Si fosse n’auciello, ogne matina
vurria cantà ‘ncoppa ‘a fenesta toja:
“Bongiorno, ammore mio, bongiorno, ammore!”
E po’ vurria zumpà ‘ncoppa ‘e capille
e chianu chiano, comme a na carezza
cu stu beccuccio accussì piccerillo,
mme te mangiasse ‘e vase a pezzechillo…
si fosse nu canario o no cardillo
Totò (Antonio De Curtis)
Scrittore giallo noir - Ornitologo - Giudice esperto FOI (Federazione Ornicoltori Italiana) specializzazione Ibridi, Esotici, Indigeni
martedì 8 marzo 2011
Concorso nazionale di narrativa “Caffè Letterario Moak” 2011
Se vi piace scrivere storie e vi piace il caffè, vi segnalo l’undicesima edizione del premio letterario Moak.
Lo stile è libero, ma il tema è obbligatorio sul caffè.
La giuria è fatta da scrittori e critici più che competenti, il premio per i tre vincitori è in denaro, e c’è tempo fino al 21 Aprile 2011 per inviare gli elaborati.
Questa volta il caffè non lo bevete, ma scrivetelo.
Vi trascrivo il bando del premio.
Art.1
L’azienda Caffè Moak ed l’Associazione Culturale Kronos indicono per l’anno 2011 la 10° edizione del concorso di narrativa Caffè Letterario Moak.
Art.2
Si concorre inviando un solo racconto inedito in lingua italiana sul caffè (tema da intendere nella sua accezione più ampia, come luogo di incontro, bevanda, chicco, pianta, etc.).
La lunghezza del racconto va da un minimo di 5 ad un massimo di 20 cartelle.
Per cartella si intende una pagina dattiloscritta di 30 righe, pari a 1800 caratteri, spazi inclusi. (Per eventuali chiarimenti si consulti la pagina faq del concorso.)
Art.3
Il racconto va inviato in numero di 6 copie, di cui 5 anonime ed una sola firmata a conclusione del racconto.
Insieme al racconto va inviata la scheda tecnica con i dati, le generalità e una breve presentazione dell’autore. La scheda è scaricabile dal sito del concorso.
Il racconto e la scheda vanno inviati anche in copia digitale in formato Word, tramite cd da allegare alle copie cartacee, o via e-mail all’indirizzo del concorso.
Art.4
Gli elaborati vanno spediti entro e non oltre il 21 aprile 2011 al seguente indirizzo: Associazione Culturale Kronos, via Risorgimento 10/B, 97015, Modica (RG).
Farà fede il timbro postale.
Art.5
La quota di partecipazione al concorso è fissata in € 17,00, da versare sul C/C Postale n° 57725301, intestato a: Centro di Formazione e di Iniziative Culturali ed Ambientali, via Risorgimento 10/B, 97015, Modica (RG). La ricevuta di versamento va allegata alle copie del racconto.
È possibile pagare la quota tramite assegno o in contanti, da inserire nella busta con le copie del racconto; oppure on-line tramite le Poste Italiane, utilizzando il codice IBAN del conto corrente del Centro di Formazione: IT36 X076 0117 0000 0005 7725 301.
Art.6
In occasione della 10° edizione del concorso la giuria è composta dai presidenti che si sono susseguiti in questi anni.
È presieduta da Walter Pedullà (critico letterario) e costituita da:
■Roberto Alajmo (scrittore)
■Guido Conti (scrittore)
■Salvatore Ferlita (critico letterario)
■Raffaele Nigro (scrittore)
■Massimo Onofri (critico letterario)
La Giuria d’onore è composta dai seguenti membri dell’azienda Moak:
■Giovanni Spadola (Presidente);
■Sandro Spadola (Direttore generale);
■Annalisa Spadola (Direttore marketing).
e dai seguenti rappresentati delle istituzioni pubbliche:
■Presidente della Provincia Regionale di Ragusa;
■Assessore alla Cultura del Comune di Modica.
Art.7
La Giuria, secondo giudizio insindacabile, indicherà, tra tutti gli elaborati:
■i racconti segnalati (i racconti ritenuti più meritevoli);
■i racconti vincitori (i primi tre racconti tra quelli segnalati).
Art.8
Saranno premiati i primi tre racconti:
■1° classificato: € 1.500,00.
■2° classificato: € 1.000,00.
■3° classificato: € 500,00.
Gli autori vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione.
Art.9
I racconti finalisti e vincitori saranno pubblicati sul volume del Concorso “I racconti sul caffè”, edizione 2011.
Art.10
L’organizzazione del Concorso, se necessario, si riserva la facoltà di apportare modifiche al regolamento.
La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento.
Ai sensi della Legge 196/2003 si informa che i dati personali relativi ai partecipanti saranno utilizzati unicamente ai fini del Concorso.
Per ogni altro aspetto non contemplato nel presente bando fanno fede e ragione le vigenti norme di legge. Per ogni controversia legale è competente il Foro di Modica (RG).
PER INFORMAZIONI
Pagina faq del sito ufficiale del concorso
Associazione Culturale Kronos – Sara Giunta
tel.: 0932.763940; 0932.906607 – cell.: 339.3350886
web: www.caffe-letterario.it
email: info@caffe-letterario.it
Accade davvero
Il fatto:
Martedì 1 marzo 2011 ore 19.00 – Canale 5, trasmissione “Chi vuol essere milionario”.
Il Presentatore Gerry Scotti ad un concorrente legge per un valore di 1.500 euro, la seguente domanda (una di quelle facilitate per rompere il ghiaccio):
Chi elegge il Presidente della Repubblica Italiana?
a) Il Consiglio dei Ministri;
b) Il Senato;
c) Il Presidente del Consiglio;
d) Il Parlamento.
