investigativo legato a quel filone letterario che prende il nome di “noir mediterraneo”, insegnandoci inoltre a lavorare di fino sulla meccanica delle trame, abilità in cui eccelle. Il nostro forte è la creazione e la discussione delle trame dei romanzi. Ognuno porta le sue idee che vengono poi messe al vaglio dell’intero gruppo che ci lavora e le “viviseziona” evidenziandone pregi e difetti. Avere un filtro costituito da varie persone ti aiuta ad approcciare il romanzo in maniera più efficace. La difficoltà la trovo solo quando ci capita di scrivere a più mani, e più che di difficoltà si tratta di avere un po’ di pazienza per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda della persona o delle persone con cui stai scrivendo. All’inizio vorresti ucciderli, poi dopo un po’ passa…

[D]: In quanto tempo hai scritto il libro?

[R]: Tre anni e mezzo.

[D]: Cosa ami di più del tuo ultimo romanzo?

[R]: La profondità dei personaggi, il loro vivere al limite e i segreti che nascondono. Il taglio epico e il montaggio alternato. Le forti amicizie, lo spirito di fratellanza, e le scene di sesso.

[D]: Cosa cambieresti?

[R]: Aggiungerei una scena tra Sergej Ivankov e sua figlia Irina che mi è venuta in mente quando avevo già consegnato. Peccato.

[D]: Cosa ti è piaciuto maggiormente quando hai riletto il romanzo?

[R]: I dialoghi.

[D]: A quale dei personaggi del libro sei più affezionato e c’è qualcuno che ti somiglia?

[R]: Purtroppo non c’è nessuno che mi assomiglia quantomeno fisicamente. Anche i più bastardi hanno carisma da vendere e personalità forti, o comunque sono interessanti. Insomma, gente come Varga o Oscar Fortunato sono tipetti interessanti, con cui andare a farsi una birra e farsi raccontare un po’ di storie; Donna o Sonja, nelle loro diversità, sono donne per cui arriveresti a uccidere, quindi sono affezionato un po’ a tutti.

[D]: La frase: “L’amore mi ha reso debole. Non fare anche tu come me se non vuoi farti ammazzare” è il vero leit motiv della dimensione tragica e contestualmente epica di Una brutta storia, ma Tu, Piergiorgio Pulixi: cosa faresti per salvare la donna che ami?

[R]: Tutto.

[D]: Ci puoi dare un’anticipazione sul romanzo che stai scrivendo?

[R]: I ragazzi della Narco sono in piena discesa agli inferi: i vertici vogliono smembrare la squadra di Mazzeo e trasferire tutti. Come se non bastasse in città si scatena una rivolta che tocca in modo particolare il dipartimento di Polizia. Un brutto omicidio manda in tilt politica e polizia. Il romanzo è ambientato in una settimana che segue i destini di poliziotti, giudici, politici, giornalisti e tanti altri che vogliono fermare la spirale di violenza e trovare il colpevole. Poliziotti buoni e corrotti devono in qualche modo fare fronte comune, e tutto culminerà in una notte che segnerà il destino della città e degli uomini che la difendono. E’ un romanzo corale di perdizione e redenzione, dove le donne hanno un ruolo determinante, e in cui Biagio deve affrontare il suo inferno interiore e i mostri da lui stesso creati.

[D]: Cosa non scriverai mai?

[R]: Un libro di cucina.

[D]: A cosa non puoi rinunziare quando scrivi?

[R]: Caffè, Virgin Radio, e dell’esercizio fisico che mi permetta di staccare la spina dal romanzo.

[D]: Chi è Piergiorgio Pulixi uomo e quali sono i suoi desideri?

[R]: Devo ancora capirlo, mettiamola così.

[D]: Consiglia un libro per l’estate e uno per la vita.

[R]: Sono un suggeritore indisciplinato quindi ne consiglio più di uno. Per l’estate: “Ferro e fuoco” di Romano de Marco, “Nella carne” di Sara Billotti e ti direi il prossimo di Massimo Carlotto che, credimi, è una vera figata ma purtroppo uscirà solo l’anno prossimo. Per la vita: “Il conte di Montecristo”, “Shella: il buio nel cuore” di Andrew Vachss, e FL’oscura immensità della morte” che è un capolavoro sulla vendetta.
intervista di Ivo Tiberio Ginevra


martedì 31 luglio 2012

Saranno infami

Alberto Paleari
Fandango editore
Anno 2012
pag. 221

LA TRAMA

Ivan è un quindicenne come tanti che vive nella periferia di una grande città del Nord. Pochi sogni, molti svaghi, dalle moto alle droghe leggere, fino al vandalismo per noia. E una vita tutto sommato monotona, finché un giorno incontra Astrid, una ragazza di due anni più grande, tanta esperienza di vita e un ascendente che Ivan fatica a tollerare. Lei è ossessionata dalla notorietà, sogna che la gente la riconosca per strada. Vuole essere rispettata, temuta. Lui, la spalla ideale per chi è abituato al comando, è un ragazzo remissivo, pronto a qualsiasi cosa per assecondare quei sogni di gloria. Provocazioni, violenze, trasgressioni, furti, autolesionismo, atti vandalici da riprendere e mettere sui social network più importanti. Farebbero di tutto pur di accendere i riflettori su quelle grigie esistenze. "Diventare più famosi di Gesù" è il motto. Alzare la posta in gioco sempre più in alto. Raggiungeranno la fama fino al punto di non ritorno, fino all'ultimo clic?

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Ho dovuto rileggerlo questo libro di Alberto Paleari, perché la prima volta non mi aveva convinto. Non so, forse il linguaggio, la trama, la stessa copertina… però qualcosa mi diceva di capirlo meglio anche se la storia non ha nulla di astruso.

Dalla rilettura, il libro n’esce sicuramente bene, anzi, molto bene e questo perché non comprendevo che Saranno infami, è un romanzo contemporaneo, scritto con il nuovo linguaggio di una generazione digitale lontana anni luce, dalla mia adolescenza. Ecco spiegato l’errore: L’ho letto dentro il mio mondo attuale.

Il romanzo tratta del bisogno giovanile di crescere in fretta ed emergere dalla massa, e ti porta inevitabilmente a fare paragoni generazionali.

Noi cinquantenni, con pancia, calvizie e lavoro da sedia, ingoiati da tasse, mutui, famiglia eccetera, spesso non afferriamo il senso del nuovo, o peggio, non diamo importanza al disagio di alcuni giovani che ci crescono accanto, in un mondo parallelo e digitalizzato pieno di parole strane come: Tag, follow, condividi ed altro, parole che per noi possono non significare nulla, ma che per questa nuova generazione, si traducono in cose essenziali.

