martedì 12 luglio 2011

Rosanero


Autore: Maria Tronca

Editore: La tartaruga

Anno: 2010  Pagine: 133


Trama in sintesi:

Calogero Mancuso, un mafioso giovane e belloccio, viene ammazzato nel centro storico di Palermo per un regolamento di conti. Nello stesso momento Rosellina Restivo, una bambina di nove anni, cade dall’altalena e perde conoscenza. Vengono portati entrambi nello stesso ospedale. Quando Rosellina si sveglia è strana, violenta, dice un sacco di parolacce, ma continua a giurare che non è colpa sua. La verità è che l’anima di Calogero è entrata nel suo corpo. Calogero vede attraverso gli occhi di Rosellina e sente attraverso le sue orecchie. E, se lei glielo consente, riesce anche a parlare, con una voce inquietante, e a usare il corpo della ragazzina come se fosse il suo. Giorno dopo giorno, il mafioso scopre cosa significa vivere dall’altra parte della barricata, nell’incubo dell’estorsione. Affronta un segreto che sbuca dalle pieghe del suo passato. Vive l’angoscia del tradimento. Attraverso la vita di Rosellina tocca con mano il valore della lealtà, lo sdegno, la tenerezza. E a suo modo, insieme alla sua giovanissima alleata, riesce a far trionfare la giustizia. Poi abbandona il suo corpo, perdendosi tra le strade di Palermo. Dove andrà?

Recensione
di Ivo Tiberio Ginevra pubblicata su www.thrillercafe.it

Domenica, 29 maggio 2011

Palermo è una città in festa.

La sua squadra di calcio alle 20.30 disputerà la finale di coppa Italia contro l’Inter. Ovunque bandiere rosanero e ovunque c’è un clima d’allegria.
Compro a mio figlio, prima la bandiera con l’aquila stampata in bella mostra, poi il berrettino ed infine la magliettina del Palermo che vuole subito indossare.
Continuando la passeggiata entro, come al solito, in libreria e cercando fra gli scrittori siciliani vedo il dorso di un libro che s’intitola Rosanero. Lo prendo. Ha una copertina che affascina subito: una bambina di dieci anni, forse, a braccia conserte con una pistola serrata nella mano destra. Un sfondo nero. Un viso diafano. Uno sguardo da adulto. Uno sguardo che non le appartiene.
Autore: Maria Tronca, non la conosco, ma leggere una scrittrice mi va proprio, 133 pagine, La Tartaruga editore (Baldini Castoldi Dalai). Oggi mi sento proprio palermitano. Lo prendo.
Albertino cammina felice dentro la sua larga maglietta e sbandiera i colori cantando: Rosanero alè ale. La gente lo guarda e sorride.
Anch’io ho una cosa rosanero. Un libro. Mi sembra bello.
Comincio la lettura prima di mettermi a tavola per il pranzo, ed è la fine. Giusto il tempo di mangiare e dopo una galoppata fino al traguardo delle 133 pagine. Inutile dire che mi è piaciuto molto.

È un libro godibile e molto originale, con un titolo azzeccato, dove il rosa identifica la protagonista femminile Rosellina, una bambina di nove anni, ancora ingenua, pura, educata. Piena di tenerezza, tuttavia già segnata dal dolore per la perdita della madre e dalle preoccupazioni vissute dal padre che si arrabatta a lavoro per poterle dare una cultura, dei sani principi, una vita migliore. Il Nero è invece l’altro protagonista. Calogero Mancuso. Giovane boss mafioso emergente, sarcastico, spietato, arrogante e maleducato che incarna la cultura del male storico della terra di Sicilia.

Il rosa e il nero. Rosanero i colori della squadra di calcio del Palermo. Città teatro del romanzo.


Il nero per invenzione letteraria è costretto a vivere nel corpo di Rosellina, però la convivenza comincia subito male, perché il carattere beffardo di Calogero soverchia subito l’ingenuità della bambina… ma sono purtroppo costretti a vivere insieme. Proprio questo collante, nello scorrere delle pagine, porterà il nero a capire meglio le cose. A rivedere tutto il suo passato. Le sue ignobili azioni mafiose. Capirà cosa vuol dire il tradimento, la sopraffazione. Capirà quanto vigliacco è stato tutto il suo stile di vita. Quanto vigliacco è chiedere il pizzo a un poveraccio. E lo capirà vivendolo dall’infantile punto di vista della bambina, nella proiezione del nucleo familiare. E se questo non lo porterà mai a rinnegare la sua origine malavitosa e a consumare la vendetta, di contro, lo obbligherà ad sostenere la sua nuova famiglia e Rosellina stessa perché, oramai, è sopraffatto dai valori della solidarietà, del coraggio, della lealtà e soprattutto dalla delicatezza del mondo infantile.

Il rosa e il nero. Il bene e il male.

Sono costretti a convivere nello stesso corpo e come nella migliore tradizione: è il bene che trionfa sul male.

Il romanzo si dipana ad un ritmo serrato, con un linguaggio personale intercalato da espressioni dialettali che danno credibilità ai personaggi, tutti ben delineati nei loro profili psicologici. La storia è fresca, godibile e a tratti geniale. La fine lascia intuire che potrebbe esserci un seguito con una nuova reincarnazione del male (oramai bene) all’interno di un cane (bastardo) simbolo della lealtà disinteressata. Forse vi potrà essere un nuovo capovolgimento dei tradizionali concetti del bene e del male… molto interessante. Lo aspetterò con ansia.

Per la cronaca ho avuto giusto il tempo di finire di leggere il libro e mettermi in macchina per andare a vedere la partita da Enzuccio, logicamente con mio figlio. È andata male. Abbiamo perso.


Un estratto del romanzo:

[...] Adesso che Calogero sapeva che cosa gli era successo, pensava che era meglio quando non lo sapeva. Non si dava pace, ma era diventato meno loquace. Passava ore e ore in silenzio, a ricordare. E una volta, era notte, non ce la fece più e si mise a piangere come un bambino.

Rosellina si svegliò, aveva sete, la gola arsa, si toccò la fronte, scottava, andò in bagno a bere, e poi si sciacquò la faccia con l’acqua fredda.