Il concorrente entra in palese difficoltà e ritenendo la cosa “una roba per anziani”, ritiene che sia eletto dai senatori.
Il presentatore, anche se organo neutrale per istituzione televisiva, insinua il dubbio e consiglia di usare uno dei tre aiuti a disposizione.
Il concorrente accetta il suggerimento e siccome ritiene la domanda di carattere nazional-popolare decide di ricorre all’aiuto del pubblico presente in sala.
Il pubblico interpellato si divide in un verdetto paritario, infatti, metà ritengono che Presidente della Repubblica sia eletto dal parlamento e l’altra metà, dai senatori.
A questo punto il concorrente obbligato a decidere, sceglie di fidarsi di quella metà di pubblico che ha indicato i soli senatori e ovviamente sbaglia perché il Capo dello Stato è eletto dal parlamento in seduta comune, ed è eliminato dal gioco.
Le considerazioni:
Un volta qualcuno disse: “Qui o si fa l’Italia o si muore” e qualcun altro disse ancora: “Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli italiani” e adesso, a 150 anni dall’unità d’Italia ed a 63 anni dall’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana, mi domando: come dobbiamo reagire quando in un programma televisivo assistiamo a questo incredibile sfoggio d’ignoranza, o meglio con chi dobbiamo incazzarci? Forse con Garibaldi? O con Enrico De Nicola che firmò la nostra Costituzione? Oppure con il nostro sistema scolastico, o la nostra società usa e getta, o con i nostri governanti che hanno permesso degli attacchi d’ignoranza di tale proporzione, oppure con questo o con quello. Io me la prendo solo con i curatori del programma di Gerry Scotti che si sono permessi di fare una domanda così stupida a scapito dello spettacolo, quando il nostro concorrente e tutto il pubblico in sala avrebbe potuto applicarsi e dare soddisfazioni con qualche bella domanda di gossip magari su chi ha il culo più a mandolino fra la Belen o la Canalis?
Volevo commentare il fatto, ma mi mancano le parole, o meglio, mi viene da dire solo Povera Italia ed ho la voglia di prendermela con tutti.
Ivo Tiberio Ginevra
La storia della bambola
Giampaolo, il mio amico di Fb, mi ha inviato questo racconto di Paul Auster tratto dalle “Follie di Brooklin”.
È la storia di Kafka e la Bambola. Pare che sia vera. Alcuni critici ne parlano. Se vi piace recentemente è uscito un libro di Jordi Sierra I Fabra Jordi “Kafka e la bambola viaggiatrice” edito da Salani.
“Una lettura obbligata per chi ama le belle storie e indispensabile per coloro che non smetteranno mai di leggere Franz Kafka.”
La storia della bambola
E’ l’ultimo anno della vita di Kafka, il quale si è innamorato di Dora Diamant, una ragazza di diciannove o vent’anni che è fuggita dalla Polonia lasciando la sua famiglia di ebrei chassidici e ora vive a Berlino. Ha la metà dei suoi anni, ma è lei che gli dà il coraggio di andarsene da Praga … una cosa che lui desiderava da tempo … e diventa la prima e unica donna con cui Kafka abbia convissuto. Arriva a Berlino nell’autunno del 1923, e la primavera dopo muore, però quei pochi mesi sono probabilmente i più felici della sua vita. Malgrado il deperimento della salute. Malgrado i problemi sociali di Berlino: scarsità di generi alimentari, violenza politica, l’inflazione più alta della storia tedesca. Malgrado la certezza di avere ancora poco da vivere.
Tutti i pomeriggi Kafka va a fare una passeggiata nel parco. Generalmente lo accompagna Dora. Un giorno incontrano una bambina in lacrime, che singhiozza da farsi scoppiare il petto. Kafka le chiede cosa c’è che non va e la bambina risponde che ha perso la sua bambola. Lui subito comincia a inventare una storia per spiegarle l’accaduto. «La tua bambola è andata a fare un giro», le dice. Lei gli chiede: «E tu come lo sai?» «Perché mi ha scritto una lettera», le risponde Kafka. La bambina sembra sospettosa. «Ce l’hai qui?» gli domanda. «No, mi spiace, – fa lui. – L’ho lasciata a casa per sbaglio, ma domani la porterò con me». E’ cosi convincente che la bambina non sa più cosa pensare. Possibile che quell’uomo misterioso stia dicendo la verità?
Kafka torna subito a casa per scrivere la lettera. Si siede a tavolino e Dora, osservandolo mentre scrive, nota la stessa serietà, la stessa tensione che mostra quando sta componendo una sua opera. Non vuole prendere in giro la bambina. Questa è una vera fatica letteraria, e lui è ben deciso a compierla nel migliore dei modi. Se riuscirà a presentare alla bambina una bugia bellissima, e convincente, sostituirà la bambola perduta con una realtà diversa: falsa, forse, ma veritiera e credibile secondo le leggi della narrativa.
L’indomani Kafka si precipita al parco con la lettera. La bambina lo sta aspettando, e dato che non ha ancora imparato a leggere gliela legge lui ad alta voce. La bambola è molto spiacente, ma si è stancata di vivere sempre con le stesse persone. Ha bisogno di muoversi e di vedere il mondo, di fare nuove amicizie. Non è che non voglia bene alla bambina, però desidera cambiare aria, perciò dovranno separarsi per qualche tempo. Infine la bambola promette che scriverà alla bambina ogni giorno e la terrà al corrente di quello che sta facendo.