Anche noi adolescenti abbiamo sentito il bisogno di crescere in fretta o di fingerci grandi magari fumando a 13 anni nei bagni della scuola, ma all’epoca avevamo poche distrazioni, poche scelte ed il mondo non era quello di adesso. Oggi tutto è alla portata di un clik. Oggi i nostri giovani hanno una vasta gamma di scelta per sentirsi grandi e rovinarsi la vita.

Noi avevamo poche soluzioni, poche distrazioni e ancora molto poco era a nostra disposizione per emergere, per diventare famosi. Ci voleva il talento, la genialità (ed anche la solita spintarella). Oggi è tutto inversamente proporzionale perché emergere dalla massa sembra, e ripeto, sembra molto più facile. Internet e i social network aiutano fino a diventare indispensabili, ma occorre che ti “followano”, che ti “condividono” oppure che ti mettono “mi piace”. Ecco Astrid, la giovane protagonista di Saranno infami, ha questo problema: deve emergere, deve diventare famosa. Per far questo ha bisogno di un milione di “mi piace”, ma non ha particolari qualità per emergere ed è insofferente a questa condizione di mediocrità. Lei deve venir fuori a tutti i costi dalla massa. Vuole il successo. Deve avere il successo. Per far questo l’aiuterà Ivan, il suo ragazzo, coetaneo e anche lui omologato al disagio della condizione adolescenziale, alla ricerca di valori alternativi. Lui ama Astrid. Si fa circuire. La subisce. È la spalla ideale. Accetta ogni provocazione anche illegale per farla felice a raggiungere un milione di “mi piace”, per farla diventare più famosa di Gesù. Gioia effimera, agognata fino alla pazzia di un finale imprevedibile, tragico e geniale.

Lo stile letterario di Paleari è secco, realistico, scorrevole e con dialoghi che ben rappresentano il disagio giovanile di ragazzi di periferia definibili come “nativi digitali”. La sua prosa è bella, contemporanea. Ricca di riferimenti reali a questo nuovo universo da analizzare, partendo dai dialoghi e dai “post”, riportati nell’esatto schema di conversazione dei social network come Facebook e Twitter, e con quello stupido linguaggio sincopato fatto da nn, x, ke ed altre consonati killer di vocali.

In definitiva Saranno infami è un romanzo che getta uno sguardo acuto sulla crisi di questa nuova generazione digitale con le sue disattese aspirazioni di vita, non ancora analizzate come fenomeno sociale contemporaneo.

Con un editing più curato soprattutto all’inizio del romanzo, Paleari avrebbe potuto superare di gran lunga il buon giudizio che gli ho dato, ma ripeto che nel complesso Saranno infami resta sempre una bella lettura.
recensione di Ivo Tiberio Ginevra



Madreferro

Laura Liberale
Edizioni Perdisa Pop
Anno: 2012
pag. 152



TRAMA
Dopo aver perso entrambi i genitori, una giovane studiosa torna al suo paese d’origine, nella campagna piemontese, con l’unico scopo di ritirarsi a scrivere indisturbata. Al suo arrivo scopre però che il luogo in cui è cresciuta nasconde qualcosa d’impensabile: racconti, ricordi e documenti di una storia misteriosa, tasselli da ricomporre per dare forma a un mosaico di episodi legati a rituali antichi, qualcosa di oscuro che riguarda in particolare le donne della sua famiglia.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Madreferro non è una recensione facile.

Parliamo di lettura bella, colta, raffinata, viva, piacevole e complessa, intrisa di mistero e originalità, che alla sua fine lascia una notevole quantità di spunti meritevoli di approfondimento.

In poco più di centoquaranta pagine hanno convissuto fra loro, la catabasi dei rituali magici di purificazione d’oltretomba, con il ctonio di una terra misteriosa indissolubilmente legata alla sacralità di una natura divina madre, misteriosa ed esoterica.

Hanno convissuto con semplicità, la xenofobia non razzista dell’intolleranza e la discriminazione sinofobiaca, con la mitopoiesi del culto della Magna Mater. Madreferro è, infatti, intriso della cultura matriarcale che domina sugli usi e costumi della civiltà, asservendo la cultura, e anche la religione stessa, all’archetipo femminile della Grande Madre, distruttiva e megera che richiede il sacrificio umano per tornare ad essere quella feconda di messi e di vita.

Madreferro è un racconto affascinante, irrazionale e ricco d’immagini, dove la memoria torna all’infanzia nell’inconscia ricerca delle radici familiari di un matriarcato autorevole che reclama con forza e devozione, la sua appartenenza.

In questo lungo racconto di Laura Liberale la memoria insegue la fantasia, la realtà cerca l’immaginazione, e tutto è debitamente cosparso di percezioni illusorie e demoni familiari.

La vita e la morte si rincorrono, fondono, coesistono in una comunione dominata da sole figure femminili ambivalenti, buone e cattive al tempo stesso. Un vero e proprio forte matriarcato che relega l’uomo a pertinenza priva di valore.

Altro fattore collante dell’opera di Laura Liberale è il destino che permea ineluttabile fino al compimento, il dramma personale della protagonista all’interno della Saga familiare minima nel suo ossimoro, nella condivisione del nostro mondo da parte dei morti; dei nostri morti che ci aiutano ritrovando, forse, se stessi all’interno di una ricostruzione di un “Io” recuperato dall’antica memoria.

La scrittura di Laura Liberale, al suo secondo romanzo dopo Tanatoparty, è matura, lirica, ricercata e scrupolosa. In una sola parola: “Perfetta.”
recensione di Ivo Tiberio Ginevra

Una brutta storia

Autore: Piergiorgio Pulixi

Editore: Edizioni e/o

Anno: 2012

Pag. 439

TRAMA Una saga che ha per protagonisti una banda di poliziotti che si muovono ai confini della legge; un romanzo che getta coraggiosamente luce su un argomento tabù come quello della corruzione nelle forze di polizia. "Una brutta storia" è un dramma poliziesco corale che trasuda passioni, richiamando il pathos delle tragedie unito all'epica narrativa delle serie tv americane. Quella dell'ispettore Biagio Mazzeo non è una famiglia normale. E una famiglia composta solo da poliziotti. Un clan molto unito. Un branco dove si combatte insieme contro il crimine. Ma Mazzeo e i suoi ragazzi non sono poliziotti comuni: sono una banda di sbirri corrotti in seno alla Narcotici, che hanno preso il controllo delle strade col pugno di ferro. Mazzeo guida i suoi come se fosse un patriarca mafioso e farebbe qualsiasi cosa pur di salvaguardare l'integrità della sua famiglia: anche andare contro i suoi superiori o uccidere. Quando si presenta loro il colpo della vita, quello che potrebbe renderli tutti dei milionari, Mazzeo e la sua squadra non si tirano indietro. Ma il caso vuole che sulla loro strada spunti il cadavere di un criminale ceceno, non un delinquente qualsiasi, bensì il fratello di Sergej Ivankov, un potente mafioso ex leader della guerriglia di liberazione della Cecenia. Ivankov e il suo clan si recano in Italia in cerca di vendetta: quella che scateneranno contro Mazzeo e i suoi uomini sarà una guerra senza pietà.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

 

I motori che fanno viaggiare in fretta questo romanzo verso il piacere della lettura, sono molti e contrapposti. Non sono neanche nuovi o ricercati (amore, odio, ricchezza, famiglia ecc.) però Piergiorgio Pulixi li ha amalgamati fra loro nel modo migliore con la capacità di un attento sceneggiatore, dove nessun dettaglio è trascurato all’interno di una trama elaborata, nei suoi aspetti formali e strutturali.