Si asciugò e si guardò alla specchio, per la prima volta da quando era tornata a casa. Si guardò negli occhi, più in fondo che poteva e disse:

“Mi dispiace che sei morto. Ma smettila di piangere che non riesco a dormire”.

Calogero smise all’istante, rimase zitto per un attimo, sentì il cuore che gli batteva forte ma non era il suo, era quello di Rosellina.

Minchia! Ma allora mi senti!

“E smettila anche di dire parolacce, sempre parolacce dici, sei proprio vastaso. Certo che ti sento, non stai zitto un attimo!”

E allora perché non mi rispondevi?

“Perché…perché ci avevo paura, pure adesso ce l’ho… mi pareva di essere invasata…che eri il diavolo…e poi non lo sapevo se eri vero o no… cioè, mi pareva che sentivo le voci perché il colpo alla testa mi aveva fatto un poco spostare… e pensavo che se non gli davo retta alle voci alla fine se ne andavano”.

Ma perché, senti altre voci?

“No, solo la tua. Ogni tanto quella della mamma, ma non è vero, sono io che mi parlo da sola come se mi parlasse la mamma, mi dico le cose che mi diceva lei… per sentirmela accanto, ma lei non mi ha mai parlato…”.

Ah! E allora perché dici le voci, al plurale?

“Perché si dice così. Quando uno è pazzo si dice che sente le voci, non una sola, tante… e pure se è una sola si dice che sente le voci”.

Vabbé, come dici tu! Ma anche tua madre è morta?

“Sì”.

E quan…

“Non ne voglio parlare, per favore”.

Ah! Va bene, scusa. Ma com’è che sono… dentro a te?

“Non lo so. E non mi piace”.

E figurati a me se mi piace! Essere intrappolato nel corpo di una picciridda. Ma se propia doveva essere non potevo finire nel corpo… chi sacciu… di uno ricco, famoso… un pezzo grosso! E invece qua m’imprigionarono che è quasi peggio di essere all’Inferno!

Calogero però si sentiva meglio. Era morto, e vabbé, ma almeno non era più solo. E poi il fatto che Rosellina potesse sentirlo e comunicare con lui lo faceva sentire meno morto.

“Che gentile!”

Grazie! Ma… mi pigghi pu culu?

“Guarda che non ti capisco se parli in dialetto”.

Maria Santa e chi sei la baronessa Stoccaminquattro!

“Sei un grandissimo maleducato, buona notte!”

No no! Aspetta… scusami!, scusami!, veramente. Io sono contento che mi senti e mi parli, dico vero. Gr…grazie.

“Prego”.

E adesso che facciamo?

“Facciamo che io me ne torno a letto e cerco di dormire che domani ho scuola, e cerchi di dormire pure tu. Ma… tu dormi?”

Non lo so, ma mi pare di sì, non lo capisco tanto bene.

“Se dormi meglio, se non dormi cerca di stare zitto, per favore”.

Va bene, ma domani parliamo?

“Sì, ma dopo scuola. E mentre sono a scuola devi stare zitto, sempre, e non dire mai le parolacce. Promettilo”.

Ma io mi annoio a stare sempre zitto, minchia!, cinque ore zitto devo stare!

“Ecco, hai detto un’altra parolaccia. Se domani mentre sono a scuola mi parli e mi fai distrarre, o dici parolacce che non so perché dico pure io, e la maestra mi rimprovera di nuovo e chiama papà, giuro, giuro sulla tomba di mia madre che non ti risponderò mai più!”

Ok, ok… va bene! Minc… mamma mia quantu sii camurrusa!… camurrusa si può dire?

“Prometti!”

Prometto, prometto… butt… buttigghiazza ‘ra miseria! Va bene così?

“Insomma, facciamo finta che va bene. Buona notte”.

Rosellina…

“Eh…”

Un’attra cosa, l’urtima, te lo giuro… te lo ricordi il giornale dell’attra volta? Quello dove c’era la mollica? Quello delle cotol…

“Quello dove eri morto? Certo che me lo ricordo. Perché?”

Perché vorrei sapere che cosa c’è scritto… com’è che… sono morto… [...]

giovedì 23 giugno 2011

Recensione de GLI ASSASSINI DI CRISTO di Ivo Tiberio Ginevra

La Crisi 2009: Gli assassini di Cristo: "Gli assassini di Cristo - Ivo Tiberio Ginevra - Robin Edizioni Il libro si apre con una furia iconoclasta che pervade una città della S..."

lunedì 20 giugno 2011

Viaggio all'alba del millennio



Autore: Massimo Maugeri

Editore: Perdisa Pop

Anno: 2011

Recensione


L’ultima fatica di Massimo Maugeri è un’antologia di racconti, 11 per la precisione, che sebbene all’apparenza sembrino godere ognuno di vita propria, alla fine formano il corpo unico di un grande romanzo, dove addirittura l’ultimo di questi: “La città di Elio Fante” ha al suo interno la “genialata” di far vivere tutti i protagonisti delle precedenti storie così formando un’opera indivisibile.
Ma il collante di tutti i racconti, il motivo conduttore, lo troviamo alla fine del libro, dove al centro di una pagina si legge un passo di Le città invisibili di Italo Calvino
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui; l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire: il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Ecco la chiave che apre tutte le serrature! L’inferno dei viventi. Allora e solo allora, dopo avere finito di leggere il libro, capisci che il suo scrittore ti ha consegnato delle storie che non dimenticherai facilmente, perché reali, tangibili, in una sola parola: VERE. Vere perché riflettono con lucidità settoriale le nevrosi e le paure dell’uomo contemporaneo: Le nostre.
Questi 11 racconti sono storie di ansie, aspettative tradite, grottesche messe in scena di una realtà esasperata, ma pur sempre reale.