Già è incredibile che Kafka si sia preso il disturbo di scrivere quella prima lettera, ma ora si dedica al progetto di scriverne una nuova ogni giorno … al solo scopo di consolare la bambina, che fra l’altro per lui è una perfetta estranea, un esserino incontrato per caso un pomeriggio in un parco. Che tipo di uomo fa una cosa simile! E’ andato avanti per tre settimane. Tre settimane. Uno degli scrittori più geniali che siano mai vissuti ha sacrificato il suo tempo … un tempo sempre più scarso e prezioso … per comporre le lettere immaginarie di una bambola smarrita. Secondo la testimonianza di Dora scriveva ogni frase con una cura maniacale del dettaglio, e la sua prosa era precisa, spiritosa e avvincente. In parole povere, era la prosa di Kafka, e lui per tre settimane andò tutti i giorni al parco e scrisse ogni volta una nuova lettera alla bambina. La bambola diventa grande, va a scuola, conosce altre persone. Continua a ripetere alla bambina che le vuole bene, ma allude a certe complicazioni che le rendono impossibile il ritorno. A poco a poco Kafka prepara la bambina per il momento in cui la bambola sparirà dalla sua vita per sempre. Si spreme per creare un finale soddisfacente temendo che se non lo troverà si possa rompere l’incantesimo. Dopo aver vagliato alcune ipotesi, alla fine decide di far sposare la bambola. Descrive il giovanotto di cui lei si innamora, la festa di fidanzamento, le nozze in campagna, perfino la casa dove ora abitano la bambola e suo marito. E poi, nell’ultima riga, la bambola dice addio alla sua vecchia e affezionata amica.
Ma a questo punto naturalmente la bambina non sente più la mancanza della bambola. Kafka le ha dato in cambio qualcos’altro, e alla fine delle tre settimane le lettere l’hanno guarita dal suo cruccio. Lei ha la storia, e quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più.
Booktrailer: Gli Assassini di Cristo - Un giallo-noir di Ivo Tiberio Ginevra
Robin Edizioni - Romanzo di Ivo Tiberio Ginevra
Da Aprile in libreria
Creazione Booktrailer: Anna Squatrito
domenica 28 novembre 2010
LA FESTA DEI MORTI
di Ivo Ginevra
Noi in Sicilia abbiamo “i morti”.
Mi spiego meglio. È una vecchissima tradizione dove la notte dell’uno novembre i morti, cioè le anime dei parenti defunti, fanno trovare al risveglio dei bambini, dolci (la frutta di martorana – marzapane), la pupaccena (una statuetta di zucchero solidificato con l’interno cavo a forma di pupo siciliano) dei biscotti secchi (detti ossa di morto) ed un regalo di poco conto (a me regalarono un fucile con i tappi). Poi si va al cimitero e quel cordone ombelicare che lega la famiglia, sebbene reciso dalla morte fisica, vive e si tramanda nelle generazioni.
Quella dei morti è una festa pagana tipica della nostra tradizione. L’origine che si perde nella notte dei tempi è sicuramente tribale e anticamente consisteva nell’offerta simbolica di alimenti di forma umana da parte dei defunti con l’intento di tramandare nei vivi la loro forza e il loro ricordo (riti ancora in vigore in qualche tribù dell’Indonesia e dell’Africa).
La tradizione si è anche rafforzata nel tempo con l’usanza del pranzo offerto dai vicini di casa del defunto ai familiari che avevano subito la perdita del parente, dato che non avevano potuto provvedere ai loro bisogni alimentari.
Questa tradizione grazie ad Halloween rischia ora di scomparire, infatti, i mercati rionali che in questo periodo erano invasi di luci, colori sgargianti, sapori, odori e luccichii di giocattoli stanno per essere soppiantati da una marea di colori neri, lugubri e porcherie di plastica fatti da teschi, pipistrelli e costumi da streghe d’indubbio gusto.
Grazie anche al bombardamento mediatico i nostri bambini al posto della frutta di martorana, adesso vogliono un zucca di plastica. Vogliono un tetro abito nero ed un trucco sanguinolento come se fossimo a carnevale, e in definitiva non vanno più al cimitero a rendere un omaggio ai morti facendo scomparire una buona tradizione.
Anche la scuola e soprattutto quella materna ed elementare, grazie ad un personale poco attento contribuisce molto a soppiantare questa educativa tradizione tipicamente nostra.
La festa dell’attesa del regalo col giorno del ricordo si sta velocemente trasformando in una pacchianata americaneggiante, non sentita, inutile, diseducativa, stupida e soprattutto estranea alla nostra cultura, oramai tesa alla globalizzazione, all’appiattimento del tutto, ed a scimmiottare malamente lo sterile modello americano.
Mi fanno pena i nostri figli che crescendo non avranno come me il ricordo del sorriso mio nonno che nella mattina della festa, regalandomi la frutta di martorana, il pupo di zucchero, ed il fucile di latta mi diceva: “questi te li ha portati la nonna che non c’è più e ti pensa sempre”. Poi andavamo a portarle un fiore al cimitero.
Tenetevi pure Halloween.
Ivo Tiberio Ginevra
QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA
CARLO EMILIO GADDA
Garzanti Editori.
Recensione di Ivo Ginevra
Dico solo che mi è piaciuto e anche molto.
Garzanti Editori.
Recensione di Ivo Ginevra
È impossibile fare una recensione a questo Romanzo con la “R” maiuscola e, di fatto, non la farò perché non so fare quei discorsi da professoroni sull’importanza di questo lavoro nell’ambito della letteratura italiana del novecento. Se me n’arrogassi il compito dovrei scrivere dell’arte del Belli nella parlata in romanesco, e dovrei fare riferimenti anche a Manzoni e “La ricerca dello stile necessario”. Dovrei trattare necessariamente dell’importanza che il dialetto, e la lingua parlata aveva, ha ed avrà nella storia dell’opera narrativa, e spingermi fino al nostro secolo con riflessioni su Camilleri, Niffoi, ecc., ma ripeto non sono quel professore che potrebbe dire, quanto altri emeriti critici hanno già detto.