In Una brutta storia la forma drammatica è necessariamente spinta fino alla tragedia per dare all’opera una nuova connotazione dal taglio epico, ricco di complotti e tormenti, proprio come un romanzo ottocentesco.

Fra i punti di forza si apprezza molto la contrapposizione dei due personaggi principali, Mazzeo e Ivankov. Solo che questa volta in ossequio al noir più puro, non abbiamo di fronte un personaggio positivo ed uno negativo, ma solo due soggetti negativi, crudeli e spietati, che si affrontato in una lotta senza esclusione di colpi per realizzare ognuno i propri cattivi ideali. La frase: ”L’amore mi ha reso debole. Non fare anche tu come me se non vuoi farti ammazzare” è il vero leit motiv della dimensione tragica e contestualmente epica di questo romanzo che rappresenta una nuova frontiera futuristica del noir italiano, fra sentimenti d’odio e amore del tutto distorti.

Piergiorgio Pulixi ci fa entrare in questo nuovo mondo ricco di personaggi tutti perfettamente caratterizzati, con un profilo psicologico completo fino ai dettagli, ed anche se qualche cosa può sembrare già letta, come l’infanzia disagiata del protagonista, o spiegata in antefatti introduttivi per ogni personaggio, è in ogni caso ben descritta e ben s’intona nel contesto dell’opera, perché alla fine i tratti caratteriali d’ogni soggetto, sono approfonditi interiormente e restituiti umani e credibili pur nella loro crudeltà. Vi sono, infatti, una ventina di comparse che nell’arco delle 439 pagine, diventano protagonisti a loro volta con una storia nella storia che si aggiunge con naturalezza alla trama principale.

Una delle cose più riuscite in questo romanzo è il contrasto armonico e disarmonico al tempo stesso fra il bene e il male rappresentato all’interno delle stesse forze di polizia. Il protagonista ispettore di polizia Biagio Mazzeo insieme ai suoi uomini e colleghi, in realtà sono dediti alla delinquenza fatta da corruzione, omicidio, ricatto ed altre illegalità del genere, ma riescono a vivere insieme come in una famiglia allargata chiamata da loro stessi “Il branco”, dove i canoni tradizionali della lealtà, sacrificio, protezione ed affetto sono rispettati da tutti i componenti fino a convincere il lettore, che i cattivi in fondo sono dei buoni e possono essere perdonati per le loro nefandezze, arrivando all’assurdo nel canalizzare sul male assoluto anche le proprie simpatie e condividere i loro cruenti modi di agire.

Appare realistico anche il senso d’abbandono ed alle volte d’impotenza, che i nostri tutori dell’ordine devono subire per contrastare la criminalità in modo efficace. Mi riferisco ai tagli di bilancio effettuati da un’amministrazione centrale ed indifferente, che tutto travolge per esigenze di budget riducendo ogni cosa all’essenziale. La descrizione di questo stato d’animo, concreto e sfiduciato è fra le pagine più realistiche e riuscite di Una brutta storia.

Per finire, la narrazione di Pulixi colpisce anche per l’assenza di pause e di retorica. È sapientemente gestita staccando l’azione al momento opportuno, con la logica conseguenza di rapire il lettore all’interno della storia per rilasciarlo solo alla fine, obbligandolo ad arte nella prosecuzione ad oltranza della lettura, il tutto con uno stile leggero, fluido, essenziale fin dalle prime pagine e di grande respiro.

S’intuisce sul finire dell’opera la possibilità di un seguito delle vicende dell’ispettore Mazzeo e del suo branco. Il mio personale augurio è di leggere quanto prima altre storie su questi bastardi poliziotti e di acclamare Piergiogio Pulixi fra i migliori romanzieri del noir italiano.
recensione di Ivo Tiberio Ginevra

Lo scommettitore

Remo Bassini
Fernandel Editore
Anno 2006
Pag. 188


TRAMA: Chi è lo scommettitore? È uno che scommette prima di tutto con se stesso, e poi con gli altri. Lo scommettitore lavora nell'ombra e mette in campo ogni mezzo: prostitute, cimici, spioni, corruzione. E più la scommessa è difficile, più lo scommettitore ama giocare. Fino al giorno in cui decide di scendere in campo in prima persona per una donna, candidata sindaco ma già data per perdente... Un libro che racconta un'Italia di provincia, in cui la vittoria o la sconfitta politica possono essere decise da uno scandalo, e il confine tra verità e menzogna è in mano all'etica dei giornalisti.


Recensione a cura di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su thrillerpages.blogspot.com

Lo scommettitore è uscito per i tipi della Fernandel nel 2006 e a distanza di 6 anni dalla pubblicazione, rimane un testo più che attuale, e credo che lo resterà ancora per molti anni a venire.

È la storia di un personaggio (che lo scrittore non nominerà mai) alla ricerca di se stesso, o meglio, in fuga da se stesso. Di mestiere ha fatto l’investigatore privato, ma nella realtà è uno sporco faccendiere intrallazzato con oscuri poteri, immerso in un mondo politico fatto di spie, corruzione, prostituzione ed altro, ma sempre e in ogni caso sguazzante nell’amoralità.

Il protagonista del romanzo è innamorato del suo lavoro sporco. A lui piace condizionare la vita e il futuro delle persone. Piace condizionare la vita politica d’intere cittadine di provincia del nord Italia. Piace sporcarsi le mani e pesare la moralità dei propri interlocutori. Per far questo ha pure un ufficio ricco di tecnologia e puttane. Dove la prima serve per spiare, le seconde per arrivare dove non arriva la prima. Intercettazioni telefoniche, microspie, sesso e ricatti. Ma soprattutto a questo anonimo personaggio, che ama e cura con scrupolosità il suo anonimato in tutte le forme, piace scommettere. Lui è uno scommettitore. “… Lucia sapeva bene che a lui piacevano le scommesse, quelle difficili, quelle folli. Quelle improbabili no: era uno scommettitore-calcolatore lui.” E lui prende un incarico, ovviamente sporco, come favorire l’elezione di un candidato a sindaco e con ogni mezzo illecito cerca di raggiungere l’obiettivo. Lui scommette su questo. Scommette con se stesso che ci riuscirà. E vince sempre, perché è bravo e perché ogni uomo ha un prezzo. Alla fine si sfida in scommesse sempre più difficili, fino a desiderare di avere un incarico dal Vaticano per favorire o condizionare l’elezione di un Papa al posto di un altro. Ma un giorno, una scommessa persa, lo induce a guardarsi dentro e non si piace più. Anzi non si piace per niente e sente il bisogno di fuggire da se stesso per trovare una nuova dignità, ma è pur sempre uno scommettitore e da scommettitore esce di scena. Si confeziona una sfida. L’ultima. La più difficile e parte, verso una nuova cittadina, senza soldi, senza macchina, casa. Senza niente. Rinunzia a tutto per cercare la sua dignità perduta e magari l’amore.