I racconti che compongono la raccolta e che devono necessariamente essere letti nell’ordine voluto dallo scrittore sono:
Viaggio all’alba del millennio che riflette la nostra psicosi esasperata e parossistica di attentati aerei in seguito al tragico 11 settembre americano, sollevando al contempo la paura per il diverso da noi, rappresentato nella specie dal confratello mediorientale, con le sue profonde differenze religiose, etiche, sociali.
Ho un regalino per te è un crudo racconto che seziona le dinamiche dettate dall’indifferenza del rapporto di famiglia fra una madre e un figlio, con un umorismo nero degno di nota.
Bianco e nero è un racconto che resterà scolpito nella mente del lettore perché affronta con ricercata umanità la piaga dell’immigrazione e del razzismo con i suoi barconi della speranza.
L’abito nuziale riporta alle godibili atmosfere paradossali dei racconti di Gogol e Cechov, dove la paura del matrimonio e delle sue nuove aspettative di vita è vissuta nell’incognita di una macchia di sangue nell’abito da sposa.
Muccapazza tocca il tema della solitudine dell’uomo moderno che si abbandona ai processi di autoesclusione dalla società, inglobando tutte le proprie pulsioni di vita nelle dinamiche di rapporti virtuali, anche sessualmente goduti innanzi al computer. Un rifiuto della realtà di pirandelliana memoria.
Aclas ripropone le tematiche del razzismo, ma stavolta le affronta in modo costruttivo, con una invenzione ricca di grande umanità che genera il risveglio della coscienza e del vivere sociale.
Ratpus narra con un linguaggio estremamente originale, le drammatiche vicissitudini di una povera donna che all’improvviso resta sola ad affrontare la povertà, le ambiguità familiari, le grettezze della miseria umana e soprattutto il venir meno dei valori di una vita onesta, trovando il suo riscatto morale in un raptus omicida.
Mind Games è il dramma della perdita, dell’aberrante elaborazione del lutto che trova la sua logica nel rifiuto della realtà. Nel rifugio della pazzia.
Sono è la grande costruzione stilistica di un dramma familiare nel giorno del compleanno più desiderato. Dove il giovane protagonista invece di essere consegnato alla vita adulta è gettato nella tragedia di un coma. Un racconto di morte e rimpianto, ma non senza speranza.
La nonna di Lucio racconta un’altra storia di solitudine e incomprensione familiare, stavolta fra nonna e nipote, scritta con un umorismo degno di nota.
La città di Elio Fante è la summa di tutte le storie precedenti innestata in una Catania svogliata e vissuta da un gruppo di giovani che riflettono la loro indifferenza verso il mutamento della società e dei loro stessi rapporti d’amicizia. Questo racconto riesce a ricongiungersi a quello iniziale chiudendo così un circolo perfetto che si autorigenera.

Il risultato finale è una costruzione stilistica raffinata, così come tutto il linguaggio dell’opera che denota una non comune capacità narrativa di Massimo Maugeri, estremamente personale, contemporanea, intensa e a tratti umoristica, dove la rabbia, il dubbio, l’incomunicabilità, il consumismo, ed i valori eterni della famiglia, amicizia e umanità, sono analizzati con occhio spietato che riesce a cogliere le loro involuzioni cariche di una moderna nevrosi piena d’inganni, ma al contempo ricca della speranza che tutto possa migliorare all’alba del nuovo millennio.
Ivo Tiberio Ginevra
pubblicata su www.thrillercafe.it

Visita il blog Letteratitudine Massimo Maugeri.

Il commissario Bordelli


Autore: Marco Vichi

Editore: Guanda

Anno: 2002

Trama in sintesi:

Firenze, estate 1963. La città è deserta per le vacanze e assediata dal caldo e dalle zanzare. Il commissario Bordelli passa la notte a rigirarsi nelle lenzuola, dopo giornate di banale routine estiva sbrigata da quei pochi rimasti, come il poliziotto Mugnais e il nuovo arrivato, Piras. Quand’ecco che una telefonata gli annuncia una morte misteriosa: una ricca signora viene trovata morta, accanto al letto un bicchiere con le gocce per l’asma e sul comodino il flacone perfettamente chiuso. Ma è difficile pensare a un attacco improvviso della malattia, come spiega l’anatomopatologo. Bordelli indaga sui singolari personaggi che frequentavano la villa della donna, tutti dotati di un alibi di ferro, ma c’è qualcosa che non lo convince.

Recensione

Ho letto il primo libro della saga del Commissario Bordelli quando uscì nel 2002 edito dalla Guanda e ricordo bene che mi piacque molto quel poliziotto cinquantenne, ex partigiano, scapolo non per vocazione, con la sua sigaretta in bocca e una esistenza disordinata asservita al lavoro e agli ideali di giustizia e libertà.

Ricordo bene che mi piacque la sua ambientazione nella Firenze anni 60, in bilico fra la tipica spontanea genuinità del suo essere città semplice e la strisciante contaminazione affaristica del dopoguerra da “prima repubblica” dove inizia la scalata al potere di una classe di governanti che darà i suoi assurdi frutti da pentapartito vent’anni dopo.

Ricordo che mi piacque molto quello strano concetto di giustizia del commissario Bordelli, servo della legge, ma che l’applica distinguendo fra gli uomini. Un’umanità, la sua, ricca d’intelligenza, dove un misero ladro che delinque solo per necessità, riesce ad avere la schietta amicizia del commissario, contrariamente ad altri rampanti colleghi d’ufficio che mai l’avranno come il questore Inzipone.

Ricordo che mi piacque molto quella cappa d’aria calda, mirabilmente descritta, che avvolgeva la città spogliata dalla maggior parte dei suoi abitanti fuggiti al mare, e quei superstiti boccheggianti nell’afa con le camicie sudate.

Ricordo che mi piacque molto lo stile di Vichi così semplice e scorrevole, ma al contempo così cesellato nella costruzione dei pochi personaggi secondari, ognuno destinato a sopravvivere a lungo nella memoria del lettore.

A distanza di nove anni ricordavo tutto questo ad eccezione della trama gialla. Proprio questa è stata la molla che mi ha fatto venire la voglia di rileggerlo, ma non trovandolo più nella mia libreria (sicuro prestito non più restituito) l’ho ricomprato nell’edizione Tea.

Ero molto curioso di riconfrontarmi col mio vecchio giudizio, quindi mi sono tuffato nella lettura e oggi, con estrema franchezza posso dire di non essermi sbagliato.

Nella rilettura del libro il commissario ha mantenuto il suo fascino e forse ancora di più ho gustato la sua completezza umana e l’ottimo tratteggio di tutti i personaggi secondari dell’opera, a partire dal suo aiutante sardo Piras.