Dico che da siciliano ho letto, sì con un po’ di difficoltà quest’opera intrisa di spirito romano, ma che alla fine ho capito tante cose sulla romanità che forse non avrei afferrato leggendo altri romanzi su Roma.
Dico che questo classico non deve cadere nel dimenicatoio e che dovrebbe essere insegnato nelle scuole e soprattutto in quelle del Lazio obbligatoriamente.
Dico che il grande regista cinematografico Pietro Germi ha fatto uno splendido film, con il grande Saro Urzì, e che anche questo non dove essere dimenticato.
Dico che me pure venuta la voglia di parlarci in romanesco e quasi quasi in faglja me ce diverto pure a parlaglje, se così se’ scrive.
Solo per farvi capire quanto è bello il romanzo, quanto grande è la genialità del suo autore, e soprattutto, per farvi leggere sto capolavoro di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, vi trascrivo alcune frasi del romanzo che sono più eloquenti di migliaia di discorsi cattedratici, cominciando dalla descrizione del suo protagonista e credetemi, c’era da trascriverlo tutto.
Ingravallo
Tutti oramai lo chiamavano Don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente negli affari tenebrosi………Vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi inpercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana.
…..In simili materie Don Ciccio era piuttosto versato : intuizione viva, e fino dagli anni della pubertà: aperta, poi, a tutti gli incontri demici della stirpe “fertile in opre e acerrima in armi”.
Un dubbio naturalmente. Un dubbio perfido però…che gli faceva dolorar le tempie, un dubbio dei più Ingravalleschi, dei più Doncicciani.
“Mah” pensò Don Ciccio per confortarsi “qualunque figlio ‘e bona femmina è illibato, fino al suo primo amore … con la questura.
Il collega di Ingravallo
…Per quello che era donne, poi, e sfruttatori de donne, amore, amanti, matrimoni veri, matrimoni finti, corni e controcorni, nun c’era che lui, se po’ dì. …be’ lui in quela fanga, ce schizzava dentr’è fora come un autista de piazza. Lui sapeva a memoria tutte le coppie, co tutte le parentele e tutte le ramificazioni che je sbottaveno fora a primavera, o in testa o giù de testa:… co tutti l’incastri possibili: nascita, vita, morte e miracoli. Sapeva li buchi ch’affittaveno, e quanno se moveveno da qua pe annà là, le cammere matrimoniali, li cammerini, le cammere a ore, li sommiè e insino l’ottomane, co tutte le purce che ce stanno de casa, una per una.
Il maresciallo Santarella
Con la pelle generosa degli italici, nelle lor messi cotti a luglio, a sole trebbiato: una salute da sensale di campagna.
La notizia criminis
Quando i due agenti gli dissero: “Se so’ sparati a via Merulana: ar duecentodicinnove: ner palazzo de li pescicani…”, un fiotto di sangue incuriosito, forse angosciato, gli inondò il ventricolo di destra.
Descrizione dei luoghi
Una di quelle grandi case dei primi del secolo che t’infondono, solo a vederle, un senso di uggia, e di canarinizzata costrizione. Davanti al casermone color pidocchio una folla.
La folla e le metafore di Ingravallo
Nell’andito e in portineria un’altra piccola folla, inquilini dello stabile: il cicaleccio delle donne. Ingravallo salì al terzo piano della scala A. Giù seguitò la gran ciarla: le voci spiegate o addirittura canore delle femmine, emulate da qualche trombone maschio, a quando a quando ne venivano addirittura sopraffatte: come le cervici chine delle vacche dalle gran corna del toro.
….Era una confusione di voci e di aspetti: serve, padrone, broccoli….Vocine agri o infantili aggiungevano dinieghi o conferme. Torno torno un barboncino bianco scodinzolava eccitato e de tanto in tanto abbaiava puro lui: il più autorevolmente possibile.
Le donne volevano sapè. Tre o quattro, deggià, se sentì che parlaveno de nummeri: ereno d’accordo p’er dicissette, ma discuteveno sur tredici.
La vittima
La signora Liliana di quando in quando, si sarebbe creduto sospirasse. Ingravallo notò che due o tre volte, a mezza voce, aveva detto mah! Chi dice ma, cuore contento non ha.
L’azione criminale
Lui rivoltosi, le aveva puntato una pistola sulla faccia: “Azzittete befana, sinnò te brucio”.
Gli avvocati
Oh! Gli avvocati! Com’erano simpatici! E che buoni clienti! Bisognò un attimo, ma mai ad esser lei la cliente loro, cogitò.
Descrizione di un’inquilina
La Menegazzi nun s’era potuta pettinà: pareva una perucca de peli de granturco co li nastri, quello che ci aveva in testa. Diceva che il palazzo aveva la maledizione dentro i muri.
La stampa (piuttosto attuale già da allora e invasiva…solo quando vuole)
Era venerdì. Li cronisti e il telefono avevano rotto l’anima tutta la sera: tanto a via Merulana che giù, a Sante Stefene.
Le indagini
Le indagini si sarebbero dovute estendere a mezza penisola, con un lento monsone di fonogrammi.
“bè: allora dite: subito, bisogna rispondere, cara la mia madama: no pensarci un secolo. A pensarci tanto l’è di sicuro una bugia.