Remo Bassini è grande nel mettere su carta questo personaggio così semplice e altrettanto complesso senza fare il grillo parlante retorico e morale. Lui avanza nella storia con tono realistico e impietoso. Sviscera i giochi di potere che animano le tranquille giunte comunali di una provincia indifferente. Scrosta l’intonaco della missione sociale dei politici rendendoceli soltanto preoccupati a non perdere la propria poltrona, innamorati o semplicemente drogati dal loro stesso potere e soprattutto conferisce dignità alle persone umili, oneste e a se stesso.

La scrittura di Remo Bassini è intensa e personale, ricca di balzi temporali che sospendono il lettore nell’azione o nel ritmo, come se si trattasse di un giallo narrato in prima e poi terza e poi ancora in seconda persona, al presente al passato al futuro. Un grande e difficile esercizio letterario interessante e singolare, riuscito in pieno.

Una lettura bella e sempre attuale di uno scrittore che con il suo narrare lucido e impietoso mette a nudo le contraddizioni della provincia del nord Italia, continuando nella tradizione di grandi scrittori come Buzzati, Pavese ed altri noti.

Le descrizioni

Monica Dall'Olio
Perdisa Pop Editore
Anno 2012
Pag. 145

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.wlibri.com

Le descrizioni è un modernariato della memoria che comprende pezzi di ricordi dell’immediato post ’68 italiano, visti attraverso gli occhi innocenti di una bambina intelligente e desiderosa di sapere, cosa sono quelle parole strane che iniziano a far parte della sua vita.

Questa voglia di sapere che si sviluppa attraverso il curioso modus di ricopiare in un quaderno tutte le parole incomprensibili a una piccola bambina, si traducono per noi cinquantenni in un tuffo nella memoria e nei misteri dell’Italia.

Grazie alle Descrizioni di Monica Dall’Olio, riaffiorano nomi e cose dal polveroso archivio disordinato della nostra memoria come il ballerino Don Lurio, il ciclista Felice Gimondi, il cantante Lucio Dalla ai suoi esordi nella balera Taro Taro, ed anche la conturbante attrice Ursula Andress che ha animato le fantasie degli italiani con la sua nordica bellezza. Anche l’udito è interessato da quest’azione di recupero, infatti, tornano alla mente le sigle musicali della TV dei ragazzi, di Rin Tin Tin, di Carosello, di Nero Wolfe insieme alle canzoni di Mina, Little Tony ed all’intramontabile Tuca Tuca di Raffaella Carrà.

Si ricordano anche vecchie sigle di partito come la D.C. oppure il P.C.I., ignare ancora di mani pulite la prima e dei profondi cambiamenti e divisioni interne la seconda.

Tutto questo spaccato di società italiana d’inizio anni ’70 che Monica Dall’Olio mette dentro a Le descrizioni, è puro, perché chiesto e analizzato con quella purezza dei bambini che si affacciano al mondo dei grandi ed è scritto con l’inesauribile gentilezza di una bambina che attraverso la scrittura inizia a relazionarsi col mondo degli adulti. Gli occhi di Mika, amabile e curiosa.

Il libro si articola in 3 parti.

Nella prima vediamo la nostra piccola protagonista alle prese con una brutta malattia respiratoria che la porta a vivere lontana dai suoi genitori per curarsi con lo iodio di un paesetto marinaro. In questa fase scopre il mondo della scrittura e copia su dei quaderni, dapprima segni, poi parole, poi parole ancora più difficili e infine articoli di giornale. Ha la “smania” di scrivere. Ha la “smania” d’imparare a leggere. Crede erroneamente che l’unione delle due azioni di leggere e scrivere le svelerà il segreto della comprensione delle parole, ma non è così.

Nella seconda parte la piccola Mika è a casa con la sua famiglia. Ora sa scrivere. Legge il romanzo Niente di nuovo dal fronte occidentale, ed entra nelle dinamiche familiari e sociali. Cerca di capire. Di dare significato alle parole, fra messaggi pubblicitari e sceneggiati televisivi, insieme a cose difficili come l’elezione dell’onorevole De Martino a segretario del P.S.I.. Mika deve, vuole, cerca di capire la relazione fra le parole e la vita. C’è riuscita, ma le cose associate alle parole hanno il senso univoco di non averlo.

Nella terza parte la piccola Mika fa i conti con la vita e i suoi aspetti tragici e sempre con la scrittura che non ha mai abbandonato, arriva a varcare il contenuto delle parole. Capisce che la violenza e la morte non sono delle parole che scrivono un libro, ma sono fatti concreti che scrivono la vita con l’inchiostro delle lacrime.

Riconosco a Monica Dell’Olio il dono di una scrittura semplice, inspirata e senza artifici, che è stata molto brava nel descrivere la suggestione del magnifico mondo delle parole, con gli occhi di una bambina, che di pari passo procede con la scoperta di quello reale. La scrittura, quindi, come mezzo per arrivare alla verità di un universo che risulta essere incomprensibile e ostile.

Altro pregio del libro è quello di aver saputo portare il lettore per mano nel contesto sociale del periodo, tempestandolo con la quotidianità del ricordo narrato da una piccola bambina innocente che vive la sua epoca di fatti,con mode e costumi di una Italia a cavallo fra il ’69 e i primi degli anni ‘70.

In conclusione Le descrizioni è un buon libro, scritto molto bene, che non travalica, ma riesce a cucire addosso una nostalgia per un passato oramai trascorso come la nostra vita di cinquantenni in parabola discendente. Un po’ di pepe, però, avrebbe dato un qualcosa in più a questa breve e intensa meraviglia di 145 pagine.

venerdì 8 giugno 2012


Un romanzo di Pino Imperatore per Giunti Editore
anno 2012

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it


Un esordio pazzesco questo di Pino Imperatore, con il suo primo romanzo Benvenuti in casa Esposito.