Del poliziotto Bordelli mi è ripiaciuto vedere il suo inserimento nel tessuto sociale degli anni sessanta, ma più di ogni altra cosa il suo essere terreno e credibile del tutto diverso dai colleghi americani perfetti, supertecnologici, sempre dal grilletto facile in situazioni “pazzesche”.

Soltanto la trama gialla l’ho trovata un po’ debole, ma la ritengo alquanto attinente al lavoro quotidiano di un commissario di polizia e soprattutto credo che sia stata solo un pretesto per scrivere un bel libro della memoria, ricco di nostalgia e ricordi della guerra partigiana, molti dei quali realmente vissuti dal padre di Vichi durante i suoi combattimenti contro i nazisti, d’altronde il ringraziamento dell’autore al genitore è piuttosto esplicito e si conclude con una bella frase: “Se oggi lui fosse vivo credo che sarebbe contento di vedere che quelle storie vivono in questo romanzo”.

In conclusione il libro d’esordio del commissario Bordelli è un davvero un buon libro ricco di sincera umanità..
Ivo Tiberio Ginevra
pubblicato su http://www.thriller/ cafe.it


lunedì 9 maggio 2011

CONCETTO AL BUIO

  ROSARIO PALAZZOLO
  Perdisa Editore
   Pagine 120


E perciò, visto che sei il più grandissimo, fai una cosa piccola per me, caro gesù: da adesso in poi, e per tutto il tempo del mio racconto, non ti mettere nessuna espressione, fatti di niente, ascolta la storia che infilerò dentro al foglio e non spiccicare parola, perché solo così potrò scrivere senza vergogna tutto quello che è successo, solo così potrò azzerare per poi ricominciare daccapo… e allora ci stai a questo giochetto? ci stai a scancellarti da ogni dove? grazie gesù mio, allora schiodati dalla croce e scomparisci, per favore.

A Palermo c’è un ragazzino segregato in una stanza buia. Due donne hanno appena sprangato con delle assi di legno la sua porta, per lasciarlo morire d’inedia. Nel frattempo scorre come un diario una lettera a Gesù crocifisso: una storia segreta e difficile, con un padre silenzioso, una madre arcigna, un prete che impartisce supplizi morali… Di chi è questa storia? E chi è quel ragazzo?


RECENSIONE

Frugo in libreria alla ricerca di un qualcosa d’astruso da leggere.

Ho voglia di un testo complesso, difficile, magari pieno di quelle universali realtà, ma corto rigorosamente corto. L’occhio mi cade su Concetto al buio un piccolo libro dalla veste grafica elegante edito da Perdisa Pop, quindi con alle spalle la regia di quel consumato demiurgo di Luigi Bernardi, “una garanzia” mi dico. L’autore del romanzo è Rosario Palazzolo, mio conterraneo, le pagine 120, costa poco, ha tutto quello che cerco, lo prendo.

Scopro subito che sono stato ingannato dal titolo.
Concetto non è un’idea, un pensiero in genere. Volendo usare lo stesso linguaggio del narratore (per il signor Zanichelli, che ha scritto il vocabolario che c’ho io, concetto vuol dire nozione che la mente si fa di ciò che è qualcosa e sta tra le parole concessore e concezionale) e io allora non mi faccio persuaso perché Concetto è in realtà il nome di un adolescente che vive in un degradato quartiere di Palermo.

Ho parafrasato il modo di esprimersi di Concetto per far capire subito che il linguaggio è uno dei tratti geniali di questo romanzo.

Rosario Palazzolo, prestato dal teatro alla narrativa, ha trasmesso in quest’opera il frutto esasperato di una sua personale ricerca stilistica della lingua parlata, intrisa anche di humour e d’espressioni dialettali, che in bocca ad un ragazzino danno uno spessore indimenticabile ed una forza drammatica inaudita a questa storia di miseria umana.

Concetto al buio vive anche di un altro esercizio stilistico, consistente nella sensibile riduzione della punteggiatura e nell’eliminazione delle maiuscole, il tutto all’interno di periodi incredibilmente lunghi e a tratti di proposito sgrammaticati.
Il combinato disposto di queste due regole stilistiche rigorosamente applicate dallo scrittore forma un mix d’inaudita forza emotiva alimentata di continuo dalla semplicità di una voce narrante al buio. Quella appunto di Concetto, tredicenne che sa di morire in modo orribile senza aver colpa alcuna, come agnello sacrificale sull’altare della menzogna. Il romanzo è, infatti, il trionfo della falsità, della grettezza morale sulla nobiltà d’animo, della cattiveria dei grandi sull’innocenza dei più piccoli e dei più deboli.

È una storia dove la speranza non esiste e al suo posto c’è solo una cupa disperazione narrata da una voce al buio che sa di morire. Dove il buio amplifica la forza drammatica del racconto e dove Concetto non è più un nome, ma il simbolo della verità che va taciuta, o meglio raccontata ad un Gesù attraverso un monologo trascritto in un diario testimone dell’assurda tragedia dell’uomo saldamente legato all’ipocrisia di una morale insensata spinta fino al parossismo della tragedia.

Il nostro tredicenne protagonista, nonostante la sua giovane età, è già stato ampiamente forgiato dalla vita degradata del quartiere dove vive, dalla prima tragedia familiare, dall’incomunicabilità totale con i suoi genitori e i parenti, e da dio che attraverso il suo ministro lo profana nel corpo e nell’anima.

Il nostro protagonista è disarmante nella sua semplice comunicazione della verità ed altrettanto semplice è vedere come il mondo esterno lo fa tacere con le sue complicate e incomprensibili regole legate alla cultura dell’omertà e del pensiero di quello che dice la gente. Due tematiche tanto care a Pirandello che per anni ha sviluppato nei suoi lavori e che oggi sembra aver lasciato in eredità a Rosario Palazzolo.

Basta, non voglio dire altro perché è evidente il mio apprezzamento per quest’opera dai tratti geniali e ringrazio l’autore per avermi dato questo gran piacere inventando un nuovo originale modo di scrivere.