Il volto gli si illuminò dell’aurora del ci siamo
Descrizione del fabbro (superba)
Da ultimo fu chiamato un fabbro. Un vereo Don Giovanni delle serrature: ciaveva un mazzo de rampini co un beccuccio in fonno, e je bastava de faje appena er solletico o coll’uno o coll’antro, che quelle già se sentiveno de nun potè più resiste. Pareveno come una donna virtuosa che perde i sensi.
Una bella ragazza con la dote
Era una splendida figliola, ed era un cofano di gioie… Era una figliola, con una scatoluccia: di cui loro, i Valdarena, avevano affidato al marito la chiavicina: e il diritto di servirsene, tric tric: il santo usufrutto.
Una confessione
…lei arrossì, abbassò gli occhi sul ventre, come l’Annunziata quanno che l’angelo se mette a spiegaje tutta la faccenda: poi prese coraggio a risponne…
Lo spirito romano di Ingravallo
Era una giornata meravigliosa: di quelle così splendidamente romane che perfino uno statale di ottavo grado, ma vicino a zompà ner settimo, be’, pero quello se sente aricicciasse ar core un nun socchè, un quarche cosa che rissomija a la felicità.
“Amico, che amico! amico ‘e chi?” Raccolte a tulipano le cinque dita della mano destra, altalenò quel fiore nella ipotiposi digito-investigativa tanto in uso agli Apuli.
Ereno passati li tempi belli …che pe un pizzico ar mandolino d’una serva a piazza Vittorio, c’era un brodo longo de mezza paggina.
Ingravallo e il vino
A Marino, artro che quel’ambrosia ce sta! A la grotta de sor Pippo ce steva un bianco malvagio: un vigliacchetto de quattr’anni in certe bottije che cinque anni prima averebbe elettrizzato il ministero….
Il risveglio di Ingravallo
A occhi ancora chiusi o quasi, infilò le ciabattazze: che parevano attenderlo come due bestiole accucciate sul parquet: attendere i piedi ognuno il proprio…Un Apollo non più ventenne, un tantino pelosetto. Si grattò il testone, si appressò alla vaschetta, e dato libero corso alle linfe s’insaponò il naso e la faccia, il collo e le orecchie. Sgrullò il parruccone sotto il rubinetto alto del lavabo, con quei soffi e quelle strombate de naso, come di foca venuta a galla dopo le sue giravolte sott’acqua…
Ingravallo e l’invidia
Non s’azzardi d’accusà Giuliano, verga splendida della ceppaia, solo perché ne deve subire il confronto.
“ah” fece Don Ciccio, “congratulazioni sentitissime”. Una smorfia atroce, una faccia di catrame…
Le battute di spirito di Ingravallo
“Ci vuol poco” grugnì don Ciccio fra sé e sé: “dove l’hanno comprata la nafta, da ‘o broccolaro?”.
Ingravallo e la donna
La personalità femminile – brontolò mentalmente Ingravallo quasi predicando a se stesso – che vvulive di? …’a personalità femminile, tipicamente centrogravitata sugli ovarii.
Riflessioni di Ingravallo sul ruolo del marito nel matrimonio senza figli
...mancandole i figli il marito cinquantottenne decade senza alcun demerito a buon amico, ma di gesso, a ornamento piacevole della casa, a delegato e segretario generale della confederazione dei soprammobili, a mera immagine ovvero, cioè, a manichino di marito: e l’uomo in genere è degradato a pupazzo. Un arnese che non serve.
Antifascismo
Chi è certo d’avere ragione a forza, nemmeno dubita di poter avere torto in diritto. Chi si riconosce genio e faro delle genti, non sospetta d’essere moccolo male moribondo o quadrupede ciuco.
…che da quanno nun c’era ancora sto Pupazzo a Palazzo Chiggi, a strilà dar barcone come uno stracciarolo.
Ladro de pentole e di casseruole a tutte genti: co la scusa de facce la guerra all’Inghilterra.
…il testa di morto in pennacchi eruttò che la polizia….
…o da chilo ferente d’ ‘o palazzo Chigge.
Ivo Tiberio Ginevra
EVERYMAN
PHILIP ROTH
EINAUDI EDITORE
Recensione di Ivo Ginevra
Premetto subito che Everyman è un buon libro, che mi è piaciuto e che l’ho subito riletto;
che Roth è indubbiamente uno dei più grandi scrittori contemporanei;
che il dono di scrivere di Roth è fuori dal comune;
che Roth è insuperabile nel dosare il racconto e bilanciare tutti i rapporti fra il protagonista e gli altri personaggi;
che tutte le sue riflessioni sulla morte, la vecchiaia, la malattia resteranno indelebili nella mia memoria perché uscite fuori dall’intimo riflessivo di ogni uomo e narrate con una incisiva e disarmante semplicità;
che la narrazione è piuttosto originale e procede fluida nel difficile campo dei salti temporali;
che ho apprezzato molto l’autoironia, il nichilismo e la tragicomicità di Roth in questo racconto privo di qualsiasi metafora;
che la chiusa del racconto con il dialogo fra il becchino ed il protagonista è una pietra miliare della letteratura contemporanea, in grado di richiamare alla memoria l’autorevole figura di un grande metafisico come “Amleto”.
Tutto quanto premesso e considerato
mi autorizzo a criticare un papabile premio Nobel partendo dal titolo, perché non è azzeccato e non gli si addice per niente.
Io lo avrei chiamato “Morte, vecchia, malattia, pentimento di un pubblicitario di successo”, senz’altro il risultato sarebbe stato migliore. L’opera letteraria, infatti, parla proprio di un pubblicitario di successo in pensione, intento a fare i conti con la vita che gli è scivolata innanzi con tutti i suoi amori, e indugia sempre sulla continua demolizione del corpo da parte della vecchiaia e della malattia che lo porteranno inevitabilmente alla morte.