Un libro godibile, a tratti esilarante, che mantiene viva la sua attenzione per tutte le 265 pagine, senza neanche un normalissimo calo fisiologico.

La genialata di questo romanzo consiste nel narrare di una vecchia e triste piaga sociale, come la camorra, in chiave del tutto innovativa, in altre parole con graffiante ironia. E se cu ‘a camorra nun se pazzeja, è altrettanto vero che uno sberleffo, una smorfia, nell’immaginario collettivo, possono essere più devastanti di tonnellate di saggi, conferenze, tavole rotonde ed altre trombonità del genere, aventi lo scopo di sensibilizzare le coscienze. La camorra è un fenomeno campano così come l’ilarità sta nel sangue di questo popolo a cui appartiene Pino Imperatore, a cui è appartenuto, Totò, Troisi, Eduardo De Filippo. A proposito di Eduardo, ricordate ne L’oro di Napoli. Ricordate ‘u pernacchio.


http://www.youtube.com/watch?v=gkrnK0igAP0
È stato più incisivo lui con un semplice pernacchio, che centomila discorsi sulle prepotenze della nobiltà quale residuo del dopoguerra.

E da Pino Imperatore, napoletano, ideatore e fondatore di un laboratorio di scrittura comica, cosa volevate aspettarvi nel trattare di camorra? Una storia drammatica? Un romanzo di denunzia tipo Gomorra’? … Forse ‘nu pernacchio, ma è già stato fatto, e allora? Allora l’idea. Prendere in giro ‘o sistema dal suo stesso interno, creando la famiglia di Tonino Esposito, orfano di un boss della camorra, che non ha altra ambizione nella vita che essere un “boss” come suo padre. Però Tonino è un incapace. È goffo, sfigato, arruffone. In buona sostanza è un perdente nato. E Pino lo consegna perdente dal primo all’ultimo capitolo, fino a creare un antieroe tragicomico, campionario devastante e magnifico di una Napoli depredata e crudele piena di speranze e contraddizioni.

Scardinare ‘o Sistema, che non ha neanche il piacere di essere nominato per quello che è, come dice lo stesso Pino Imperatore, e che paradossalmente quando non fa notizia, è molto più pericoloso di quando non impugna le armi e non uccide, è compito assai difficile e nessuno ha la pretesa di risolverlo in un romanzo, però ironizzarlo dal suo interno equivale ad un esorcismo. Comico, ma sempre di esorcismo si tratta e allora cosa c’è meglio di ‘nu pernacchio? ‘naltro pernacchio e Tonino è ‘nu pernacchio in faccia alla camorra stessa. Ed è devastante perché viene dal suo interno.

Altro aspetto che colpisce il lettore, indubbiamente da sottolineare, è la gran capacità di Pino Imperatore nel descrivere fin dal primo capitolo, la psicologia dei protagonisti, e di descriverla così bene senza paroloni, situazioni o amminchiamenti vari, da farti entrare come ospite fisso in questa famiglia e farne parte per 260 pagine. Solo gesti, abitudini. Un esempio è già nell’incipit e non aggiungo altro:

Patrizia Scognamiglio coniugata Esposito veniva ritenuta, nel giudizio del maschio medio napoletano, una femmina fresca e tosta. Lei ne era consapevole, e se ne compiaceva.
Quella sera si guardò le unghie delle mani laccate di verde e si convinse di aver scelto la tinta più idonea per chiudere l’anno alla grande. Slacciò un bottone della camicetta per sistemarsi una bretella del reggiseno che a fatica reggeva due poppe quinta taglia naturale, ripassò un’ultima pennellata di fard sugli zigomi e s’avviò verso il corridoio. Gli stivaletti maculati tacco tredici le tormentavano i calli sui mignoli, ma il sacrificio era necessario.
Giunta sulla soglia della camera da pranzo, osservò la truppa e fece un sorriso d’approvazione.
“Tutto in ordine, tutti ai loro posti” pensò scostandosi dalla fronte un ciuffo della chioma ossigenata.
Si avvicinò alla tavola e si sedette alla destra di suo marito Tonino, anni trentacinque sciupati dalla calvizie e da una imbarazzante pancetta, brillantino all’orecchio sinistro, lampadato, ufficialmente disoccupato. E orfano di padre.
Tonino si piegò verso di lei e le sussurrò: “Patty sei la più bella fra tutte le belle”.
“Grazie, amò, tu sì ‘o core mio” rispose Patrizia. E stampò sulla guancia del consorte un cerchio di rossetto color prugna.
Tonino ebbe un fremito. S’era scervellato per l’intero pomeriggio alla ricerca di una frase unica, originale. Ora l’aveva pronunciata, con successo. La cena di San Silvestro poteva avere inizio. Con la famiglia al gran completo.

Si entra subito in casa Esposito. Si vive la famiglia, l’amicizia, il quartiere, il lavoro, la delinquenza e il tutto con estrema naturalezza, dove anche le situazioni anormali diventano spontanee.
Così la camorra con la sua quotidianità è osservata dal suo interno e dissacrata da un perfetto imbecille di nome Tonino Esposito figlio del boss Gennaro, del quale non riuscirà mai ad emulare le gesta.
Pino imperatore miscela alla perfezione, ironia e realismo, criminalità e normalità, umorismo e tragedia con un linguaggio in perfetto italiano, pieno di gag anche esilaranti che donano ai personaggi una napoletanità spontanea e genuina, arricchita dai dialoghi in dialetto partenopeo e dalla descrizione di luoghi e tradizioni fuori dai comuni stereotipi.

“Con un pernacchio così si può fare una rivoluzione” (Eduardo).

recensione di Ivo Tiberio Ginevra



Intervista a Remo Basini



Interervista di Ivo Tiberio Ginevra
a Remo Bassini, autore di Vicolo del precipizio


Caro Remo, questa non è la solita intervista pallosa, dove il lettore già alla quarta domanda ti ha annullato con un clik del mouse, pertanto aspettati ogni tanto qualche domanda idiota del tipo:

[D]: Fai i migliori auguri all’editor che ha bocciato un tuo libro.

[R]: Ci sta che un mio libro venga bocciato: è nel gioco delle parti. Un libro alla fin fine è sempre percezione, quindi accetto anche le bocciature (che fanno male e che ti rovinano la giornata, quando le ricevi). Piuttosto: non reggo gli editor spocchiosi e le case editrici che fingono di leggere i manoscritti. A editor spocchiosi ed editori bugiardi auguro di incrociare nel loro cammino gente più spocchiosa e bugiarda. Punto.

[D]: E allora, cosa ti ha spinto a scrivere Vicolo del precipizio?

[R]: Una frase di mio padre: “E pensare che sembra ieri”.

[D]: Al centro del tuo romanzo c’è Cortona. Cosa ti manca di questa città.