NO! Ripensandoci ho una cosa da dire, ma è rivolta alle grandi case multinazionali dell’editoria: Finitela di pubblicare solo autori di best-seller che spesso non hanno nulla di best se non le solite tematiche trite e ritrite. State appiattendo tutto. Fate un salto nelle vostre stesse librerie per accorgervi dell’eguaglianza tematico-letteraria disarmante che state creando. Date spazio a nuovi autori di talento che devono essere conosciuti per la bellezza delle loro storie e la grandezza dei loro contenuti. Lasciate a casa, o specialmente all’estero qualche orribile best-seller e dedicatevi al vostro nobile mestiere d’editori pubblicando anche chi vale ed ha qualcosa di buono, o di nuovo da dire.

In conclusione sono 120 pagine di frustate dove la voce di Concetto al buio ha la stessa forza di un cappio che stringe lentamente la sua morsa fino in fondo. Il fondo dell’impotenza di una verità “buttanissima.”

Ivo Tiberio Ginevra
pubblicato su Thriller cafè.it



mercoledì 23 marzo 2011

Non fare la cosa giusta


di Alessandro Berselli

• Formato: Libro
• Pagine: 240
• Lingua: Italiano
• Editore: Perdisa Pop
• Anno di pubblicazione 2010

Claudio Roveri è un informatore medico scientifico. Conduce una vita di apparenze. Apparentemente è un professionista affermato, ha una famiglia felice, nessun motivo, per non sentirsi soddisfatto, in realtà le cose non vanno così bene. Roveri cova il disagio. Odia Bologna, che è diventata una città così diversa da come se la ricordava. Negri, punk e zingari ai semafori, e quella sensazione di degrado che ha ogni volta che cammina per il centro. Roveri odia, ma non fa nulla. Si rifugia nella famiglia, negli amici di sempre, nel lavoro. Fino a quando reagisce, assecondando la sua vera natura. Una sera durante un rapporto sessuale con una giovane dottoressa conosciuta per lavoro, sente suonare il cellulare, ma non risponde. A chiamare è sua figlia, in cerca di aiuto. La vita di Claudio Roveri, da quel momento in poi, cambierà una volta per sempre.


Dirò subito che Non fare la cosa giusta è un ottimo libro.

Che è un vero noir senza via di scampo e che vorrei vederlo vincitore di quei famosi premi letterari dove autorevoli tromboni scrittori dispensano la loro saggezza infinocchiando libri difficili, a volte scritti male e che non lasciano nulla dentro se non quelle solite scontate riflessioni.

Berselli racconta la crisi dell’uomo contemporaneo e lo fa senza particolari paroloni con una storia ben scritta, semplice e nera, con misura, originalità e soprattutto affidandosi a una prosa dal ritmo crescente fino al punto da farsi leggere senza soste.

Fin dall’inizio colpisce subito l’inconsueto e azzeccato utilizzo della seconda persona quale forma narrativa:

Non ho mai tradito tua madre.
Non che non ci abbia mai pensato, non sono mica un santo. È solo che alla fine ho fatto prevalere il senso di responsabilità. L’etica della famiglia, se così la vogliamo chiamare.
Rileggo la frase.
Senso di responsabilità, etica della famiglia. Sono ridicolo, ho appena iniziato a scriverti e già me la sto raccontando.
Ne prendo atto. Ricomincio da capo.
Ho sempre avuto paura. Paura di essere scoperto, di non riuscire a farla franca. Non sono bravo a mentire, Erica, e tua madre è troppo furba per non accorgersene.
È per questo che non l’ho mai tradita.”

Sembra di leggere una lunga lettera che Claudio Roveri, il protagonista del romanzo, indirizza alla figlia Erica, ma non è così. Non è una lettera. È solo un monologo, o meglio, è una grande invenzione narrativa che ha il meritevole compito di mettere ben chiari e fin da subito, gli ingordi sensi di colpa divoratrici della personalità di un padre teso solo alle gioie effimere borghesi del suo tempo, a scapito delle uniche certezze irrimediabilmente perdute della famiglia, dell’amore coniugale e più di tutto, dell’amore fra un genitore e la figlia adolescente.

Nella prima parte del romanzo abbiamo un protagonista che ha speso tutti i suoi primi quarant’anni di vita per correre dietro alle apparenze (vedi la bella casa, la bella moglie avvocato, la bella figlia studente), alle prospettive di una carriera brillante, all’effimero (come il bisogno dell’aperitivo preservale nei locali chic del centro città), e con il dio denaro al di sopra di tutto.

Claudio Roveri fin dall’inizio della storia ha già sviluppato questi temi feticistico borghesi volti alla raccolta “dell’inutile prezioso” a scapito della certezza emotiva. Si è già consumato nell’autocompiacimento narcisistico del proprio IO, in costante ricerca di realizzare altri edonistici bisogni, come tradire la moglie, ovviamente con una bella donna, ovviamente in carriera, ovviamente elegante, ovviamente porca, ovviamente riservata e soprattutto capace di non intaccare i suoi beni sociali conquistati, e mi riferisco ovviamente alla famiglia, ovviamente al prestigio sociale, ovviamente a quei beni di consumo che danno un significato alla vita. La sua vita. Altrettanto ovviamente, Roveri ha cognizione del disagio che caratterizza le sue certezze, ma impegnato com’è a correre dietro al suo IO, non tenta neanche una volta di risolvere il malessere della famiglia, magari cercando un dialogo con la moglie o con la unica figlia oramai diciassettenne. Non prova neppure ad annullare la distanza creatasi fra loro, considerandola incolmabile. Non fa nulla per entrare in quel mondo di cose a lui distanti e incomprensibili, in una sola parola nel semplice mondo degli adolescenti. Eppure Claudio Roveri adora sua figlia e sa bene di avere sbagliato in tutto: “fallire come marito è un peccato veniale, ma non esserci come padre è la voce peggiore che può capitare in un bilancio esistenziale”.