Il romanzo è un continuo fare i conti con la morte. Inizia con il funerale del protagonista, continua con la scoperta della morte degli estranei e delle persone care, finisce con la propria morte, dopo avere visto lo scadimento del corpo attaccato dai morsi di una vecchiaia tiranna che tutto sbriciola, che tutto demolisce.
Il nostro protagonista giunto alle soglie della senilità traccia il bilancio della sua vita, con la costante presenza delle malattie, ma non è un conto obiettivo che lo rende credibile, perché privo d’autocritica.
Mai il protagonista di questo romanzo ha pensato di essere stato un uomo “fortunato”, di avere vissuto fino a 75 anni con una gran reputazione, con successo, con soldi, con donne stupende, viaggiando da Parigi ai Caraibi e circondato da tante belle cose che un Everyman qualunque non può permettersi di sognare.
Sì, ha anche sofferto, ma le pessime relazioni matrimoniali sono il frutto del suo esacerbato egoismo.
Ha sofferto per la morte dei genitori e delle persone care, ma chi non soffre o soffrirebbe per questo.
Ha sofferto perché malato, infatti, ha subito diverse operazioni al cuore con la paura che la malattia vinca sulla vita, ma permettetemi di dire che non c’è niente d’incredibile in tutto questo. Milioni di persone nel mondo tirano avanti in questa maniera, basti pensare che pure il sottoscritto è un cardiopatico ed ha subito 3 interventi al cuore (a proposito, la descrizione delle angioplastiche rende bene l’idea dell’estraneità del corpo nel processo operativo di una sala chirurgica ed è ottimamente descritta, ma non vi è alcun accenno in tutta l’opera, alla schiavitù della pillola, vero incubo di chi deve fare i conti con la malattia che giornalmente ti ricorda di esserci). Proprio per tutto questo il protagonista mi sembra privo d’attendibilità ed il libro a tratti riesce a scadere nella mera contabilità degli acciacchi, come in una qualsiasi operazione di ragioneria, dove il risultato finale è purtroppo sempre lo stesso.
Anche un altro titolo si sarebbe addetto a questo lungo racconto, come ad esempio: “La solitudine di un uomo di successo”.
Questo perché il nostro acritico personaggio è solo nelle malattie, solo nella vecchiaia, solo nella morte stessa, ma non è quello che può definirsi un povero Cristo, un disgraziato segnato dalla vita, dal destino. È uno che ha dato, che ha preso anche molto, e che solo prima di morire, ha capito di avere bisogno degli altri.
È un uomo che alla fine della vita paga il suo sviscerato egoismo, frutto della civiltà del benessere e capisce gli sbagli.
Manca una critica seppure velata da parte dello scrittore, al personaggio che dalla vita ha saputo prendere solo l’effimero, fatto di fama, soldi, donne a scapito dei valori fondamentali dell’esistenza umana.
Per finire permettetemi una terza e ultima disapprovazine sul titolo.
Se Everyman prende il nome da un classico dell’antica drammaturgia inglese che metaforicamente ha in sostanza l’appello di tutti gli uomini innanzi alla morte, la sua traduzione letterale in “ogni uomo” ha la pretesa universale di accumulare, svilire, forfettizare e soprattutto spersonalizzare ogni essere umano solo perché nasce, vive e muore.
“Ogni uomo” non è uguale all’altro, perché vive in maniera diversa, perché affronta la vita, l’amore, la vecchiaia e la morte in maniera diversa dall’altro. L’assunto di Roth con la sua pretesa d’essere tutti uguali solo perché viviamo, amiamo e moriamo è troppo collettivo, comune, assolutista e cinico e non sposa il titolo del racconto, finendo per depistare il lettore che ovviamente non s’identifica.
Se è vero che tutti gli esseri umani hanno in comune una vita ed una morte, è anche vero che il percorso è sempre diverso per tutti, anche se porta allo stesso posto.
Proprio per questo ogni uomo non ha niente di comune con gli altri. Perché ogni uomo è diverso. Perché ogni uomo è arbitro del proprio destino.
Ivo Tiberio Ginevra
IN DUE SI UCCIDE MEGLIO
STEFANO VALBONESI
“Quando i serial killer agiscono in coppia”
EDIZIONI XII
Recensione di Ivo Ginevra
"Capire perché una persona possa dedicare la propria esistenza all’omicidio e scandirla al ritmo delle violenze più efferate non è facile……. Tenendo presente ciò, capiamo allora come ancor più difficile sia capacitarsi del fatto che, a volte due perfetti sconosciuti possano unire le loro forze per perpetrare dei crimini orrendi e incamminarsi assieme lungo un percorso disseminato di morte. Partendo da tali considerazioni, questo libro non cercherà dunque di spiegare perché esistano assassini seriali di coppia. Questo libro vi mostrerà piuttosto cosa la malvagità combinata di due persone abbia potuto generare e come essa si sia manifestata”.
Ho volutamente trascritto parte dell’introduzione del libro perché l’essenza di questo lavoro sta tutta qui, proprio nell’introduzione, pertanto, leggendo questo volume non troverete le dissertazioni medico scientifiche, filosofiche, sociali ecc. ecc. di autori che hanno la pretesa di scrivere una pagina miliare nello studio della fenomenologia delinquenziale, ma troverete solo una lucida ed equilibrata narrazione di storie criminali, dove lo stile asciutto e incalzante guarda al fenomeno in se stesso applicando le varie teorie psicologiche elaborate dai migliori studiosi, direttamente ai singoli casi concreti.