[R]: In questo momento sono a Cortona, è notte fonda, sto fumando un mezzo toscano, sto rispondendo alle tue domande; alle mie spalle c’è una finestra aperta: dentro la mia stanza entra il “silenzio” di Cortona…

[D]: Dai, forza! Sei un toscanaccio, quindi lo puoi fare: qual è lo scrittore che sconsigli di leggere?
[R]: Coelho. E’ banale.
[D]: Tutti i personaggi di Vicolo del precipizio sembrano abbastanza veri. Dove finisce la realtà e inizia la finzione?

[R]: Vicolo del precipizio è come una rappresentazione teatrale: ci sono degli attori (personaggi) che recitano un copione (scritto da me) con storie, alcune vere, altre no. Altre ancora sono rielaborate.

[D]: Anche i fatti descritti nel tuo romanzo sembrano piuttosto veri. Hanno un fondamento nella cronaca?

[R]: Qualcosa sì, molto è legato alla tradizione contadina del cortonese e ai passaparola di padre in figlio.

[D]: Hai tre reincarnazioni a disposizione. Avanti con la prima.

[R]: Vorrei nascere e diventare un bravo pianista.

Vorrei nascere per poi diventare un bravo contadino.

Vorrei nascere per poi diventare un contadino che suona il piano per gli amici.

No, aspetta, è troppo poco, torno indietro. Vorrei rinascere e avere in mente Pessoa:… è ho in me tutti i sogni del mondo.

[D]: In quanto tempo hai scritto Vicolo del precipizio?

[R]: Sette, otto mesi. Più la revisione finale, che è durata altri tre mesi.

[D]: Qual è la maggiore soddisfazione che hai provato scrivendo Vicolo del precipizio?

[R]: Il finale. Il penultimo capitolo. Dove si fondono realtà e finzione. Dove tutto è vero e nulla è vero.

[D]: Ma perché proprio questo titolo: Vicolo del precipizio?

[R]: Era il titolo iniziale, poi abbandonato. A un certo punto mi sono detto: meglio intitolarlo “Di bestemmie e folli amori”. Poi, una notte, riscrivendo alcune pagine ho pensato al precipizio: il mio protagonista – ma con lui anche io e tutti – camminiamo e al nostro fianco abbiamo tanti precipizi invisibili. I nostri tarli, i nostri rimorsi, i nostri sensi di colpa, i nostri fantasmi, la morte…

[D]: Molte donne che hanno letto Vicolo del precipizio sostengono che hai una visione del genere femminile piuttosto arcaica. Vuoi fare qualche precisazione?

[R]: Riconosce di essere così anche Tiziano, il protagonista di Vicolo del precipizio: Io sono così? Le donne che hanno letto il libro ma che mi conoscono non lo pensano (almeno: spero).

[D]: Hai licenza di uccidere. Quali sono le prime 3 persone che manderesti al creatore? Hei, ho detto: “3”

[R]: Nessuno tocchi Caino.


[D]: Quanto c’è del tuo lavoro in quello che scrivi?

[R]: Il giornalismo è tutta un’altra storia. Tutti possono imparare a scrivere un articolo di giornale, che segue uno schema preciso, e che non richiede talento. Raccontare storie è diverso, completamente. Ci sono regole ma si possono ribaltare. Comunque. Ho iniziato a scrivere storie a vent’anni, quando (per scelta) dopo il diploma andai a lavorare in fabbrica. Sono ancora quello lì.

[D]: Qual è la regola che ti dai quando scrivi?

[R]: Nella fase della prima stesura cerco di sorprendermi, raccontando cose che non so. Insomma, sono anche il primo lettore. Nella fase di riscrittura cerco di “Possedere” tutte le parole e le virgole e le cose non scritte, ma che sono nella mia testa. Un libro è come un castello di sabbia: può venire bene, con poche imperfezioni, oppure può rischiare di cadere: basta una parola sbagliata, una parola di troppo, oppure una in meno.

[D]: A cosa non puoi rinunciare quando scrivi?

[R]: Al silenzio della notte. Mi sono abituato così, negli anni.

[D]: Ho letto che sei supertifoso della Fiorentina. Fai la fanta-formazione viola più forte di tutti i tempi. Comincio io: 1) Superchi in porta…

[R]: Beatrice terzino destro, Galdiolo e Passerella centrali, Roggi terzino sinistro; a centrocampo Dunga davanti alla difesa, poi Claudio Merlo, Nevio Scala e Antogononi dietro le due punte, Batistuta e Jovetic.

[D]: Che tipo di scrittore sei?

[R]: Mi metto sempre in discussione, e quindi sono uno scrittore tormentato.

[D]: Puoi darci un’anticipazione sul romanzo che stai scrivendo?

[R]: Ne ho in mente due. Quello che dovrei scrivere è la storia di un portiere di notte, che è un lavoro che ho fatto e che a volte rimpiango. Facendo il portiere di notte ho dato parecchi esami all’università, ho imparato ad amare il jazz, ho incontrato storie incredibili.

[D]: Scriverai mai un thriller?

[R]: Sì, e sarebbe il secondo dopo La donna che parlava con i morti, che mi fu pubblicato da Newton Compton. La protagonista sarebbe la stessa: l’investigatrice privata Anna Antichi. Insomma. o il portiere di notte o Anna Antichi la vendetta: uno dei due, prima che arrivi l’estate, dovrebbe decollare. Così passerò le ferie a scrivere.


[D]: Scusa, ma adesso devo riscattarmi dalle domande cretine con una intelligente e sensibile.
Cosa diresti agli Stati Uniti ed ai principali governi europei sulla loro insensibilità nei confronti della tragedia che sta lacerando il popolo della Siria? Trova quelle belle parole che solo un grande scrittore come te può dire i questi frangenti, per smuovere le coscienze sociali.

[R]: Qualcuno, da tempo, va dicendo che l’intero pianeta è nella mani dei grandi banchieri. Decidono chi mettere al potere negli Stati Uniti e in Italia e in Uganda, dove far scoppiare guerre, fregandosene che muoiano di fame dei bambini, mica sono figli loro. Sogno che questa gente venga spazzata via dal vento, e sogno anche, io che sono agnostico, un Dio, e una resa dei conti.
Temo però che non ci sia nessun vento e nessun Dio, che è morto, si sa.

intervista di Ivo Tiberio Ginevra pubblica su www.thrillercafe.it

Pensa un numero



Autore: Anders Bodelsen
Editore: Edizioni Iperborea
Il romanzo in questione è datato 1968,
ma è arrivato in Italia solo nel 2011

Trama in sintesi
Piccolo-borghesi si nasce. Criminali si diventa. Una fredda sera di dicembre, nei sobborghi di Copenaghen, Flemming Borck, prima di lasciare lo sportello della banca dove lavora da lunghi, monotoni anni e tornare alla sua grigia vita da scapolo senza speranze, scopre in maniera del tutto casuale il piano di un rapinatore che da giorni fa la posta al suo sportello travestito da Babbo Natale. E se fosse l’occasione della sua vita? Quando arriva il fatidico momento, il cassiere non si fa trovare impreparato e grazie a un geniale stratagemma intasca il grosso del bottino. Né la banca, né la polizia, né i colleghi sospettano di essere stati raggirati dall’inedito malvivente, ma purtroppo Sorgenfrey, lo squilibrato rapinatore, sì. Scatta così una serrata caccia ai ladri tra doppi giochi e tripli inseguimenti, in cui Flemming, pericolosamente affiancato dall’interessata femme fatale Alice, scopre di aver superato un rischioso confine, e di non poter più tornare indietro.