Il protagonista è in tutto e per tutto cosciente del fallimento, ma non reagisce. Continua a rifugiarsi nell’effimero con l’unica conseguenza di assecondare la noia partorendo un insopportabile disagio che lo porta ad essere intollerante verso ogni cosa ad iniziare dalla sua città che oramai detesta, e a tutte le forme di vita diverse da lui (zingari, barboni, giovani colleghi, extracomunitari, ecc...). È un disagio che dapprima cresce lentamente (litiga con il compagno di scuola della figlia, attacca briga con un giovane collega in un ambulatorio, ha un acceso diverbio con Luca lo psicologo) e poi matura uccidendo il cane del vicino, pigliando a schiaffi una zingara, bruciando vivo un barbone, ma proprio quando l’attenzione del lettore è rivolta alla discesa negli abissi di Roveri, oramai intento a non fare la cosa giusta, ecco che Berselli ha quel colpo di genio che rende unico questo romanzo: Termina la prima parte all’apice del suo interesse per iniziarne una seconda diversa. Una seconda del tutto inaspettata e spettrale che getta il lettore in un turbinio di pensieri ed azioni dove non fare la cosa giusta è l’unico imperativo che legittima l’agire del nostro personaggio che oramai ha capito e detesta senza remissione alcuna la sua vita inutilmente condotta.

Le effimere certezze di uno stimato e benestante professionista quarantenne si sono trasformate in palliative menzogne e inadeguate finzioni non più in grado di trattenere i freni inibitori dell’uomo oramai deciso a scendere nell’abisso.

È in questo clima che Roveri compie degli atti inconsulti che paradossalmente gli danno iniezioni di autostima fino alla distruzione generale.

Non voglio commentare oltre, perché toglierei il piacere al lettore di godersi un bel finale del tutto inaspettato e finisco incensando quest’opera narrativa di Alessandro Berselli e complimentandomi con quel grande saggio di Luigi Bernardi abituato da sempre a fare la cosa giusta.

Ottima e comunicativa anche l’immagine di copertina in perfetta sintonia con il romanzo ed il suo recondito significato.

Ivo Tiberio Ginevra
(recensione pubblicata su Thrille Cafè)

Il ragazzo dai capelli rossi - Piergiorgio Di Cara

Autore: Piergiorgio Di Cara


Editore: Perdisa Pop

Anno: 2007

Informazioni: pg. 113



Il ragazzo dai capelli rossi è finalmente maggiorenne, e solo. Suo padre è stato ammazzato, e lui stesso ne ha vendicato la morte, uccidendo a sua volta. La vita scorre noiosa, il ranch, qualche capatina in città, niente di particolarmente eccitante. E oltre? Oltre c'è l'America, il più grande paese della terra. Il ragazzo dai capelli rossi decide di andare a vedere se è davvero così.

…ma chi me lo doveva dire di leggere un western!

Grazie ai remainders ho acquistato su un sito di vendita libri on line “Il ragazzo dai capelli rossi”. Un western pazzesco che mi porta a valutare il suo autore Piergiorgio Di Cara, fra gli scrittori più eclettici del nostro panorama letterario contemporaneo.

Questo romanzo breve è un piacevole cambio di registro del narratore palermitano che abbandona le sue terrene storie poliziesche per donarci uno spaghetti-western concentrato di tutta una cultura italiana del genere, che si snoda fra i fumetti di Tex Willer, il cinema di Trinità e le atmosfere di Sergio Leone come collante.

È un omaggio alle nostre gioventù cresciute per strada a giocare con pistole e fucili, a indiani e cowboys. Il ragazzo dai capelli rossi mi ha riportato in mente quelle sparatorie pazzesche con i miei cugini e gli altri ragazzi del quartiere, combattute nei cortili e fin dentro le aiuole incolte piene d’ortiche. Ricordi sbiaditi in bianco e nero, nel cinema muto dell’infanzia perduta che ancora adesso ha il sapore della felicità innocente. Ricordo che tutti volevamo avere lo sguardo alla Terence Hill, oppure quello a fessura di Bud Spencer, e volevamo essere buoni o cattivi come Lee Van Cleef e avere per amici Kit Carson e il suo indiano.

Di Cara bastardo, con il tuo romanzo mi hai buttato indietro di quarant’anni per farmi respirare quella pura gioia innocente che la vita mi ha strappato semplicemente facendomi crescere. Mi hai ricordato che nei miei giochi ero “Il ragazzo dai capelli rossi” coinvolto mio malgrado a uccidere i nemici che mi cercavano come le mosche cercano il miele, senza che io avessi fatto niente. E li uccidevo con la mia infallibile mira e con i miei alleati cugini, Rosario, Ninni … e c’era anche Isabella …la ragazza (irraggiungibile) che nei sogni mi aspettava innamorata, dopo avere ammazzato Mimmo, il cattivo che la voleva toccare. E avevo pure un cavallo nero come la notte, che mi portava veloce da lei. E avevo tanto altro ancora…

Di Cara grazie. Con la tua storia hai fatto rivivere per qualche ora “Il ragazzo dai capelli rossi” che ho scoperto di avere ancora dentro, e che era ancora vivo. Non era morto, era solo nascosto dai cumuli di pensieri che massacrano i cinquantenni, che fra bisogni terreni e affanni giornalieri per la prima volta iniziano a pensare: “quanto ancora mi resta da vivere.”

Scusate se non ho parlato del romanzo, ma alla fine non c’è niente da dire, ha tutto come nella migliore tradizione del western puro. È bello e ve lo consiglio, ma dovete saperlo leggere. Dovete respirarlo ad occhi chiusi. Dovete viverlo e abbandonarvi liberi alle suggestioni che vi evocano la vostra vecchia infanzia spensierata oramai sepolta dalle rate del mutuo in un camerino della memoria.

Un ultima cosa rivolta a Luigi Bernardi e la dico nel linguaggio western: “Sei bravo straniero. Non sbagli un colpo”.

Splendida copertina.