È proprio la cura usata dagli scrittori nella descrizione dei singoli casi, utilizzando anche le confessioni dei serial killer, a far comprendere con disarmante semplicità le varie teorie degli studiosi del settore, come ad esempio quella dell’interazione “incube succube”, della coppia Lake e Ng, o quella della “mutua concordanza”, applicata alla “coppia venuta dall’inferno” Lucas e Toole, oppure quella dell’”uomo nel giusto” di Gallego e Williams, ma in questo libro nulla è più disarmante e realistico dei dialoghi criminali per far capire l’orrenda portata del fenomeno: “uccidere qualcuno è come fare una passeggiata, se volevo una vittima non dovevo far altro che procurarmela” (Henry Lee Lucas) o peggio : “….Ng le taglia i vestiti. – “Perché mi fate questo” chiede. “Perché non ci piaci. Dobbiamo metterlo per inscritto?” “Ridatemi mio figlio e farò tutto ciò che volete”. “Farai tutto ciò che vogliamo in ogni caso”….la ragazza non sa che sono già tutti morti (Lake e Ng)”.
La scelta degli autori di concentrarsi solo sul fenomeno degli omicidi seriali di coppia è senz’altro una scelta vincente, perché va a colmare una lacuna nel panorama della letteratura specialistica, inoltre, la fenomenologia è molto ben studiata, infatti, dapprima tratta nei particolari le caratterizzazioni dei singoli “predatori”, e poi analizza le dinamiche comportamentali della coppia.
La perfezione dello studio è data anche dall’analisi d’alcuni dati statistici recenti e soprattutto dalle tipologie che formano la coppia: uomo/uomo, uomo/donna, donna/uomo, donna/donna, dove il primo indicato del duo è il dominante della coppia.
L’esame degli scrittori oltre a scavare nel binomio di formazione dell’accoppiata seriale (amici, amanti, parenti), ne specifica statisticamente l’appartenenza allo status sociale (benestante, gay, lesbo) ed anche l’aspetto statistico geografico, che purtroppo attribuisce all’Italia un tragico primato.
Il libro è arricchito pure da un’ottima bibliografia, dagli interventi dell’esimio criminologo Ruben De Luca e soprattutto dalla rigorosa descrizione dei crimini tratti dalle cronache giudiziarie.
Va rilevata anche l’ottima vena narrativa di Giuseppe Pastore e Stefano Valbonesi. Gli Scrittori, infatti, riescono con semplicità, chiarezza e precisione a trattare un argomento inquietante e assolutamente difficile, come quello degli omicidi seriali, con un apprezzabile tocco letterario, fra il noir incalzante ed il sociologico puro.
In conclusione posso dire che quest’indagine di Giuseppe Pastore e Stefano Valbonesi sulla psiche umana deviata è raccolta in un libro che si legge tutto di un fiato e che sarà sicuramente d’aiuto a tutti gli operatori e non del settore.
Ed anche se scontato, lasciatemelo dire: “In due si scrive meglio”.
Ivo Tiberio Ginevra
sabato 9 ottobre 2010
GLI ASSASSINI DI CRISTO
Ecco la copertina del mio primo romanzo che sarà disponibile in tutte le librerie da gennaio 2011.
E' un giallo noir ambientato in Sicilia
Guarda il Booktrailer Nero
Guarda il Booktrailer Bianco
Per informazioni e acquisto delle copie autografate contattare ginevraivo@libero.it oppure entra nel sito http://digilander.libero.it/ginevraivo/index.html
E' un giallo noir ambientato in Sicilia
Guarda il Booktrailer Nero
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Per informazioni e acquisto delle copie autografate contattare ginevraivo@libero.it oppure entra nel sito http://digilander.libero.it/ginevraivo/index.html
sabato 18 settembre 2010
TRAINSPOTTER
FELTRINELLI
Chiedo subito scusa a Gianfranco Manfredi se non lo conoscevo come scrittore, ma la dritta me l’ha data Serge Quadruppani nell’introduzione al racconto “La matematica non è un’opinione” inserito nella raccolta AA VV edita Mondadori con il titolo “14 Colpi al cuore”.
Quadruppani, e non è certo l’ultimo arrivato, scrive di Manfredi: ”….passando per il giallo ….considero Trainspotters un lavoro esemplare per rigore d’intreccio e forza dei suoi personaggi”.
Ovviamente con una presentazione di questo tipo non potevo fare a meno di leggere Trainspotter, ma trovarlo non è stato facile perché il libro edito dalla Feltrinelli non è più in catalogo. Comunque, con un po’ di fatica e grazie alla famiglia di Internet l’ho trovato e posso tediarvi con una mia recensione.
Dico subito che n’è valsa la pena perché il romanzo è davvero bello ed anche se pubblicato nel 1989 resta spaventosamente attuale.
La storia cattura subito e focalizza in modo eccellente la figura del protagonista, già da quando era bambino e viveva “…in quel piccolo asfittico buco di provincia”, infatti, allo zio che se lo portava via in macchina “decantando le meraviglie della città con le opportunità che avrebbe trovato”, alla domanda “Ti sei mai chiesto cosa vuoi fare da grande?” Sacha rispondeva semplicemente: “Voglio guardare i treni”.