Recensione di Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Odio il Natale. Odio profondamente la sua falsa atmosfera festosa, e soprattutto odio soggiogarmi agli obblighi dettati dal consumismo. Per questo e solo per questo regalo a tutti dei libri. Anche a chi non li legge e con gran piacere, li regalo a chi li odia, così almeno capiscono, che a me dei loro patetici pensierini di Natale, non me ne frega un cazzo.

I libri li scelgo sempre di autori italiani, specialmente se non sono famosi e se la casa editrice è una medio piccola che fatica a restare a galla nei gorghi dei mostri americanizzati supermarket della cultura.

All’improvviso i miei occhi vedono un libro con la copertina di un accattivante verde azzurrato e soprattutto con un bello zampone di Babbo Natale disteso su un tavolo autoptico con la sua bella targhetta identificativa attaccata allo stivale. È di un certo Anders Bodelsen, danese, classe 1937. Il libro poi è del 1968 e il titolo Pensa un numero, non mi piace. In teoria incarna tutti i requisiti di una scelta che non avrei mai fatto, ma quel piedone morto di Babbo Natale è un’esca appetitosa. Il messaggio comunicativo che incarna il regalo fatto a chi detesto, e incontro solo a Natale è veramente troppo bello. Mi decido. Compro tutte e sei le copie a disposizione, ma una la tengo per me.

Speravo leggere di Babbi Natali morti ammazzati, torturati nel peggior modo possibile e invece non ce n’é manco uno ucciso, anzi mi capita pure di affezionarmi all’unico presente nel romanzo perché non è come tutti gli altri. È speciale. È unico, pensate che va in banca tutto vestito di rosso, con un bel barbone bianco e al cassiere passa un foglio di carta con su scritto: QUELLO CHE HO IN TASCA E’ UNA PISTOLA. DAMMI TUTTO IL DENARO CHE HAI IN CASSA SENZA ATTIRARE L’ATTENZIONE. Ora ditemi voi come faccio a non amare questo meraviglioso Babbo Natale. Ma c’è anche di più. Il cassiere della banca, un tale anonimo e insignificante essere umano, che corrisponde al nome di Borck, intuisce della rapina e pensa bene di fottere lo stesso ladro e soprattutto, la sua banca.

Il mix è senza dubbio originale. I suoi personaggi credibili e ricchi di un tratteggio psicologico magistrale. L’azione non c’è perché incentrata nella conservazione e successiva spendita del danaro, senza alterare il ritmo di vita per non destare sospetti, dove tutto scorre inesorabile e lento verso una soluzione finale con un colpo di scena davvero paradossale.

Il libro è godibile. Ben curato nelle atmosfere del mio caro aborrito clima natalizio e ottimamente congegnato nella trama. Bork con i suoi inutili colleghi e gli altri personaggi dell’opera, sono descritti con un umorismo raffinato e introspettivo davvero degno di nota.

La mancanza dell’azione, o meglio, della doverosa tensione, che è l’elemento principe della letteratura del genere, è proprio la sua inusuale e assurda forza del romanzo. L’interesse nella lettura non viene mai meno e canalizza il lettore, con lentezza verso la soluzione finale.

Pensa un numero, me lo sono bevuto in un giorno. Divertendomi. Anders Bodelsen è senza dubbio un grande scrittore e mi è maledettamente dispiaciuto di aver regalato un libro così bello a chi di sicuro non lo leggerà mai….ma così è la vita. Al momento ve lo consiglio.

recensione di Ivo Tiberio Ginevra

Duri di cuore


Autore: Alfredo Colitto
Anno: 2008
Editore: Perdisa


recensione di IVO TIBERIO GINEVRA
pubblicata su  www.thrillercafe.it

Duri di cuore è un romanzo breve, intenso e perfetto.

La storia è semplice. Carmine, una persona che ha conosciuto e praticato la violenza, vuole ricostruirsi una nuova vita tagliando i ponti con il suo doloroso passato. Sceglie di vivere nella grande e opulenta Bologna. Lavora in una trattoria. Si crea un’esistenza normale, ma la violenza lo perseguita. Come dice lui stesso “Si rifiuta di scomparire dalla mia vita. Le ho sacrificato tutto quello che avevo, perché mi lasciasse in pace. Non è servito a niente. Ho smesso di praticarla, e ho dovuto subirla. Ho creduto che fosse il prezzo che mi toccava pagare, e l’ho pagato in silenzio, senza reagire. Immaginavo che quello che mi arrivava addosso fosse come acqua in una bottiglia: bastava aspettare, e prima o poi la bottiglia si sarebbe svuotata. Invece la violenza è un mare oscuro.” La violenza ha un volto e un nome: Vlastar. Un delinquente albanese, capo indiscusso di una banda dedita al traffico di droga, prostituzione, estorsioni ed altre attività criminali. Un tipo davvero poco raccomandabile. Uno che non si dovrebbe mai incontrare nella vita. Chi va contro di lui va a morte certa, lo sanno bene le prostitute che hanno tentato di ribellarsi al suo giogo e le donne che, invece, sono state costrette a prostituirsi. Allora Carmine, che indubbiamente non è uno sciocco, perché decide di mettere a repentaglio la sua vita? Ma è ovvio: per amore. L’amore di Serena. “Amor, c’ha nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona“. L’amore. Il motore di tutte le cose…. Serena è vittima di Vlastar. Per lei Carmine rischierà tutto e tornerà a praticare la violenza.

Ma in Duri di cuore non c’è solo l’amore. C’è anche un altro motore. L’altro: “l’odio.” E allora la macchina diventa perfetta perché nella camera di combustione l’odio e l’amore generano violenza e vendetta, speranza e gioia. Vita e morte. Morte e Vita. “Solo pochi mesi fa avevo ancora sogni, speranze e ottimismo. La violenza che mi segue come un’infezione mi ha portato via tutto. Ma non si prenderà Serena. A qualsiasi costo.”