Ivo Tiberio Ginevra



martedì 8 marzo 2011

IL SUPREMO CARDINALE un racconto di Ivo Tiberio Ginevra



In un’epoca assai lontana e molto confusa dove il potere temporale è della polizia, Italo sta per essere nominato Cardinale. E’ inginocchiato in fondo alla piccola sala ed indossa un vestito nero, elegante e lucido, con una medaglia d’oro che brilla nello scuro della sua persona. Ha le mani giunte sotto il mento rasato fresco e lo sguardo attento e fisso sul Supremo Cardinale che benedice i presenti in una Prefettura affollata consegnando gli eleganti baschi color oro, simbolo del potere e clou della cerimonia. Fra poco il Supremo Cardinale nel suo lussuoso abito da cerimonia avanzerà verso Italo, ma Italo non è felice. E’ solamente incredulo. Molto incredulo. Guarda fisso il Supremo e continua a restare incredulo eppure, mai nessuna promozione è stata meritata come la sua. Un’onesta politica, una dedizione totale al lavoro, un’incessante opera divulgativa di modernizzazione moralizzata, un’onestà ormai diventata simbolo dei suoi meriti. Il popolo lo ama, i Magistrati sono dalla sua parte, i Prefetti lo viziano e perfino il Papa chiede costantemente sue notizie. Tutto insomma. Tutto…… eppure Italo ha paura. Nella sua pura ingenuità ora che il potere è a pochi passi da lui, resta ancora incredulo. “Si tratta di uno sbaglio se sono qui! Certo, che cosa ho fatto di così speciale per meritare quest’altissima carica? Perché io e non qualcun altro?”. Che umili pensieri nel suo cervello. Intanto il religioso avanza, stringe le mani e consegna i baschi d’oro che i nuovi cardinali non indossano. Ora è il turno di Italo. Tutti applaudono. Anche lui come gli altri riceve il grande potere ed anche lui lo tiene in mano. Poi, dopo la cerimonia, in una saletta attigua il Prefetto con la sua tonda faccia invita tutti i neo-cardinali ad indossare il berretto e, come vuole la tradizione, risvoltato. “E’ molto buffo” pensa Italo “anzi ridicolo. Se un domani sarò Supremo questa meschina scaramanzia la farò sparire per sempre, insieme a questo grossolano Prefetto che ormai è un inferiore a tutti gli effetti e continua a dare queste volgari pacche sulle spalle. Tutto questo non è serio e noi abbiamo bisogno di serietà ed onorabilità partendo dalla base, altrimenti non si è creduti”.

Sono passati ventidue anni e già da tre Italo è il Supremo Cardinale.

Il popolo lo imita, lo stima, lo crede giusto ed onesto e così è. Nell’arco del suo mandato Italo ha fatto imponenti riforme e tante altre cose belle e buone. Nomina i Cardinali sempre giusti e onesti. E’ lui il simbolo d’ordine e polizia mondiale. L’Imperatore ha proposto la sua nomina al soglio Pontificio e fra qualche giorno sarà nominato Papa. Finalmente, dopo tanti secoli di governo arabo è un cattolico a sedersi sull’ambito trono, ma un piccolo particolare, insignificante nella sua tradizione, purtroppo ancora in vigore per i Papi e chissà come sfuggito alla riforma dell’ordine legale, può costargli tutto. Può distruggere in un solo attimo tutta la sua opera e principalmente la sua immagine. Nella corsa al trono di Dio, Italo ha dimenticato che un Papa è ancora legato al vecchio e superato rito della cresima e per essere Papi bisogna essere cresimati. Lui non lo è, e proprio grazie alle sue riforme non lo potrà mai essere, né per altro può abolire questo requisito ora che sederà sul soglio pontificio. Nel frattempo, Italo come un dio viene eletto Papa, ed il Cardinale Saucier nominato dall’Imperatore per il controllo dei requisiti formali di legittimità del nuovo Papa. E’ proprio Saucier, già tempo nominato Cardinale da Italo, il suo controllore. Proprio quel Saucier che gli piacque tanto per il suo carattere incorruttibile, sarà quello che lo sputtanerà e lo ricoprirà di fango e merda fino a farlo sprofondare, proprio come lui stesso gli ha insegnato a fare con gl’imbroglioni. “No! Tutto questo si deve evitare. Si deve evitare. L’ordine mondiale resterebbe sconvolto. Bisogna intervenire subito. Per prima cosa è necessario farlo tacere, non sarà facile ma si conosce il suo prezzo” o meglio, Italo conosce benissimo il punto debole di Saucier, ed è lì che lo colpirà; una bella nomina a Supremo Cardinale più il titolo di primo consigliere del Santo Uffizio se starà zitto e questo è subito dopo l’investitura, poi in seguito altri favori, e se non dovesse bastare altro potere, denaro e donne a volontà. Comunque, poi sarà necessario farlo uccidere. “No, meglio ucciderlo personalmente per evitare scandali e testimoni. Un po’ di veleno…..E’ meglio simulare un incidente, un banale e disgraziatissimo incidente che lo farà volare fuori della finestra”, ed Italo sarà addolorato e la parola di un Papa peraltro testimone dell’accaduto basterà a far archiviare le indagini.

Tutto è andato come previsto. Tutto è in regola, gli uomini credono molto nell’onestà di Saucier. Italo è ufficialmente salito sullo scranno papale ed il suo primo atto di Dio in terra è stato quello di far nominare Saucier Supremo Cardinale e Primo Consigliere del Santo Uffizio con la seguente motivazione “…per le sue doti di onestà, incorruttibilità, religiosità ed attaccamento al dovere.”

Il pontificato di Papa Italo XI passò alla storia come il più breve di tutti i tempi. La balaustra del vetusto Palazzo Prefettizio cedette proprio sotto il peso dello sventurato Italo mentre era a colloquio con il suo Primo Consigliere. Fu un volo di circa trenta metri, dove il disgraziato Papa Italo trovò una morte terribile e all’istante. Ovviamente non fu aperta nessuna inchiesta. Bastò semplicemente la descrizione dell’accaduto da parte dello sconvolto Primo Consigliere e Supremo Cardinale … Saucier.

I funerali furono solenni e l’intera umanità pianse Papa Italo. Saucier disse un gran bene del Santo Padre, e pianse pubblicamente commovendo tutti.

Quindici giorni dopo i funerali, il Supremo Cardinale Saucier fu segnalato all’Imperatore quale successore di Italo e solo dopo altri tre giorni divenne Papa. Governò con il nome di Papa Italo XII. Si! proprio di Italo come ebbe lui stesso a dire nel giorno della sua incoronazione “….nel rispetto ed imperitura memoria di quel grande Papa da tutti noi amato che fu Italo XI, nostro maestro e da oggi guida spirituale per noi tutti.

Saucier era cresimato e non ebbe problemi. Pontificò quattro anni e fu ricordato come l’uomo del rinnovamento morale e spirituale. Purtroppo ancora a tutt’oggi le circostanze della sua morte rimangono un mistero.

Ivo Tiberio Ginevra

Un tipo tranquillo

Siete sicuri di non avere dentro di voi una bestia immonda capace di realizzare il più turpe dei vostri desideri?