E Sacha da semplice appassionato di treni diventa un Trainspotter. Uno di quelli, convinti, ossessivi. Uno di quelli che trascorre ogni momento libero della sua vita a studiare locomotive, linee ferroviarie, orari, treni. Uno che vive fino in fondo l’aria che si respira nelle stazioni, fra i binari ed i risucchi rapidi del vento smosso dai vagoni. Sacha è uno che erra sulle traversine fotografando, catalogando. Studiando. E proprio in uno di questi vagabondaggi inizia il suo ineluttabile destino mirabilmente narrato da Gianfranco Manfredi. “……la processione dei vagoni sembrava interminabile. Sacha avrebbe quasi potuto toccarli. Faticava a tenersi dritto eppure non faceva nulla per scostarsi, come perso in una fantasticheria. Ebbe la sensazione di un rallentamento infinito mentre il vagone numero 6 gli scivolava davanti…. Una ragazza dai capelli azzurri… tutto era azzurro…un braccio scuro levato, un martello calato con forza… uno schizzo nerastro sul finestrino. La fuga dei vagoni si perdette stridendo, risucchiata da una galleria”.
Mai ho letto nella mia vita una descrizione d’omicidio più bella di questa. C’è tutto. Sorpresa, originalità, suspence, introspezione e soprattutto interrogativi. Molti.
Il bello di questo romanzo è che solo dopo poche pagine hai in tasca oltre al protagonista anche tutti i personaggi della storia, nonché i luoghi e contorni dell’azione straordinariamente descritti: “Alle prime luci dell’alba, lo scalo di Lenz era abitato da poche persone silenziose, creature intermedie tra la notte e il giorno, isolati passeggeri in attesa di un locale, con la faccia del primo caffè. Nessuno badava a nessuno”.
Per non togliere al lettore il piacere di leggere Trainspotter smetterò di raccontare l’allucinate intreccio della storia, ma non posso tacere sulla magistrale descrizione psicologica dei personaggi co-protagonisti, e lo farò riportando le parole dello scrittore a proposito di Stepanie e Alex, per farvi capire quanto magistrale è stato il tocco di Manfredi… “Ma Stephanie era un’altra cosa. Non mancava di stupirlo la sua arrendevolezza, quell’incredibile dote di obbedirgli in tutto con l’aria di farsi i fatti propri. Alex si sentiva sempre in debito con lei e reagiva insultandola, picchiandola, ma Stephanie era un muro di gomma, più dipendeva da lui e più lo faceva sentire dipendente. Perché non si accorgeva di avere delle tette da gran premio, un culo da favola, una pelle profumata, morbida, da gran puttana? perchè non forzava mai un gesto, uno sguardo, perché non sfruttava tutta la carica sessuale che si ritrovava?”
Vale la pena di fare apertamente gli elogi a Gianfranco Manfredi per com’è riuscito a riassumere tutte le caratteristiche peculiari della tipologia d’assassini seriali nella coppia formata da uomo/donna (Alex e Stephanie) oggetto degli studi della moderna psicologia criminale. La psicologa Jennifer Furio nel suo Team Killer. A comparative study of collaborative criminals, sintetizza 7 punti caratteriali nei binomi criminali ed il nostro autore li ha compresi tutti e sette all’interno dell’accoppiata mortale Alex Stephanie, infatti:
1. la donna è generalmente più giovane dell’uomo;
2. nella maggioranza dei casi l’uomo e la donna sono partner sessuali;
3. la donna conosce il suo partner in età giovanile 20/25 anni e sempre in un momento di estrema vulnerabilità emotiva;
4. la coppia agisce pianificando gli obiettivi, infatti la donna generalmente fa da esca per attirare la vittima;
5. il partner femminile è parte attiva nei delitti e asseconda i disegni criminale del compagno per la paura di perderlo e di restare sola;
6. L’uomo è il demiurgo della coppia e controlla ogni azione della donna, manovrandola in ogni circostanza;
7. La donna nel perdurare delle azioni delittuose diviene insicura e nutre del rancore nei confronti del compagno, pertanto è pronta a tradirlo, oppure a confessare i crimini sostenendo la difesa di essere stata manipolata.
Queste caratteristiche sono tutte insite nella storia della coppia criminale dov’è applicata con lucidità scientifica la teoria della “dominanza” con un Alex perverso e malvagio e una Stephanie fortemente debole sul piano psicologico. I due una volta uniti in coppia formano una perfetta interazione “incube-succube”, dove s’intenderà per incube la personalità dominante dell’uomo e succube quella suggestionabile della donna.
La storia di Alex e Stephanie è quella tipica di una coppia di serial killer formata nella stragrande maggioranza dei casi, così come avviene nella realtà, con il rapporto di dominanza dell’uomo soggetto incube e della donna soggetto succube. Dove l’uomo è sempre il dominante.
In conclusione Trainspotter è un romanzo strano, ben congegnato. Sembra statico, eppure si muove. È una continua metamorfosi psichica col suo inevitabile divenire freddo e spietato, dove tutti i termini usabili come ossessivo, folle, morboso convergono nel binario di Sacha e sfrecciano sulle rotaie fino a travolgere, eventi, vite, in “uno schizzo nerastro” di devastante ossessività generale, dove vittime e carnefici sono ingoiati dal nero tunnel di una galleria.
Tutto lo svolgimento del romanzo è imprevedibile, incalzante e strano. Il finale assolutamente piacevole e geniale, dove la sudditanza psicologica lascia il passo alla folle logica efferata del delitto.
Trainspotter è davvero un bel romanzo e sarebbe più che giusto, dovuto, che la Feltrinelli ripubblicasse questo mirabile esempio di scrittura noir.
“ Il 321 ha già dodici minuti di ritardo.”
“ E’ importante?”
Sacha non rispose. Guardava la massicciata. Erano seduti in macchina ad una decina di metri dai binari, su un prato bruciacchiato, senza luna e senza luce, solo le luminescenze verdastre del quadro dei comandi e la sigaretta accesa di Rita.
Leggetelo….se lo trovate!!
Ivo Tiberio Ginevra
martedì 14 settembre 2010
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