Storie così ne abbiamo sentite parecchie e con tranquillità posso dire che, finale a parte, non c’è nulla di originale, ma è innegabile che per come è scritto questo breve romanzo, devo sprecare tutti i miei più onesti aggettivi per Alfredo Colitto, indubbiamente uno dei migliori scrittori italiani dell’ultimo decennio.

La storia è narrata con uno stile personale inconfondibile e completo. Senza alcuna banalità. Senza inutili orpelli. Senza alcun ricorso alla volgarità per renderlo più nero. Con un ritmo veloce, essenziale, convincente, calibrato, dinamico, asciutto, elegante, cinico, ansiogeno, avvolgente… e senza troppi aggettivi, descrizioni di luoghi, e amminchiamenti psicologici.

Voglio ripeterlo. Duri di cuore è un romanzo breve, intenso e perfetto.

Ho riletto questa recensione solo due giorni dopo e in cuor mio mi è sembrata un po’ ruffiana. Generalmente non si usano termini così forti come “romanzo perfetto“, di conseguenza volevo modificarla per evitare che qualcuno pensasse male della mia onestà intellettuale. Il risultato di tale correzione è stato di gran lunga peggiore rispetto alle mie iniziali buone intenzioni, perché ho concluso con un rilancio. Duri di cuore, non solo è perfetto, ma dovrebbe essere studiato come romanzo di riferimento nei corsi di scrittura formativa per aspiranti scrittori.

Adesso vi tedio un po’, ma ho bisogno di spiegarmi meglio con un cappello introduttivo.

Per puro diletto scrivo dei romanzi senza alcuna pretesa e ovviamente tengo in evidenza delle regole fondamentali di scrittura creativa. Le stesse regole le ricerco anche quando leggo l’opera di un qualsiasi scrittore. Nel tempo mi sono amminchiato con queste ricerche e tutte le mie letture si sono trasformate in studio, snaturando alle volte lo stesso piacere di leggere.

Come riferimento nella scrittura del genere thriller cerco di attenermi alle 10 regole di Brian Garfield, scrittore e sceneggiatore americano, conosciuto soprattutto per aver ideato la serie del Giustiziere della notte, portata al successo da Charles Bronson.

Sono 10 principi essenziali per scrivere un ottimo thriller e con molto piacere li ritrovo tutti e 10 in Duri di cuore.

Adesso vediamo come queste regole sono state applicate da Alfredo Colitto nel suo romanzo (userò in grassetto le stesse parole di Garfield):

1.   Iniziate con l’azione; spiegherete in un secondo momento. Nel capitolo 1 mettere in pista lo spettacolo. È proprio quello che succede. Serena entra nella trattoria per uccidere e non c’è alcuna spiegazione del perché;

2.   Rendete le cose difficili per il vostro protagonista. Trovategli un degno antagonista. E Colitto inventa Vlastar, un delinquente albanese della peggiore specie che non ha alcun rispetto per la vita umana. Peggio di così Carmine non poteva trovare;

3.   Pianificate in anticipo, sarete ripagati più tardi, pertanto nessuna cavalleria in soccorso o creazione di nuove circostanze per risolvere il dilemma del protagonista. Anche in questo caso Colitto non fa ricorso ad alcun salvagente, e dal momento che Carmine si è buttato dentro la storia farà sempre ricorso a se stesso ed alle proprie forze per uscirne vincitore;

4.   Date l’iniziativa al protagonista. La situazione di pericolo in cui Carmine si è andato a cacciare, non gli lascia altra via di uscita se non combattere contro quel terribile delinquente di Vlastar che lo sta braccando. Il nostro uomo è costretto all’azione per non morire;

5.   Date al protagonista una motivazione personale. Senza alcuna esagerazione e con ottimo equilibrio, lo scrittore fa vivere al protagonista un travaglio interiore che lo spinge a reagire mettendosi in discussione per ottenere quello che vuole (salvarsi la vita e cambiare la sua esistenza con l’amore di Serena);

6.   Date al protagonista uno stretto limite di tempo, e quindi accorciatelo. È proprio quello che succede. Il tempo è dosato con sapienza ed in ogni caso è breve. Tutto in una notte. L’azione ha un ritmo incalzante a beneficio della suspense in crescita costante;

7.   Scegliete il vostro personaggio in base alla vostre capacità. Anche in questo caso Colitto centra lo scopo. Carmine come nella migliore tradizione dei romanzi di suspense, è un uomo comune anche se con un mistero rinnegato alle sue spalle. Cede all’idealismo (amore) ed è costretto ad agire gioco forza. Non scordiamoci che il protagonista non è un agente segreto o un super eroe, ma un uomo normale, quindi lo scrittore si è mosso bene in base alle sue capacità ottimali. Come esempio estremo per la credibilità del protagonista in un romanzo possiamo citare La spia che venne dal freddo di John le Carré, dove le spie, gli agenti segreti e il clima politico sono descritti con eccellenza, proprio perché le Carré aveva lavorato per anni presso Secret Intelligence Service. Colitto o un altro autore, non potrebbero mai narrare meglio dello scrittore inglese un romanzo tipo La spia che venne dal freddo con personaggi e descrizioni altrettanto credibili;

8.   Conoscete la destinazione prima di partire. Duri di cuore ha un ottimo finale, incalzante e imprevedibile. Mantiene fede a tutte le aspettative create dallo scrittore che con certezza assoluta ha pianificato l’azione finale prima ancora di iniziare a scrivere, perché altrimenti non avrebbe potuto sviluppare la storia che vive proprio per questi colpi di scena conclusivi;

9.   Non correte dove gli angeli hanno paura di camminare. Nel senso che, non bisogna mai avventurarsi a scrivere una storia su terreni sconosciuti o modaioli, se non si hanno le giuste conoscenze e capacità. Colitto non ha scritto un western, o fantasy. Colitto ha scritto quello che la sua esperienza e le sue competenze gli permettevano di scrivere pertanto è arrivato ad un ottimo livello narrativo perché rimasto nei suoi sentieri;

10.   Non scrivere nulla che non vorresti leggere. In conclusione lo scrittore ha narrato una storia del genere noir, che è quello che ama di più senza fare ricorso a forzature come volgarità, parolacce, bestemmie o sesso esplicito, perché non fanno parte della sua stessa personalità, sapendo di essere altrettanto credibile senza esagerare in forzature.

Adesso credo (se avete avuto la pazienza di leggere questa recensione fino in fondo) che abbiate capito perché mi sono espresso con la frase Duri di cuore è un romanzo breve, intenso e perfetto, e voglio tacere sugli ottimi meccanismi di Sorpresa e Suspense, altrimenti per la lungaggine del mio scritto, oltre a farmi odiare, sono sicuro che non mi leggereste mai più.

recensione di Ivo Tiberio Ginevra
Riferimenti bibliografici

Scrittura thriller su www.thrillecafe.it

Scrittura creativa su www.latelanera.com