Siete sicuri che resterà sempre in letargo?

Qualunque sia la risposta vi dico che c’è.

Che un giorno potrebbe svegliarsi, rompere i legacci e scatenarsi per il suo univoco piacere che è il vostro inconfessabile desiderio segreto.

Mario Rossi, il protagonista dell’ultimo romanzo di Marco Vichi “Un tipo tranquillo”, questa bestia ce l’ha. Non sapeva d’averla e quando lo ha scoperto credeva pure di domarla, ma rotta la catena, la bestia ha soddisfatto il suo desiderio rosso e vivo e la tela si è imbevuta avida come un prato.

Mario Rossi, un uomo tranquillo, come tanti.

In lui è tutto ok. Ogni cosa è tranquilla. E “tranquilla” vuol dire avere una cuccia, uguale alle altre. Mediocre, comune, scontata, dozzinale. In una sola parola: “Sicura”. Tutto sicuro e tranquillo a cominciare dal suo nome. Anonimo.

Per 63 anni, Mario Rossi è andato a spasso con la sua bestia rinchiusa nella scatola.

A spasso con lui in tutti i luoghi, in ogni circostanza.

Per tutti gli anni della sua tranquilla esistenza, la bestia è stata con lui.

Non aveva neanche pensato d’averla, ma un fatto comune. Una circostanza imprevedibile, ma naturale, l’ha svegliata. E questa ha dovuto rincorrere tutto il tempo perso, fino a strapparlo con i denti, fino alla vita stessa.

Un tipo tranquillo è un gran bel romanzo e Marco Vichi è uno scrittore sensazionale, un narratore del nostro tempo, maestro nel descrivere la psiche dell’italiano medio, che vive le angosce e le solitudini in una gabbia sicura dalle fondamenta standard, piatte, monotone, abitudinarie.

Mario Rossi è un tipo insoddisfatto e domato. Desideroso e appagato dal “nulla” comune. Vestito di una personalità insignificante, sicura e mediocre.

La struttura del romanzo ha una costruzione naturale, intelligente e soprattutto perfetta a livello psicologico, con un’alternanza di personaggi semplici e complessi allo stesso tempo, affogati nella mediocrità borghese, dove alla fine, risalta solo la felicità illusoria data dal modello negativo.

Quando si sveglierà la bestia dentro al tipo tranquillo, e sarà libera di fiutare il limite delle convenzioni, allora sarà facile per lei avere la meglio sul mediocre domatore e trascinarlo nel baratro della sua autoconsapevolezza dei desideri insani.

Il finale del libro è imprevedibile.

Deve essere assolutamente metabolizzato prima di esprimere un qualsiasi giudizio, perché ha la forza potente di sprigionare elementi contrastanti fra loro, scuotendo i limiti della fantasia del lettore che ha dovuto aspettare la fino alla fine il compimento della metamorfosi del protagonista.

Un tipo tranquillo è indubbiamente un romanzo degno di stare in libreria accanto al “Fu Mattia Pascal” e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del sig. Hyde”.

Ogni secolo ha la sua bestia.

Ivo Tiberio Ginevra

Qui si fanno miracoli


Qui si fanno miracoli era la scritta pubblicitaria esposta da una bottega palermitana specializzata nel dipingere ex-voto.

Il devoto si recava alla bottega, raccontava l’episodio, il pittore prendeva qualche appunto o direttamente faceva uno schizzo sulla latta e pattuiva il prezzo. Il pittore poi completava il disegno con una certa libertà, attendendosi ai criteri generali ed allo stile pittorico della propria bottega.

Atto di devozione e di gratitudine personale, l’ex-voto dipinto, oltre che per sciogliere un’obbligazione, viene offerto come esigenza di comunicazione per affermare la potenza miracolosa della Madonna, che si venera nel Santuario della Madonna della Milicia, ed in questo modo la gratitudine personale diventa comunitaria.

Gli ex-voto del Santuario a pochi chilometri da Palermo, legati al culto della Madonna della Milicia, sono stati accuratamente restaurati e raccolti in un Museo.

I pezzi sono circa quattrocento, esposti in uno spazio che li mostra in successione temporale, come una processione di eventi drammatici umani che soltanto l’intervento della Madonna ha trasformato in eventi meravigliosi.

La collezione costituisce una fotografia pittorica della vita, usi, costumi e credenze della società palermitana dal 1842 ad oggi.

Quest’arte massicciamente diffusa a livello popolare, si divide anche per aree geografiche, aventi alla base la natura economica.

Si usava la latta, perché il poco costo del materiale facilmente reperibile e riciclato, si ricavava dalle scatole di sardine che i droghieri vendevano al dettaglio.

Molti sono i temi sviluppati nella collezione. Alcuni ex-voto richiamano episodi della storia siciliana, l’impresa dei Mille, le rivolte di contadini, la battaglia di Dogali, ma sono le malattie, gli interventi chirurgici, gli incidenti sul lavoro, ed i salvataggi miracolosi dei pescatori sorpresi dalle tempeste, che fanno la parte rilevante negli ex-voto.

Caratteristica degli ex-voto dipinti è che essi non venivano firmati: il pittore con questo gesto di umiltà, partecipava all’atto di devozione del miracolato.

A completare la formalizzazione pittorica c’è sempre la rappresentazione in alto a destra della Madonna della Milicia , di S. Francesco in ginocchio nell’atto di adorarla e quasi sempre la sigla “V.F.G.A.” che significa “Votum Fecit Gratiam Accepit” (voto fatto per grazia avuta).

Con profonda convinzione l’Amministrazione Provinciale di Palermo ha voluto promuovere e sostenere la pubblicazione di un volume sugli ex-voto del Santuario della Madonna della Milicia, a pochi chilometri da Palermo, in una elegante e raffinata veste grafica, interamente a colori ed in carta patinata.

Autore del volume è padre Giuseppe Bucaro, che ha condotto i suoi studi e le sue ricerche sugli ex-voto, riuscendo a dare all’opera un alto valore culturale e storico che unisce gli aspetti fondamentali del rigore dell’analisi storica e dei simboli della fede assunta a devozione con illuminante valore scientifico.

Ivo Ginevra e alcuni brani trascritti dal libro di padre Giuseppe Bucaro